Commento

Pensare la morte

È cosa seria «appartenere alla morte»

Già qui vale quanto Antonio De Curtis (in arte, Totò) esclama, con la voce improbabile di un morto, nella sua ›A livella: «Nuje simmo serie… appartenimmo â morte!». La morte è solo seria. Essa pertanto è il vero «caso serio» dell’uomo, sorgente perenne di indagini, di angosce, di scoramenti, di tristezze infinite.

Ma, sull’intrigantissima questione della morte, ha preso fortunatamente a scendere la luce della sapienza cristiana rifrangendosi con i suoi molti riverberi (biblici, teologici, liturgici, spirituali, pastorali) su di essa. Finisce così il tempo di una trattazione fredda, arida, scolorita sulla morte; soprattutto possiamo ben dire che sta rinascendo una vera «teologia della morte»[1] che si struttura e si evolve sempre di più.[2]

Dinanzi alla rifioritura di temi dimenticati o – è il caso di dire – seppelliti, non si può solo gioire per la ripresa di ciò che era svanito, ma occorre una vigilanza teologica perché ciò avvenga secondo «la bellezza e la verità delle cose», per usare il titolo di un celebre libri di Antonino Anile.

Ora, nel nostro tempo, una rinnovata teologia della morte deve tener presente che «in ogni epoca della civiltà, la vita, fin nei suoi aspetti più intimi, è in stretta interazione con il senso che l’epoca attribuisce alla morte».[3]

Ebbene, la teologia deve chiedersi come la morte è considerata nel nostro tempo e qui il suo compito si fa serio perché oggi l’idea della morte non va di curarla, ma di rimuoverla.

Ma non sarà che la sua rimozione sia una forma di paura o una sua variante? Se così fosse, sarebbe ancora vero quanto afferma L. A. Seneca: «Non temiamo la morte, ma il pensiero della morte».[4] Fra l’altro, non possiamo consolarci solo pensando che il pensiero della morte rende saggio e sensato il nostro modo di vivere e di parlare, anche se è anche sapienza da coltivare: «Dalla morte, dalla paura della morte prende inizio ogni conoscere del Tutto».[5] Anche questa volta, serve dire che la teologia è sempre teologia fondamentale: questa è chiamata a giustificare che l’idea della morte non deve far paura e a saperne portare le giuste ragioni di fede.

Il cristianesimo dinanzi al pasticcio della morte

è incontestabile che il cristianesimo non abbia mai smesso di pensare la morte. Del resto, non avrebbe potuto farlo: esso ha nel suo seno un delitto, quello che riguarda il suo Fondatore e, senza trovarne una soluzione, perderebbe ogni ragion d’essere.

Il dramma della morte inquieta il cristianesimo da sempre: non può mai dimenticare quanto la sua radice ebraica afferma ammonendo ogni uomo: «Polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gn 3,19); né può mai farsi ammaliare dal realismo sapienziale, però macchiato di nichilismo, della cultura storica: «… considera sempre ogni vicenda umana come cosa di un giorno e di poco valore: ieri, un filo di muco; domani, mummia e cenere»;[6] tanto meno può arrendersi al convincimento epicureo: «Non siamo che polvere ed ombra».[7]

Peraltro, la morte suscita un nodo di questioni nel suo dialogo col mondo del post-moderno;[8] che cos’è la morte?, esiste per l’uomo una speranza che porta oltre la barriera nera della morte?, qual è l’origine e quali sono i modi di conoscenza della morte?, come vivere di fronte alla morte sicura? e, perfino, come definirci e distinguerci come uomini di fronte alla morte?

Non sembri fuori posto l’ultima di queste domande: essa è, per gli uomini, la più seria, perché è quella che ci investe di più come mortali;[9] per i cristiani lo è perché è stata esperienza di Cristo che ha finito per condividere fino in fondo la condizione umana (cf. Eb 4,15), proprio divenendo Crocifisso.

La morte unisce e discrimina

Di fronte alla morte si dà una inevitabile discriminazione fra credenti e non credenti,[10] poiché il non credere la considera come l’ultima data della vita dell’uomo, mentre chi crede ritiene che essa sia una data oltrepassabile.

