Ticino

«Nella ricerca della verità guardiamo allo Spirito di Assisi»

Il dialogo interreligioso da quattro decenni a questa parte ha uno spirito e un anima nuova: è lo «spirito di Assisi». Con tale espressione si vuole alludere a un evento storico senza precedenti: la convocazione di tutti i leader delle più grandi religioni mondiali nella città di S. Francesco, voluta il 27 ottobre 1986 da S. Giovanni Paolo II, affinché, per la prima volta in assoluto, con propositi di concretezza, le religioni cominciassero a impegnarsi per il dialogo.
A raccontarci quegli attimi, ma soprattutto a ricordarci che oggi continuiamo a parlare di dialogo interreligioso grazie a quell’evento, sono il professor Cesare Zucconi, segretario generale della Comunità S. Egidio, Miriam Camerini, studiosa di ebraismo, Yassine Lafram, Presidente dell’Unione delle Comunità islamiche d’Italia e il prof. Paolo Naso, dell’Università La Sapienza di Roma intervenuti martedì sera, nel contesto di una tavola rotonda online promossa dal Forum svizzero per il dialogo interreligioso e interculturale sul tema «Come formarsi al dialogo e al rispetto in una società multireligiosa». L’incontro, tenutosi in occasione della Settimana mondiale di preghiera per l’unità dei cristiani e moderato dal pastore Giuseppe La Torre, è stato introdotto da Rosemarie Mazzocchi, presidente del Forum.

L’incontro di Assisi
«Ad Assisi nel 1986 per la prima volta i rappresentanti delle religioni di tutto il mondo si ritrovarono a pregare assieme non più gli uni contro gli altri, bensì gli uni accanto agli altri», ha sottolineato il prof. Zucconi. «Wojtyla intravvide il pericolo che le religioni diventassero strumento per legittimare la violenza.

Per questo, di fronte ai gravi conflitti del Novecento, il Papa avvertì che bisognava richiamare le religioni a legarsi indissolubilmente alle ragioni della pace. Era convinto fosse questo il loro anelito profondo, che doveva essere «liberato» nell’incontro».

Sulla scia del Concilio Alla fine di quella storica giornata il Papa polacco pronunciò parole altrettanto storiche, parlando della pace come di un «cantiere aperto» che attendeva i suoi «profeti».

«Queste parole – ha commentato il prof. Zucconi – non furono pronunciate per caso, ma esprimevano quella tensione unitiva che aveva incominciato ad animare mondi culturali e religiosi a partire dalla seconda metà del Novecento e che nel cattolicesimo si era espressa con il Concilio Vaticano II».

Come continuare?
La Comunità di Sant’Egidio, presente quel giorno ad Assisi, continuerà per anni ad ispirarsi a quell’incontro, promuovendo incontri di pace e di dialogo in tutto il mondo. «Come dice bene l’enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti per continuare oggi il cammino tracciato ad Assisi, occorre costruire una grammatica del vivere insieme, nella consapevolezza di essere parte della stessa famiglia umana. Nessuno si salva da solo. Viviamo in un mondo in cui grande è lo spaesamento, non da ultimo a causa della globalizzazione, che è un insieme di processi ambivalenti: da una parte, mette a contatto e apre, dall’altra suscita rigidità e cristallizzazioni. Certo abbiamo bisogno di una Heimat, una patria, ma la nostra deve essere una casa aperta, ospitale», ha continuato il prof. Zucconi.

L’inculturazione della fede
A questo scopo, è fondamentale il rapporto delle religioni con la cultura, nel senso di un rapporto della fede con le realtà concrete che la circondano: «Infatti una fede de-culturata -ha proseguito Zucconi diventa spesso «santa ignoranza».

La religione invece è amica non solo dell’uomo, ma anche della storia, della ragione, della cultura e del dibattito. Senza cultura tutto è inconsistente, emotivo, fanatico, mentre la cultura è solida, ci fornisce le coordinate per comprendere il mondo in cui viviamo e gli altri nelle loro diversità».


Dibattere su temi comuni
A proposito di comunicazione religiosa e culturale e di «concretezza», potrebbe essere una buona idea – secondo Miriam Camerini, studiosa di ebraismo e interessata alle poche esperienze di rabbinato femminile – partire dallo sforzo comune di affrontare tematiche affini tra le religioni, ad esempio la questione delle donne: «Le prime donne rabbino risalgono agli anni Settanta. Ultimamente si discuteva di una imam donna in Danimarca. E la domanda circa il ruolo delle donne nella Chiesa cattolica fa altrettanto discutere. Potrebbe essere un buon terreno di partenza per costruire ponti tra le religioni».

La necessità di formarsi
Yassine Lafram, invece, a partire dalla sua prospettiva islamica, si è interrogato sulla necessità urgente di una formazione al dialogo interreligioso. «Il dialogo interreligioso non si improvvisa, bisogna creare delle premesse affinché si realizzi e la formazione, è una di quelle.

Il dialogo proposto solo dai vertici non è una soluzione, ci vuole quello fra le comunità».


Oltre gli ostacoli
Pur nella consapevolezza dei progressi compiuti, bisogna comunque fare ancora i conti con diversi ostacoli, che ad oggi bloccano di fatto il dialogo interreligioso. Il prof. Paolo Naso, ne ha individuati alcuni: «Se non facciamo i conti con il fatto che la strategia del dialogo ogni tanto arranca, ci autoassolviamo. Un grande problema è il fondamentalismo come forma di esclusivismo esasperato: la convinzione di essere gli unici ad aver indicato la strada della salvezza. In più, dobbiamo capire se al di là dell’esperienza ad Assisi, c’è nella nostra ferialità una consuetudine al dialogo.

Infine, i governanti dovrebbero capire che la dimensione del dialogo tra le religioni ha una forte valenza civica, perché produce coesione e benessere».

«Alla luce di questi elementi, credo avremmo bisogno di una «scienza del dialogo»: il dialogo non è solo buona intenzione, ma anche tecnica e anche luogo, occorrono spazi. E non dimentichiamoci di aggiungere alle nostre buone pratiche anche la critica dei nostri ritardi», ha concluso il prof. Naso.

Laura Quadri

26 Gennaio 2021 | 07:49
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