Chiesa

Monsignor Gmür: “La mia speranza: che non si tolleri più alcun abuso”

Il summit sulla protezione dei minori segna una svolta nella Chiesa, secondo monsignor Felix Gmür, presidente della Conferenza episcopale svizzera, presente a Roma dal 21 al 24 febbraio. Estende la presa di coscienza della gravità dei fatti a livello universale e avrà delle ripercussioni concrete in Svizzera. Il vescovo di Basilea spera che la rivelazione degli scandali sfoci in una tolleranza zero effettiva nei confronti di tutte le forme di abuso commesse in seno alla Chiesa.

Quali sono le sue impressioni al termine del summit sugli abusi sessuali?
Una buona impressione generale. Sono stato testimone di una presa di coscienza universale. Gli abusi sessuali nella Chiesa non sono un problema cileno e americano, ma concernono ogni paese, ogni conferenza episcopale. Le discussioni sinodali hanno anche permesso di far emergere la complessità degli abusi. Non solamente sessuali, ma anche di potere e spirituali. Ho il sentimento che tutti i vescovi hanno preso coscienza della gravità di questi crimini.

La lotta contro questi crimini si svilupperà su più livelli. Da dove iniziare?
Un crimine deve essere denunciato e punito. Per fare ciò bisogna parlare. Durante la discussione, i vescovi africani o asiatici evocavano il loro contesto culturale: una cultura del silenzio. Un cultura anche caratterizzata dai tabù attorno alla sessualità – non si parla pubblicamente di queste cose. Se vogliamo che qualche cosa cambi nella Chiesa, bisogna che tutti abbiamo coscienza che l’abuso è un crimine. Ragione per la quale dove essere denunciato alla giustizia civile qualsiasi sia il contesto culturale.
Ma alcuni vescovi sono confrontati a una giustizia penale che non è affidabile o ad una legislazione diversa rispetto ai paesi occidentali. In alcuni paesi arabi, ad esempio, l’età legale per sposarsi è 12 anni. In questo contesto eterogeneo, è necessario che la giustizia ecclesiale sia la stessa per tutti.
Un altro elemento che mi pare essenziale: la trasparenza. È necessario rendere le procedure canoniche meno opache. Ciò implica che le vittime siano informate sull’evoluzione dei processi.

Questo summit segna una svolta nella gestione degli abusi sessuali nella Chiesa?
Si, principalmente perché estende la presa di coscienza a livello universale.

Quali ripercussioni avrà in Svizzera?
In Svizzera, molti preti stranieri che provengono da differenti culture esercitano un ministero sacerdotale. Questa summit ricorda che tutte le forme di abuso contro una persona dipendente è un crimine, non solamente in Svizzera, ma per alcuni, anche nel loro paese d’origine.
Di ritorno in Svizzera, vorrei uniformare le procedure e accrescere la trasparenza. In caso di abusi commessi da un operatore pastorale, consacrato o laico, la procedura si svolge su due livelli. A livello civile e ecclesiale, all’interno della Chiesa. A mio avviso, la giustizia ecclesiale è troppo lenta perché la procedura è “pesante”. C’è dapprima un inchiesta a livello diocesano, prima che il dossier parta per Roma dove la Congregazione per la dottrina della fede prosegue l’investigazione. Dovremmo forse riflettere a un organismo interdiocesano responsabile delle inchieste nel quale sarebbero integrati laici competenti quali psicologi, terapeuti, specialisti in comunicazione, ecc….

La pena al termine di questo genere di procedure, per i consacrati, è la revoca dello stato clericale. Delle associazioni di vittime chiedono che questa revoca sia iscritta nel diritto canonico per tutti i preti che hanno commesso un abuso e per tutti i responsabile delle Chiese che non hanno denunciato alla giustizia. Condivide questo punto di vista?
Condivido questo punto di vista per i crimini perseguiti d’ufficio dalla giustizia civile. Per quelli che non lo sono, bisogna applicare il principio di proporzionalità della pena. Per quanto concerne i vescovi che nascondono dei fatti conosciuti, devono essere puniti. Così come gli operatori pastorali, i diaconi, i religiosi che commettono un delitto. Le nostre direttive si rivolgono a tutte le persone impegnate nella Chiesa, non soltanto al clero.

Le rivelazioni di scandali nella Chiesa si susseguono. Quale impatto hanno sulla credibilità della Chiesa?
Non potremo trovare un certa credibilità senza trasparenza. Non bisogna avere paura di dire cosa sta succedendo. Bisogna punire chi abusa, non intralciare la giustizia civile, informare sulle procedure in corso. Nascondere un abuso, è violentare una seconda volta la vittima. È anche nuocere alla credibilità della Chiesa.

Nel mezzo di questa crisi, quale è la sua speranza ?
Tutte le storie fanno male. Mi scioccano e ne ho vergogna. Queste rivelazioni vengono alla luce, dobbiamo affrontarle con coraggio. Prendere sul serio le testimonianze delle vittime e capire la sofferenza. La mia speranza: che tutti gli abusi, gli abusi sessuali, abusi di potere, abusi spirituali, non sia più tollerati nella Chiesa in Svizzera e nel mondo. In fondo è una questione di fede.

(fonte: cath.ch)

Monsignor Felix Gmür, Presidente dei vescovi svizzeri e vescovo di Basilea
25 Febbraio 2019 | 13:30
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