Ticino

Morte globalizzata e rinascita umana: il post virus come Pasqua universale

In questi giorni difficili, difficilissimi colpisce il fatto che in poche settimane ci siamo trovati tutti confrontati a pelle con la domanda «Siamo eterni? Siamo invincibili?», a cui il nostro mondo di riferimento risponde: «No, purtroppo siamo fragili e mortali!».

Un lutto collettivo di questa portata intensifica, amplifica di molto gli effetti del lutto osservabile in un singolo individuo, come ci insegna lo psicoanalista W. R. Bion, inglese figlio di un pastore anglicano e cresciuto in India.

Tutto questo mi porta a considerare – da un punto di vista psicologico e sociale – tutta questa esperienza come un evento catastrofico: lutto per le persone decedute, lutto per i progetti abortiti, lutto per le tante capacità e potenzialità fragilizzate, lutto per la coerenza persa di tanti discorsi politici ed economici. In poche parole lutto dall’illusione di onnipotenza, illimitatezza e immortalità e confronto con un’angoscia di morte piuttosto pervasiva.

Di fronte al lutto – in quanto confronto con il limite umano stesso, per definizione, problema di cui anche lo studioso è parte integrante – un discorso culturale veramente interdisciplinare – all’interno di quel Nuovo Umanesimo ben rappresentato dal paradigma dello Sviluppo Umano Integrale – diventa ineludibile: dalla medicina all’etica, dalle scienze della comunicazione alla psicologia e psicoterapia, dall’economia alla filosofia e alla teologia. Questa domanda fondamentale sul senso della vita di fronte a tanti sensi mortificanti può trovare un contenimento o una forma – non ancora una risposta – solo nel venir pensata dalle nostre menti in modo affettivo e condiviso: riflettendo, meditando, pregando, leggendo e parlando con i nostri simili, con i nostri amici, parenti e altre persone di riferimento tra cui gli psicoterapeuti e i direttori spirituali. La risposta viene abbozzata nelle varie filosofie e religioni e può venir affinata, approfondita all’interno di un discorso teologico scientifico rigoroso, che segue i metodi delle scienze naturali e delle discipline umanistiche adeguati all’oggetto della sua ricerca e riflessione.

In questo periodo di quarantene siamo continuamente, pervasivamente e collettivamente confrontati con tematiche di morte, cifre e conteggi di malati, intubati e deceduti… sentiamo racconti di vicini e di lontani che narrano esperienze simili riguardo alla fragilità della nostra salute, a rischi più o meno reali che la possono minare, a previsioni di peggioramenti e cambiamenti più o meno radicali, per i quali ci viene richiesta pazienza e un immenso spirito di adattamento. Tutto questo in poco tempo ha reso al morte presente, argomento direttamente o indirettamente onnipresente tra le persone e nei media ed in molte delle nostre attività quotidiane.

L’autore con la figlia.

La filosofia, la psicologia, la teologia e oggi anche le neuroscienze ci indicano come unica via percorribile quella dell’empatia e della comunicazione affettiva, ma anche quella del riflettere sul senso della morte inquadrandolo all’interno di una Comunità che lo contiene e trasforma in pensiero e scambio umano. Allora il senso mortifero diventa sopportabile e rientra in un orizzonte più ampio di una vita viva vissuta, ma entro quei limiti umani che non la manipolano o degenerano, anzi, la universalizzano e la umanizzano.

I neuroni-specchio (doubling neurons, cfr. Basti & Vitiello, i quali ritengono che questi neuroni oscillino pure subatomicamente in fase) sono infatti stati la scoperta del secolo in neuroscienza e confermano appieno – soprattutto anche per la dimensione affettiva – anche il dato biologico-evolutivo dell’importanza della cooperazione, del senso di appartenenza naturale-culturale e della «capacità e necessità di fare gruppo» per l’homo sapiens.

