Ticino

Misericordia e accoglienza: le due parole predicate e vissute da don Sandro

Anno scolastico 1962-1963. I seminaristi della diocesi di Lugano ricevevano la loro formazione teologica (prima di andare a Friborgo e poi, come adesso, alla facoltà di Lugano) nella sede del seminario a Besso. In quell’anno, un giovane teologo, da poco dottore in teologia svolse il suo primo corso. Tra i seminaristi c’ero anch’io; fu l’unica occasione in cui ebbi don Sandro come docente, perché subito dopo andai a Roma. Il corso era dedicato alle basi della spiritualità cristiana e, nello svolgimento, il professore dedicò molto tempo a commentare la parabola del vangelo di Luca (capitolo 15), che allora era spesso indicata come la «parabola del figlio prodigo», con un titolo fuorviante, perché metteva l’accento sul figlio maggiore sbandato e poi convertito. L’esegesi di don Sandro, senza dubbio aderente al testo, ci aprì gli occhi per una scoperta meravigliata. Gesù, più che parlare del figlio maggiore, ci presenta il padre, che poi è Dio. E’ Lui il centro della narrazione di Gesù. Don Sandro poi si fermava sul versetto 20: «Quando il figlio era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Il Padre, Dio, ha «compassione»: don Sandro insisteva sulla parola greca del vangelo, che contiene l’idea di un forte sentimento viscerale, quasi a dire che Dio ama «visceralmente». Quella lezione non l’ho mai dimenticata, e la ricordo perché esprime anche l’atteggiamento profondo di don Sandro, come uomo, prete e teologo. La sua predicazione è stata veramente un annuncio, un evangelo della misericordia di Dio. Un altro elemento fondamentale spiega il pensare teologico di Vitalini e il suo agire personale e pastorale. L’argomento della sua tesi di dottorato presentata alla facoltà di teologia di Friborgo è stato il tema dell’accoglienza nel Nuovo Testamento. In queste due parole, misericordia e accoglienza, c’è tutta la teologia e la vita di don Sandro. In lui, ricerca e insegnamento erano caratterizzate da rigore e serietà, da una forte conoscenza di S. Tommaso, ma sempre partendo dalla centralità del- la Sacra Scrittura. Don Vitalini ha anticipato la decisa affermazione del Concilio Vaticano II, secondo cui «la Sacra Scrittura deve essere l’anima della teologia». I suoi studenti lo hanno apprezzato, perché vedevano in lui la realizzazione del vero aspetto della teologia. Non un’arida disciplina, ma un’esperienza cordiale (nel senso forte, etimologico del termine) della rivelazione. Uno scrutare la Parola di Dio non per puro esercizio dell’intelligenza, ma un conoscere per vivere. Nella vita civile don Vitalini ha tanto insistito sul tema del prossimo, sulla necessità della giustizia, dell’attenzione e della accoglienza degli emarginati e più deboli. Anche questi suoi interventi, che potevano sembrare «politici» o sociali, erano esigenze che derivavano dallo sguardo teologico. Perché credere significa agire come Dio, nell’accogliere, nella misericordia.

Azzolino Chiappini, già rettore della Facoltà di teologia di Lugano

don Sandro Vitalini a Lourdes
11 Maggio 2020 | 08:16
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