Per i cristiani la morte investe la loro fede in Dio, la quale, a sua volta, è plausibile solo se, alla fine, dà la decifrazione e la soluzione al problema della morte: «Persino la credenza in Dio – perché di questo in fondo si tratta –. Il punto è questo: come si fa a dire che la morte è la fine, considerato tutto ciò che accadrebbe se lo fosse? E ancora: come si fa a dire che la vita si tiene se la morte dovesse essere la fine? La morte non è la vita che cede un po’ per volta? E perché se cede oggi non dovrebbe cedere più domani? E, anche se non cedesse più nel futuro, come si recupererebbe il senso ai morti finora? Allora, per rispondere a ognuna di queste domande, rispondendo a tutti i significati implicati in esse, perché non provare a battere la strada che salva e invera il senso dell’una e dell’altra?».

Sulla strada del mistero si salvano la vita e la morte, invece fuori di essa la morte diventa brutale e la vita insensata: «Dove c’è realmente una fine, di per sé, non c’è alcun mistero. Ma dove c’è mistero non c’è quella che chiamiamo «fine». C’è piuttosto una sovrabbondanza di realtà che non riusciamo a scandagliare. Così si deve dire che la morte è mistero, mentre non siamo autorizzati a dire che sia la fine».[11]

La morte è la vera «questione» umana

Dinanzi a questo grande «enigma», come lo chiama Gaudium et spes 18, il cristiano non è nel buio completo, ma solo nella penombra.

Biagio Pascal, il 17 ottobre 1651, scrivendo la Lettera a M. e Mme Périer, affermò che il cristiano conosce la morte «nella verità che lo Spirito Santo gli ha insegnato» e non indietreggia neppure di fronte alla sua apparente durezza.[12] Che ne sarebbe del Credo cristiano se il problema della morte fosse senza soluzione? In quale Dio si crederebbe se egli permettesse l’annichilimento dell’uomo nella morte o, comunque, lasciasse l’enigma della morte senza alcuna soluzione? Che cosa dovremmo pensare della sua onnipotenza e della sua bontà?

E ancora. A seconda di come ci si pone nei confronti della morte, si può dire se si è credenti o meno, ma anche che tipo di uomini si è. è dinanzi al paradigma della morte che si delineano i vari tipi di umanità: «Gli uomini sono molto diversi tra loro. Si suole distinguerli in base a mille criteri, razza, nazione, lingua, costume, intelligenza, bellezza, salute, ricchezza: impossibile e inutile enumerarli tutti. Mi ha sempre stupito che si dia così poca importanza a un criterio che dovrebbe segnare più profondamente la loro irriducibile differenza: la credenza o meno in un al di là della morte».[13]

Potremmo dire: morire per l’invisibile, ecco la teologia cristiana, ecco l’intuizione credente secondo cui il cimitero non contiene il loculo del destino ultimo del singolo uomo e la storia non è la «fossa comune» per l’intera famiglia umana.

In sintesi, il cristianesimo non rinuncia a confrontarsi sul tema della morte nemmeno in tempi di post-modernità e di nichilismo; anzi, con quest’ultimo, è proprio su questo tema che ne afferma la possibilità del superamento. «Il superamento della prospettiva nichilistica risulta in tutta la sua evidenza nel tertium datur della morte […]: morire per l’invisibile ecco la metafisica».[14]

L’intollerabilità umana della morte

La morte non può ridursi a un problema da risolvere o ad una questione su cui discutere. Comunque, la morte non ha a vantaggio suo più ragioni della vita, la cui verità è sorprendente e paradossale, ma insieme positiva e rallegrante, mentre la sua verità si mostra offuscata da un mistero che si presenta connotato dal carattere di uno scandalo repellente.[15] Lo si è detto or ora: se la morte fosse solo naturale, dovrebbe sembrarci normale abbandonare la vita, in ogni sua espressione, quando essa viene. Ma non è così. Le cose da noi maneggiate, costruite, usate a lungo e facenti parte di noi e del nostro agire non vogliamo lasciarle…