Questa Comunità – prossima, ma anche in parte distante non solo per le quarantene – che assieme esperisce, sente e pensa la morte – ma da viva che vuole vivere – diventa la base esistenziale, il fondamento di ogni Umanità autoconsapevole composta di materia e forma, di natura e cultura. Allora si acquista una coscienza necessaria della mortalità propria ed altrui, ma in un contesto di Vita che mette in campo i limiti, ma pure le straordinarie potenzialità di noi esseri umani: fragili e finiti eppure capaci e coscienti di esserlo. Potenti e proprio per questo nè onnipotenti, nè impotenti.

Il mondo ormai vecchio, nel quale ci eravamo abituati a vivere fino a qualche settimana fa, era impregnato di velocità, rapidità di esecuzione, spostamenti aerei in ogni direzione, ricerca spasmodica del profitto a scapito delle persone e dei popoli, tensione spropositata verso il futuro, il nuovo, l’innovazione e l’eccellenza, non più solo la qualità.

Come ha affermato molto bene Ilaria Capua – virologa italiana operativa in Florida – il punto di rottura del sistema non è consistito tanto nel COVID-19 in sé, bensì dalla velocità: del contagio, della trasmissione pandemica. Se l’influenza spagnola impiegò due anni per fare il giro del mondo, questo coronavirus ce l’ha fatta in poche settimane.

Tutto lecito e sicuramente non sparirà ora o dopo per sempre, ma pur tuttavia viene da considerare il fatto che dietro questa predisposizione a pensare al domani – anche e proprio sul piano economico e finanziario – implichi, nasconda, rimuova addirittura quella disposizione umana (il peccato giudaico-cristiano di Adamo?) all’onnipotenza, al narcisismo o alla superbia, per dirlo in termini morali. Infatti un conto è pensare al domani per gli altri e per me – per una Comunità – un altro conto è pensarlo in termini meramente individuali o individualistici, il che presuppone – se ad un domani deve seguire un altro domani – che tale individuo sia immortale ed eterno.

Questa esperienza quotidiana, come già accennato, ci impedisce o rende più difficile e tutto d’un colpo qualsiasi meccanismo di difesa, al quale eravamo inconsciamente e consciamente abituati: la rimozione, la negazione, la proiezione o l’idealizzazione. Meccanismi che si potrebbero riassumere con il motto freudiano «Siamo persuasi della mortalità, ma di quella degli altri!», che parafraso in questo modo: «Mortali sono forse gli altri, ma certamente non il sottoscritto!»

Questa esperienza comporta un vero e proprio shock per ognuno di noi – come individui appartenenti a gruppi e questi composti da singoli membri – al quale – come in ogni lutto – può seguire una fase di negazione (si relativizza il virus e le sue conseguenze o si criticano le misure adottate dalle autorità preposte) e/o un’altra di negoziazione per propiziarsi il fato o gli dei (rituali quasi magici proprio come il lavarsi forsennatamente e ossessivamente le mani o portare la mascherina anche quando si passeggia da soli nel bosco). Dopo queste prime fasi subentrerà – se l’elaborazione del lutto avrà potuto seguire il suo corso più o meno sano – una fase di maggior angoscia o ansia depressiva, la più pesante forse da attraversare, ma che – come la palude de «La storia infinita» – è il solo passaggio verso un’accettazione dell’accaduto, un buon esame di realtà e una ritrovata capacità ad aprirsi a nuove relazioni e progetti a lutto concluso.

Come il famoso ricercatore svizzero Klaus Grawe – membro della Society for Exploration of Psychotherapy Integration SEPI – ha dimostrato nel suo meraviglioso saggio «Neuropsychotherapie», il lutto sano nell’individuo sano si conclude con un esame di realtà che non esclude un senso di speranza, ad esempio: il mio caro è morto, ma vive nel mio cuore. Un lutto che si concludesse su una posizione di sola realtà – è morto punto e basta – tende a patologizzarsi e più facilmente mantenersi tra le corde di una depressione cronica.

