Internazionale

Negli USA la prima condanna a morte federale

Legge e ordine, è per rispondere a questo imperativo che ieri, nello stato dell’Indiana, è stato messo a morte per iniezione letale, Daniel Lewis Lee, il suprematista bianco accusato nel 1996 di aver ucciso un’intera famiglia, compresa una bimba di otto anni.

Stessa sorte era prevista oggi, e sempre nel penitenziario dell’Indiana, per Wesley Ira Purkey, per l’omicidio, nel ›98, di una sedicenne, ma l’esecuzione è stata bloccata da un giudice distrettuale, poiché il detenuto soffrirebbe di demenza. Di qui alla fine dell’estate si conteranno altre due esecuzioni federali: venerdì quella di Dustin Lee Honken, per duplice omicidio, poi in agosto quella di Keith Dwayne Nelson, stupratore e assassino nel ›99 di una bimba di 10 anni. Un anno fa, il ministro della giustizia William Barr aveva annunciato la volontà del presidente Trump di voler mettere fine alla moratoria non scritta in atto dal 2003, sotto l’amministrazione Bush, e di voler riprendere le esecuzioni dei condannati dai tribunali federali. Alla fine del giugno scorso, quindi, la Corte Suprema aveva dato il via libera alla richiesta, non accettando, tranne due giudici, i ricorsi dei condannati in cui si definiva una violazione della legge federale l’adozione del nuovo protocollo per le iniezioni letali da parte del dipartimento di giustizia.

Cresce il dissenso verso la pena capitale

«Non sono stato io, uccidete un innocente»: sono state le ultime parole di Lewis, al quale il verdetto di una Corte Suprema divisa, 5 a 4, non ha dato scampo, nonostante i ricorsi delle ultime ore da parte di alcuni giudici e i tentativi di bloccare l’esecuzione anche da parte della mamma e nonna di due delle vittime di Lewis Lee, sostenitrice di Trump ma contraria alla pena di morte. Attualmente, nel braccio della morte dei penitenziari federali si trovano 62 prigionieri, in quelli statali se ne contano 2743. La scelta del presidente Trump va in direzione opposta al crescente indirizzo degli Stati americani. Ad oggi sono 22 gli abolizionisti, in otto è in vigore una moratoria, in altri due non viene applicata da 10 anni. Il dissenso interno al Paese è molto compatto, nelle ultime settimane la voce più forte è stata quella dei vescovi americani e di altri leader religiosi che hanno chiesto di fermare le esecuzioni per concentrarsi sulla difesa della vita, perché la pena non può escludere la speranza e la possibilità di una riabilitazione.

Anche Papa Francesco in più occasioni ha sottolineato che la pena di morte è «inammissibile» è che va «abolita in tutto il mondo» perché «contraria al Vangelo».

Vatican News

15 Luglio 2020 | 18:10
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