Internazionale

Mosul, il Festival della gioventù per allontanare l’incubo Isis

Circa 500 giovani si sono ritrovati il 12 agosto, in un parco pubblico di Mosul, per celebrare la Giornata internazionale della gioventù, indetta dall’Onu nel 1999, quest’anno sul tema «Spazi sicuri». Un segnale forte quello lanciato dai giovani di Mosul, città occupata dallo Stato islamico per tre anni, dal 2014, e liberata definitivamente solo a giugno dello scorso anno ma che ancora non può essere ritenuta uno «spazio sicuro».

Si è trattato del primo evento pubblico all’aperto, dalla fine dell’occupazione delle bandiere nere del Califfo, che i giovani tutti appartenenti a diverse etnie e fedi, yazidi, turcomanni, shabak, caldei, assiri, sunniti, sciiti, hanno organizzato grazie all’apporto dell’Ong «Un ponte per» (Upp), nell’ambito di un progetto di «peacebuilding», e al contributo finanziario dalla cooperazione tedesca (Giz).

«La città vuole tornare a vivere in tutti i sensi – spiega al Sir la capo missione di Upp per l’Iraq, Eleonora Biasi – e per questo motivo abbiamo cercato di attivare progetti anche di tipo culturale». «Mosul – afferma Biasi – è stata una città deumanizzata a causa della guerra, dei bombardamenti, delle violenze dello Stato Islamico. Da qui la decisione di lavorare sulla coesione sociale tra le comunità anche alla luce del fatto che a Mosul e in tutto il Governatorato di Ninive sono presenti molte minoranze».

Significativo il tema scelto per l’evento, «La nostra differenza rafforza la nostra esistenza», con cui i giovani hanno sottolineato «l’importanza della coesione tra etnie e religioni, sentita dai giovani come una vera e propria urgenza dopo che tre anni di Stato Islamico aveva imposto un’uniformità totale della città».

L’evento si è sviluppato tra momenti di dibattito, culturali, di musica e di festa. Tra i giovani anche dei volontari di Upp che operano nei villaggi della Piana di Ninive, e una giovane yazida, Suzan, che guida la Dak – Ezidi Women Organization. La giovane è stata la prima donna della sua etnia a rientrare a Mosul dopo l’Isis e lo ha fatto significativamente proprio il 12 agosto.

Dal palco giovani rappresentanti delle varie etnie e fedi hanno portato la loro testimonianza e il loro messaggio di pace e di convivenza. «Da Mosul è partito un messaggio chiaro: i giovani sono il motore della coesione sociale. Una missione che i giovani non hanno alcuna intenzione di delegare ad altri. Essere giovani a Mosul è difficile perché non si hanno scuole dove andare, non c’è lavoro, la guerra ha distrutto tutto, non esistono luoghi di aggregazione. Ciò che vedo – conclude la capo missione – è che i giovani non si arrendono e ognuno, secondo le proprie capacità, si è rimboccato le maniche per creare qualcosa di importante così far rivivere la propria città».

Un impegno che sta già portando un primo frutto: «L’apertura di un centro giovanile a Mosul per proseguire su questa strada di rinascita».

Campo profughi in Libano (foto di archivio).
17 Agosto 2018 | 06:20
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