Molti oggi sembrano criticare – proprio per questi aspetti disumanizzanti e disumani – la globalizzazione, vista come il male, come la causa di questa velocissima onda pandemica, quella della crescita in crescita continua, che sa più di cancro anche ambientale che di tessuto sano, quella delle grandi comunità virtuali che hanno spodestato le relazioni umane vere, le uniche però in grado di prendersi cura di noi e di coccolarci nei momenti tragici, le cui immense contraddizioni sono state denudate proprio da questo virus: tutto è possibile, ovunque, per tutti e per sempre… Oggi possiamo proprio affermare che «Il re è nudo» ed è stato spogliato da una corona.

La globalizzazione è stata un processo top-down che tende a ridurre (finanza ed economia) e «omogeneizzare» le culture e le differenze individuali, mentre – al contrario – l’Universalità umana parte dal basso (bottom-up), dagli individui – le persone umane – ed in esse scopre il valore universale di ogni persona, proteggendone le specificità culturali, religiose, storiche, etc. e fondandone – anche in chiave metafisica scientifica, cfr. il prof. Gianfranco Basti della Pontificia Università Lateranense, che fonda la persona umana da un punto di vista logico-modale per esempio nel suo ultimo testo «Istituzioni di filosofia formale. Dalla logica formale all’ontologia formale» – l’inalienabilità dei dirittti: per definizione non le riduce ad una sola dimensione.

Questa innovativa visione viene portata avanti da sempre più economisti, i quali si rifanno tra l’altro a concetti come «Regioni», «BioRegioni» o al enologismo «Glocal» vs. «global».

Preferisco quindi di molto riferirmi ad una nuova possibile, da poco rifondata Universalità umana o Umanità universale, dove l’umano non viene ridotto a nulla o a poco o alienato da sé stesso. Come riferimento culturale epocale e profetico indico a tutti la lettura e l’approfondimento del testo fondamentale rappresentato dal «Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune» firmato da papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar Ahamand al-Tayyb negli Emirati Arabi Uniti – più precisamente ad Abu Dhabi – sotto gli occhi del vescovo svizzero d’Arabia, Paul Hinder.

La fase di preparazione a queste firme – durata pare un paio d’anni – il documento stesso ed il movimento che ne è scaturito può essere definito come umanista-universale, non globale, globalizzante o globalizzato, è fondato sul rispetto della persona e delle regioni del mondo. Esso ha fornito e fornisce potenti risposte e proposte sia per la crisi climatica che per quella economica e migratoria. Ma la sua rilevanza in questi tempi di crisi sanitaria si staglia forte all’orizzonte con la dinamica in ambito formativo medico ed etico. Per questa dimensione medica che maggiormente attualmente ci interessa rimando alle seguenti realtà internazionali che lavorano in sinergia:

– World Innovation Summit for Health (WISH), cfr.

www.qf.org.qa/research/the-world-innovation-summit-for-health-wish;

– Pontificia Accademia per la Vita, cfr.

press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2019/12/08/0978/01985.html;

– Global Pact on Education, cfr.

www.educationglobalcompact.org/

www.vaticannews.va/en/vatican-city/news/2020-03/global-compact-on-education-event-moved-to-october.html.

La situazione attuale sospesa tra medicina, psicologia, etica e filosofia esemplifica al meglio il fatto che questo senso di morte incombente tocca l’uomo nella sua interezza e quindi necessita la convergenza di più discipline. L’angoscia di morte descritta da Freud nel secolo scorso trova profondi riscontri nei discorsi sull’ «angustia mortis» del padre Stefano Pepe a metà del ›600, nati proprio sullo sfondo tematico del tempo quaresimale tra l’altro. «Le battaglie de gli agonizzanti» – mutatis mutandis – ben rappresentano le dinamiche conflittuali tra terrore e speranza, demoni e angeli da rileggere e reinterpretare come cifra della «condizione umana».

Il lutto – individuale e collettivo – trova proprio nel Freud ebreo la straordinaria radice della sua osservazione clinica e teorizzazione che ha trovato nella definizione di «fasi del lutto» – come abbiamo visto prima – una sua precisa collocazione psicologica: shock – negazione – depressione – accettazione (per esempio il «lasciarsi andare ritirandosi dal mondo» nel caso di un agonizzante, stato psicologico denominato decathexis dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross esperta dei complessi processi del morire e del lutto).

