Internazionale

Oggi «70mila cristiani detenuti per ragioni di fede». Il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre

«Anche oggi ci sono cristiani perseguitati, più dei primi secoli», ha detto Papa Francesco nella messa dello scorso 2 novembre nella Catacombe di Priscilla. Una constatazione amara, quella del Pontefice, supportata dai dati raccolti dalla fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre nell’ultimo dossier sulla persecuzione anticristiana intitolato significativamente «Perseguitati più che mai», presentato lo scorso 24 ottobre a Roma. Dal rapporto emerge che attualmente sono 70mila i cristiani detenuti per ragioni di fede, come spiega Alessandro Monteduro, direttore di Aiuto alla Chiesa che soffre Italia.

Quali sono oggi i Paesi in cui sono più frequenti le violazioni dei diritti umani dei cristiani?

«Nel nostro ultimo focus abbiamo individuato venti nazioni: Arabia Saudita, Burkina Faso, Camerun, Cina, Corea del Nord, Egitto, Eritrea, Filippine, India, Indonesia, Iran, Iraq, Myanmar, Niger, Nigeria, Pakistan, Repubblica Centrafricana, Siria, Sri Lanka e Sudan. Per citare alcuni casi concreti, in Iraq nel giro di una generazione la popolazione cristiana si è ridotta di oltre il 90%, mentre in Siria a metà 2017 i cristiani erano meno di un terzo degli 1,5 milioni presenti prima dell’inizio del conflitto. In Arabia Saudita prosegue l’oppressione sistematica ai danni delle minoranze religiose, basti pensare che la conversione dall’Islam ad altra religione è punibile con la condanna a morte. La Corea del Nord è tuttora considerato il luogo più pericoloso del mondo per gli appartenenti ai gruppi religiosi, innanzitutto per i cristiani, regolarmente imprigionati nei campi di lavoro dove subiscono torture fisiche e psicologiche. Si ritiene che al momento siano circa 70mila i cristiani detenuti per ragioni di fede«.

E in Cina?

«In Cina la vita dei cristiani è divenuta più difficile dopo l’entrata in vigore, il 1° febbraio 2018, del nuovo Regolamento sugli Affari religiosi che ha ulteriormente limitato la libertà di fede. Il Partito Comunista ha infatti vietato gli insegnamenti religiosi «non autorizzati», mentre gli sforzi per «sinicizzare» le credenze religiose proseguono a ritmo sostenuto».

Circa 300 milioni di cristiani vivono in terre di persecuzione. Perché le organizzazioni internazionali non fanno nulla per difenderli?

«Se per organizzazioni internazionali intendiamo le Istituzioni sovranazionali, il problema può essere riconducibile principalmente alla difficoltà di decidere in modo concertato su problemi estremamente divisivi e delicati. Purtroppo, innanzitutto in sede Onu, gli interessi di parte hanno praticamente sempre il sopravvento. Altre cause sono la burocrazia e le scelte poco eque in fase di destinazioni dei fondi. La situazione appare in alcuni casi migliore se si scende a livello nazionale. Nell’ottobre 2018 gli Usa hanno stanziato oltre 178 milioni di dollari per sostenere, con un progetto ampio ed articolato, le minoranze religiose ed etniche sempre in Iraq, raggiungendo un totale di quasi 300 milioni di dollari dal 2017».

Qual è la situazione degli aiuti a livello europeo?

«La Germania ha stanziato 35 milioni di euro per la ricostruzione di 900 case distrutte dall’Isis nella Piana di Ninive, mentre l’Ungheria, oltre ad aver stanziato quattro milioni di euro a favore delle Chiese caldea e siro-cattolica, ha istituito un Sottosegretariato per l’Aiuto ai Cristiani perseguitati. Sono segnali concreti e positivi, ma rimane ancora moltissimo da fare. Una politica lungimirante consiste nel difendere e rafforzare le comunità pacifiche e, nel caso dei cristiani, culturalmente e tradizionalmente pacificatrici. In questo modo si creano società sempre più stabili ed integrate e sempre meno permeabili dai virus delle ideologie politico-religiose proprie di tante formazioni terroristiche. Tutto ciò dovrebbe rappresentare una priorità nell’agenda della grandi nazioni, a cominciare da quelle occidentali, e delle organizzazioni sovranazionali»«.    

I cristiani sono in pericolo nel nordest della Siria. C’è il rischio di un esodo massiccio?

«Il rischio c’è certamente. A fine ottobre monsignor Nidal Thomas, rappresentante episcopale della Chiesa caldea ad Hassaké, ci ha riferito che almeno 300 cristiani hanno lasciato le città di Ras al-Ain, Derbasiyah, Tall Tamr ed una parte di al-Malikiyah, e che se gli scontri proseguissero un esodo numericamente maggiore potrebbe interessare anche Qamishli, dove attualmente vivono 2.300 famiglie cristiane. I Cristiani in Siria sono otto anni che sono costretti a lasciare le proprie case. Questo tuttavia, aggiungo io, non può essere considerato come una triste ineluttabilità: mai come ora potremmo essere infatti alla vigilia di una soluzione negoziale definitiva per l’intera Siria».

Nel mondo un cristiano su sette è vittima di persecuzione. Perché oggi in Africa prolifera il terrorismo?

«Le cause principali sono due, una di carattere tecnico e una ideologica. La prima è rappresentata dalla carenza o dalla totale assenza di pubblica sicurezza. Gli apparati preventivi e repressivi in molti casi sono fortemente deficitari, del tutto assenti o corrotti, e questo aumenta a dismisura la capacità operativa dei terroristi. La causa ideologica riguarda il reclutamento e la cosiddetta radicalizzazione. Arruolare nuovi terroristi è più agevole in contesti in cui i giovani soffrono una quasi totale assenza di prospettive ed una profonda esasperazione, così come il processo di radicalizzazione è più semplice se il contesto ideologico del gruppo terroristico è, almeno in qualche misura, omogeneo con quello originario del reclutato».

Si può dire che il terrorismo migra?

«L’asse del fondamentalismo islamico si sposta sempre più dal Medio Oriente all’Africa e all’Asia meridionale ed orientale. Basti pensare a quanto si registra attualmente in Burkina Faso. Mai avremmo immaginato prima di quest’anno che anche il Burkina Faso sarebbe stato attaccato da più gruppi terroristici formatisi ispirandosi a Isis in questi ultimi mesi. Interi villaggi cristiani sono stati rasi al suolo. Il vescovo di Fada N’Gourma, monsignor Pierre Claver Malgo, nel corso di un colloquio con Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha sottolineato che quando ad essere attaccati sono i fedeli, viene sempre chiesto loro di convertirsi all’Islam e di abbandonare la propria fede, senza contare la distruzione e la profanazione di simboli religiosi cristiani. Vi è quindi una chiara componente di persecuzione per motivi di fede. Il terrorismo migra anche in Asia meridionale ed orientale, divenuta ormai il nuovo campo d’azione jihadista. Il 13 maggio 2018 attacchi terroristici a tre chiese di Surabaya, in Indonesia, hanno causato 13 vittime tra i fedeli. Il 27 gennaio 2019 due bombe sono esplose nella cattedrale cattolica di Nostra Signora del Monte Carmelo a Jolo, nelle Filippine, con un bilancio di 20 morti e oltre 100 feriti. Il gruppo islamista Abu Sayyaf è stato coinvolto negli attacchi e l’Isis ne ha rivendicato la responsabilità. Per questo si può dire che il terrorismo migra».

L’intervista integrale su Vatican Insider

7 Novembre 2019 | 10:43
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