I bambini del campo profughi sull'isola di Samos.
Ticino e Grigionitaliano

Nei loro occhi la voglia di riscatto verso un mondo che li ha confinati

«Through Our Eyes», «attraverso i nostri occhi», è questo il titolo della mostra fotografica che ha già attraversato più di 70 città in America e in Europa e che in questi giorni arriva anche a Lugano (info nel box). Gli occhi sono quelli dei bambini dei campi profughi di Samos in Grecia, della Siria e del Kenya; sono allievi delle scuole aperte in queste terre da Still I Rise, un’organizzazione internazionale «nata per assicurare istruzione, protezione e dignità a minori profughi e vulnerabili»: attraverso il loro sguardo viene offerta una panoramica sulle condizioni di questi luoghi, ma anche sui sogni e le speranze di queste giovani vite. Ne abbiamo parlato con l’ideatrice Nicoletta Novara.

Come nasce l’idea della mostra?

Sono una giornalista e fotografa ed ho trascorso un periodo a Samos come volontaria di Still I Rise. In quei mesi, avrei voluto fotografare e raccontare la situazione del campo, ma non mi sentivo la persona giusta per descrivere la vita all’interno. Ogni giorno mi relazionavo con persone che vivevano lì, che dormivano in quelle condizioni, che erano costrette a fare la fila per il cibo, ad andare in quei bagni orribili. Chi meglio di loro poteva dunque raccontare la situazione? E perché non insegnare loro a raccontarlo? Abbiamo così avviato una classe di fotografia e alla fine del corso abbiamo lasciato ai 48 studenti una macchina Kodak usa e getta con l’indicazione di raccontare la loro vita fuori da scuola. I loro scatti raccontavano del campo visto dalla loro prospettiva, ma anche della loro vita sull’isola, dei momenti felici trascorsi al mare con i loro amici, istantanee nelle quali riconoscevano i diritti che nei loro Paesi non ci sono (una donna alla guida di un motorino), o le speranze per il loro futuro. Attraverso questi scatti appariva anche cosa vuol dire essere un bambino e un adolescente rifugiato in Europa nel 2020.

Tra le foto scattate a Samos, colpisce il netto contrasto tra le immagini del campo e quelle dei momenti spensierati sull’isola…

Assolutamente; cambiano proprio i colori, vi è una differenza lampante. Secondo me la bellezza del progetto è proprio questa: è la normalità di questi ragazzini che hanno il desiderio di vivere nella società andando oltre la condizione di rifugiati.

Ma come possono crescere dei bambini in questa realtà?

È devastante, sia dal punto di vista psicologico, perché vivono costantemente una privazione dei diritti umani, sia da quello fisico, perché le condizioni igienico-sanitarie sono spesso davvero al limite. Credo che le cicatrici lasciate dal campo dureranno per tutta la vita. È tutto al limite, ma i ragazzi sopravvivono grazie ai legami che si creano con i coetanei. La scuola che abbiamo aperto vuole innanzitutto essere un luogo sicuro nel quale i bambini e i ragazzi possano imparare, crescere e lottare per i propri diritti.

La mostra ha già attraversato moltissime città. Quali sono state le reazioni del pubblico ma anche delle istituzioni?

Le reazioni da parte del pubblico sono state molto positive; gli studenti si sono immediatamente calati nei panni dei ragazzi e anche per le persone comuni è stato molto scioccante scoprire che c’è un posto così terribile in Europa. Finora non abbiamo avuto particolare riscontro dalle istituzioni.

Per la prima volta, a Lugano verranno presentati insieme i tre reportage realizzati. Cosa emerge?

Abbiamo svolto lo stesso progetto a Samos, in Siria e a Nairobi per dare voce ai nostri studenti e per vedere le situazioni attraverso i loro occhi: anche se la condizione è ugualmente drammatica, ciò che emerge dai tre reportage ha sfumature diverse. In Siria, i bambini fotografi hanno dai 10 ai 15 anni, sono dunque o nati con la guerra, oppure i loro ricordi iniziano con le scene di guerra. Nelle loro foto si nota un’assenza di speranza che invece emerge dalle foto di Samos. In Siria non hanno nulla da fotografare che riconduca a un futuro migliore; c’è una grande paura di rimanere per sempre in questa situazione. Quelle del Kenya sono state realizzate da bambini nati e cresciuti in una baraccopoli, come i loro genitori. Per loro questa è una situazione di normalità, ma emerge comunque un desiderio di riscatto e di diventare coloro che cambieranno le condizioni di vita dello slum.

Nicolò Govoni in Ticino e le info sulla mostra fotografica

Nicolò Govoni, Direttore esecutivo di Still I Rise e candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2020, sarà in Ticino per presentare il nuovo libro «Fortuna» (Rizzoli). La presentazione, con dibattito e firma copie, si terrà il 3 dicembre ore 18 presso il Cinestar di Lugano, zona Cornaredo (ingresso a offerta libera e 214 posti limitati). Al termine verrà offerto un rinfresco. Covid pass richiesto. Con l’occasione saranno presentate al pubblico la realtà di Still I Rise Svizzera, con sede a Mendrisio, e la mostra fotografica «Through Our Eyes» («Attraverso i nostri occhi») realizzata da adolescenti profughi, che sarà visitabile da scuole e pubblico, con offerta libera, presso il Centro pastorale San Giuseppe, via Cantonale 2a, Lugano dal 29 novembre al 12 dicembre dalle ore 10 alle 16. Gli eventi sono organizzati in collaborazione con la Fondazione Diritti Umani di Lugano, Fondazione Azione Posti Liberi e il sostegno dell’Associazione ComEc. e della CMSI.

Informazioni su: https://www.stillirisengo.org e su Through our eyes

Silvia Guggiari

I bambini del campo profughi sull'isola di Samos.
29 Novembre 2021 | 06:46
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