Il cristiano Jung – come la svizzera junghiana Verena Kast – aggiungono una quinta fase che potremmo riassumere con la «ritrovata capacità a costruire nuove relazioni». Quest’ultima fase risulta alquanto rilevante per il tema pandemico.

Oggi per colpa del virus ci siamo tuffati e nuotiamo in acque di paura, l’ansia sconfigge inesorabilmente le nostre timide speranze. Ma occorre che recuperiamo in questa esperienza un autentico Umanesimo costituito da limiti sì, ma anche da grandi potenzialità. Il virus ci fa sostare in queste regioni angosciose della mente e del corpo, ma le persone che siamo – in quanto vive e resilienti– tendono a muoversi-verso, a parlare, si cercano, si mettono o si rimetteno-in-relazione e a desiderare e sperare oltre.

In conclusione mi torna in mente la preziosa lezione del cardinale per il dialogo ecumenico Kurt Koch. Egli soleva insegnare appunto che il fatto che la vita abbia un termine la rende simile alle vacanze: sebbene sappiamo perfettamente che finiranno, non saremmo mai disposti a rinunciarvi. E proprio il trauma di questa esperienza pandemica ci obbliga a ri-attraversare questi territori per riscoprire che la vita umana è a termine e che questa presa di coscienza – dopo l’elaborazione dell’angoscia attraverso il lutto – apre a un gusto nuovo per la Vita, la sua Bellezza e la sua Intensità, proprio perché vissuta entro le sue regole di finitezza, fragilità e caducità. Un aspetto straordinario e impressionante è insito nel fatto che questa epidemia europea si inserisce – come accennavo – nei tempi della Quaresima e della Pasqua con tutta la sua simbologia inverno-primavera, plenilunio-equinozio, tenebre-luce, schiavitù-liberazione (ebraismo) e morte-vita (cristianesimo). Qui va ripresa allora la formidabile intuizione barocca – che il grande filologo della lingua italiana, il cappuccino e professore Giovanni Pozzi di Locarno ci fece riscoprire – del «risus paschalis». Esso consisteva nel portare il popolo – dopo l’astinenza quaresimale e le meditazioni sulla Passione del Cristo – a sperimentare e condividere la gioia pasquale, la gioia della Resurrezione e della Vita ritrovata. Per ottenere questo i predicatori – nella tradizione cattolica del tempo – non disdegnarono addirittura di raccontare barzellette o di far rappresentare da laici delle caricature delle debolezze umane, e tutto ciò durante l’omelia.

Insomma sembra proprio che i nostri cervelli e le nostre anime non riescano a sostare troppo a lungo – né individualmente, né tantomeno collettivamente – nel senso depressivo del morire, ma sentano «naturalmente» una spinta verso il Nuovo e la Vita che gli attende dopo un più o meno sano lutto, il superamento resiliente del trauma e la presa di coscienza che proprio questa «spinta», «pulsione» o «motivazione» (il filosofo milanese Andrea Zhok la definisce teleoclinia) ha dei limiti tutti umani, ma che non le rendono per questo meno belle, meravigliose e soprattutto appetibili in quanto essenze stesse della Vita e forse anche della Vita oltre la morte, per chi crede.

Nicola Gianinazzi*

nicola.gianinazzi@gmail.com

*Laureato in teologia e filosofia, psicoterapeuta psicoanalitico ASP, EFPP e IFP, collabora da diversi anni con l’Istituto Ricerche di Gruppo di Lugano come formatore e supervisore accreditato a livello federale nell’ambito della psicoterapia, del counseling e della gestione psicodinamica dei gruppi. Vicepresidente dell’Associazione di Psicologia Generativa della Svizzera Italiana (APGSI) e membro di comitato dell´Associazione Svizzera delle psicoterapeute e degli Psicoterapeuti (ASP).

8 Aprile 2020 | 15:03
coronavirus (357), pandemia (38), pasqua (52), riflessione (16), società (16)
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