Internazionale

Padre Giacomo Costa: «La pandemia ci ha cambiati. Ora possiamo costruire una società diversa»

Bisogna «pensare in modo nuovo», perché la pandemia causata dal Coronavirus ha rivelato che «l’individualismo trasformato in sistema politico-economico è un modello ormai superato». Padre Giacomo Costa, sacerdote gesuita, è direttore della rivista Aggiornamenti sociali e consultore della Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi. Mentre le attività sociali ed economiche ripartono gradualmente, la sua riflessione guarda al domani: la nostra società ha l’occasione di costruire un futuro più equo e più umano.

Dopo due mesi di chiusura totale è cominciata la «fase 2». Come entriamo in questa ripartenza?
Sicuramente siamo diversi. Le ultime settimane ci hanno cambiato in profondità, come singoli e come società. Per questo sarà diversa anche la normalità che ricominceremo a costruire: quella di prima la troveremmo ormai inadeguata. Dobbiamo assumere uno sguardo nuovo, definire le priorità e scegliere la direzione in cui muoverci nel futuro prossimo.

Padre Giacomo Costa insieme a Papa Francesco

Quali novità sono emerse durante l’emergenza sanitaria?
Il Coronavirus ha reso evidente ciò che papa Francesco affermava nell’enciclica Laudato Si’, pubblicata proprio cinque anni fa: nel mondo di oggi, tutto è interconnesso. La pandemia è un fenomeno globale nel tempo e nello spazio, ma lo possiamo anche definire «integrale» perché attraversa tutte le dimensioni della vita sociale e personale. Riguarda la sanità e la medicina, l’economia e il lavoro, le abitudini quotidiane e la cultura. E impatta anche sulla spiritualità, proponendoci nuove domande di senso. Oggi dunque dobbiamo leggere la realtà prestando attenzione alle connessioni tra molte dimensioni, applicando il paradigma dell’»ecologia integrale» che chiede di ripensare il nostro vivere secondo i criteri dell’inclusione e della solidarietà.

Su quali basi potremo costruire una normalità diversa?
Senz’altro, in una situazione di crisi e incertezza, potrebbero imporsi nuove pulsioni egoistiche e individualiste. Da queste settimane di buio, però, emergono alcuni spiragli di luce. Mi piace pensare a delle nuove consapevolezze che brillano come i fari che guidano i marinai nella notte: anche se non consentono di vedere tutta la realtà come se fosse giorno, questi fari permettono di orientarsi e scegliere la direzione.

A cosa si riferisce?
In primo luogo al sentirci – come ha detto papa Francesco – «tutti sulla stessa barca». Di fronte alla pandemia riscopriamo l’unità della famiglia umana, a livello del legame tra i singoli come tra le nazioni. Nessuno può salvarsi da solo, isolandosi, e servono risposte coordinate. Lo stesso paradigma andrebbe riproposto, come ci insegna il Papa ancora in Laudato Si’, a tutte le altre sfide del nostro tempo, penso in particolare alla questione dei cambiamenti climatici.

La copertina dell’ultimo numero di «Aggiornamenti sociali»

Altri «fari» nella notte della pandemia?
Nel nostro mondo dominato da modelli tecnocratici, siamo tornati a vivere l’esperienza della fragilità umana. E di fronte a questa fragilità riscopriamo anche la qualità etica del legame che ci unisce: il rischio del contagio rende evidente come la vita di ciascuno sia affidata alla responsabilità degli altri. Ancora, la pandemia ci fa riflettere sull’importanza del lavoro, e sul bisogno di sviluppare una concezione condivisa che ne faccia un ambito di espressione di senso e di valori, non solo la «merce» che viene scambiata con la remunerazione.

Quale potrà essere il contributo dei cristiani, in questo processo di ripensamento del nostro vivere?
Nei momenti più difficili, abbiamo visto che molti si sono affidati a uno slogan: «Andrà tutto bene». Non si tratta di un ottimismo di facciata: al di là delle forme con cui è espresso, credo che lasci emergere un credito accordato alla vita, che non è scontato, né può essere deriso. Questa fiducia fondamentale interpella la fede in senso confessionale e quanti la professano, a partire da noi cristiani. Sarebbe contraddittorio se non fossimo i primi a nutrire quella fiducia, a riconoscerne i segni, interpretarli e approfondirli, mettendo a disposizione della società di cui facciamo parte il ricco patrimonio della nostra esperienza di credenti.

Gioele Anni

Padre Giacomo Costa.
11 Maggio 2020 | 17:35
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