Le persone che abbiamo conosciuto, con le quali abbiamo stretto amicizia, rapporti prolungati di lavoro o relazioni educative, d’amore, di condivisione spirituale non vogliamo perderle… Dalle persone alle quali siamo stretti da vincoli di sangue o dal rapporto di vita più radicale come quello con il proprio padre e con la propria madre non ci si vuole separare e si soffre profondamente (talora fino a uscir di senno) quando la loro morte accade… Soprattutto non si riesce ad ammettere che un giorno o l’altro non solo dovremmo perdere per sempre le persone care e, tanto meno, che esse siano risucchiate nella buca nera del nulla.[16]

Insomma è la nostra intera vita a ribellarsi a questa idea, perché la vita è collegata con la morte con fili doppi così forti che questa, con la sua terribile crisi, può scuotere la vita, ma non riesce toglierle senso e significato… «L’evento della morte riguarda il senso e tuttavia non è in se stesso il senso dell’esistenza».[17]

Non basta prendere atto della morte

Pensare la morte è solo un arrendersi all’evidenza di essa? Da un lato occorre cartesianamente accettarla come accadimento vero, perché contro l’evidenza non si può andare. Ma c’è posto per una domanda sensata: contro il fatto della morte non si va, ma oltre si può? E, se si può (non necessariamente bisogna saperlo prima d’iniziare a pensare la morte), allora l’evidenza occorre anche contestarla in un punto: nella pretesa di essere l’unica faccia della morte. O anche: va contestato che vi sia solo l’evidenza conoscitiva della morte che, fra l’altro, sarebbe ridotta solo a una evidenza sensibile.

Il dubbio è questo: l’evento-morte, per il suo legamento con la vita, per l’angoscia che è in grado di suscitare e per il dolore che è capace di provocare e di fatto provoca, può essere ridotta a un fenomeno, a un’apparizione sensibile? La morte si manifesta come un evento così grande che l’approccio sensibile a esso non pare sufficiente a coglierne la verità intera; occorre senza meno pensare la morte, ma questa, alla fine, apparirà sempre un accadimento non pienamente razionalizzabile. Del resto, se la morte fosse un evento solo naturale, la naturalità e la razionalità, quale massima espressione di essa, dovrebbero bastare a farla accettare.

La morte sotto il «Credo»

Proprio l’irritazione vitale, l’angoscia esistenziale che la morte procura fa sospettare che essa unicamente naturale non sia proprio: «Il pensiero deve mettere in discussione l’evidenza immediata, stabilire una distanza nei suoi confronti e orientarla. Il mistero sta non solo nella morte in sé, ma nel fatto che non ci lasciamo concludere pacificamente da essa. Se la finitezza dell’esistenza fosse un provenire dal nulla per tornarvi dopo un po’ di tempo, la fine sarebbe la giusta risoluzione della vita. Ma la finitezza per noi è apertura all’infinito».[18]

L’uomo non può salvarsi da solo, altrimenti poteva anche crearsi da solo; quel che non era possibile all’inizio non lo sarà neanche alla fine; ma quello che è stato all’inizio (creazione) sarà anche alla fine (risurrezione quale «creazione nuova»). Se, dalla parte dell’uomo, la parola che lega il principio e la fine è la gratuità, dalla parte di Dio, la parola che qualifica il suo molteplice rapportarsi all’uomo è il dono.

Il Credo cristiano è piantato sul vangelo della risurrezione, mentre l’intera casa cristiana poggia sulla pietra rovesciata del sepolcro di Cristo. Ma, proprio per questo, il tema della morte è fondamentale in esso e suo merito è di coltivare la memoria dei defunti in un modo così potente da ritenerli vivi, ancora soggetti di colloquio e destinatari di efficaci suffragi.

Il cristianesimo è religione di vita; lo conferma il fatto che interpreta la morte alla luce dell’inizio, ossia della creazione e della creazione nuova. Ma stranamente la cosa più somigliante all’atto di creazione è proprio la morte: Dio ha creato dal nulla, per cui la situazione di morte è tornare alla situazione d’inizio della creazione, cosicché inizio e fine è una credenza veramente completa solo se implica un insieme di rappresentazioni relative a ciò che viene dopo la vita – e dunque a qualcosa di sovrannaturale, a un’escatologia».[19]

[1] Si va di fatto sviluppando una trattazione della morte che è ben di più della semplice riflessione su di essa all’interno dei «luoghi ultimi», dove veniva svolto come un tema accanto all’altro. In altri termini, va nascendo una «teologia della morte» che ha una sua larga articolazione, i suoi cardini che le danno consistenza e coesione e, soprattutto, dandosi una base solidamente cristologica: essa va sviluppandosi all’ombra luminosa della croce (cf. K. Rahner, Sulla teologia della morte, Morcelliana, Brescia 1965; Fr.-X. Durrwell, Cristo, l’uomo e la morte, àncora, Milano 1991; G. Moioli, L’»Escatologico» cristiano. Proposta sistematica, Glossa, Milano 1994, pp. 163-198).
[2] La morte mantiene uno spazio costante nei manuali di escatologia, ma le ricerche teologiche e i dibattiti rimanevano, fino a qualche tempo fa, ancora piuttosto rari (F. Brancato, La questione della morte nella teologia contemporanea. Teologia e teologi, Giunti, Firenze 2005; G. Colzani, L’escatologia nella teologia cattolica degli ultimi 30 anni, in A.T.I, L’escatologia contemporanea, Il Messaggero, Padova 1995, pp. 81-130.

SettimanaNews – Michele Giulio Masciarelli

[3] G. Simmel, La Métaphysique de la mort, in Id., La tragédie de la culture, Rivages, Paris 1988, p. 169.
[4] Lettere a Lucillo, 30.
[5] F. Rosenzweig, La stella della redenzione, Marietti, Casale Monferrato (AL) 1985, p. 3.
[6]Marco Aurelio, A se stesso, 4,48.
[7] Orazio, Carmina IV, 7.
[8] Cf. V. Melchiorre, Sul senso della morte, Morcelliana, Brescia 1964; F. Ormea, Superamento della morte. Contributo al dialogo tra credenti e non credenti, Gribaudi, Torino 1970; G. Scherer, Il problema della morte nella filosofia, Queriniana, Brescia 1995 (è curata anche la prospettiva cristiana); R. Mancini, Il senso della fede. Una lettura del cristianesimo, Queriniana, Brescia 2010 (gran parte del libro verte sull’approccio credente alla morte: pp. 93-126; 187-250).
[9] N. Bobbio, De senectute e altri scritti autobiografici, Einaudi, Torino 1996, p. 37.
[10] O. Ottieri, dal fronte della cultura laica, dimostra la necessità di riconsegnare il tema della morte a un dialogo multilaterale e interdisciplinare interessante la componente scientista, la dimensione metafisica e la prospettiva religiosa nel convincimento che «il senso della morte è il più indispensabile al senso della vita» (De morte, Guanda, Parma 1997, p. 11).
[11] R. Mancini, Il senso della fede. Una lettura del cristianesimo, p. 94.
[12] Per l’approfondimento delle tematiche religiose, fra le quali la morte, che Pascal trattava con una sua storica amica, Lettres, opuscules et mémoires de madame Perier et de Jacqueline soeur de Pascal et de Marguerite Perier sa nièce / publiés sur les manuscrits originaux par P. Faugère, XXIV, Vaton, Paris 1845. Cf. anche: Madame Perier, Vita di Pascal, Il Saggiatore, Milano 1958.
[13] N. Bobbio, De senectute e altri scritti autobiografici, p. 37.
[14] G. Lorizio, Prospettive teologiche del postmoderno, in Rassegna di Teologia 30 (1989) 551.
[15] Cf. Concilio Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 18.
[16] Cf. j. – P., Vernant, L’individuo, la morte, l’amore, Raffaello Cortina, Milano 2000.
[17] R. Mancini, Il senso della fede. Una lettura del cristianesimo, p. 98.
[18] R. Mancini, Il senso della fede. Una lettura del cristianesimo, p. 94.
[19] V. Jankélévitch, Pensare la morte?, Raffaello Cortina, Milano 1994, p. 48.

 

2 Novembre 2017 | 12:20
Condividere questo articolo!
En relation