Commento

Migranti: i veri cittadini globali

Immaginate se i nostri dirigenti, politici e tutta la discussa casta di potere potessero vantare una cittadinanza globale. Quali sarebbero i vantaggi? E i rischi? La mia generazione si è abituata a parlare di cittadinanza Europea, e, dagli angoli remoti dei vari paesi membri, le voci dei giovani si riconoscono nei valori dell’Unione Europea, stabiliti nel Trattato di Lisbona e nella Carta dei Diritti Fondamentali: Dignità umana, Libertà, Democrazia, Uguaglianza, Stato di diritto e Diritti umani. La promozione della pace, la lotta contro l’esclusione sociale, la ricchezza della diversità culturale e la protezione dell’ambiente sono anche obiettivi sanciti dall’UE, che ogni tanto sarebbe bene rammentare. Grazie alla crescente mobilitá (aerea, terrena, virtuale) alla facilità di comunicazione, al continuo avvicinamento culturale e linguistico, grazie ai programmi di studio bilaterali (Erasmus, Leonardo da Vinci, etc.) ed alle esperienze professionali all’estero, tanti, come me, si sentono orgogliosi cittadini europei, prima ancora di esibire qualsiasi italianità, cosa non scontata fino a qualche anni fa. Ció viene maggiormente enfatizzato per noi esiliati in terre non-UE, quando veniamo apostrofati come «voi, europei», in un certo senso come accidentali rappresentanti di democrazia, cultura e benessere.

Cosa succede, però, quando si varcano i confini della nostra culla europea? Quando ci si spinge in una dimensione globale, che rinfaccia confini, territori, che mescola tradizioni, idiomi e volti. Se viviamo svariati anni in altri paesi, siamo cittadini di cosa esattamente? Può esistere una cittadinanza globale? Oxfam e Unesco da diversi anni stanno portando avanti una campagna sull’introduzione di un modello d’istruzione nelle scuole, attraverso il quale i ragazzini riceverebbero un’educazione a una cittadinanza globale (GCED). Le diversità diventerebbero una fonte di arricchimento umano, e i programmi prevederebbero attività di coscienza ambientale, consumo responsabile, rispetto dei diritti umani individuali e sociali. Non si tratta di una materia scolastica in più, bensì di una nuova struttura educativa trasversale, da divulgare attraverso i curricula già esistenti o iniziative innovative. Secondo Oxfam la costruzione di una società più giusta, equa e solidale deve passare per la formazione di una corrente di cittadini globali. Per fare questo dobbiamo essere disposti a educare i nostri figli ad avere una mentalità cosmopolita, a partecipare attivamente alla vita comunitaria, locale e non, a dialogare con il mondo, ad indignarsi di fronte a ingiustizie, esclusioni, anche se distanti geograficamente. Perché l’educazione non dev’essere un semplice strumento di trasmissione di conoscenza, ma un diffusore di visioni alternative dello stesso mondo, e un agevolatore di competenze per esplorarle.

Essere cittadini globali vuol dire essere consapevoli del proprio ruolo di cittadino in un mondo più ampio rispetto a quello rappresentato dalla nostra routine, vuol dire assumersi le responsabilità delle proprie azioni. Il nostro mondo è una rete sempre più complessa di connessioni e interdipendenze, e non serve ricorrere al famoso effetto farfalla della teoria del caos per capire che le scelte dei potenti hanno e avranno sempre più ripercussioni per le persone e le comunità del pianeta. I decisori di domani dovranno esserne pienamente coscienti, nei loro salottini, quando decideranno le nostri sorti. La globalizzazione ha di fatto ridotto il ruolo degli Stati-nazione e molti di noi ormai ridisegnano il proprio impegno civico secondo criteri non più legati alla geografia. Le assemblee politiche popolari iniziano ad essere soppiantate da quelle virtuali (senza limiti di spazio e tempo), le votazioni per corrispondenza danno il diritto di votare agli espatriati, internet facilita la comunicazione in tempo reale, permette di partecipare a eventi e lavorare ovunque ci sia una connessione. Da una parte il mondo si rimpicciolisce, perché sempre più a portata di mano, dall’altro, però, le comunità locali (province, città, borghi) ricevono più vetrine e assumono un’importanza via via maggiore: ecco che allora, in contrasto alla globalizzazione, si parla glocalization e global citizens movements.

Vivendo in un altro continente, mi sorge più naturale pensare in questi termini. Dimentichiamoci, per un attimo, delle catene della burocrazia. Abdicare a una cittadinanza circoscritta a dei confini materiali per ospitare un’identità e una sensibilità più globale mi è sempre sembrato affascinante. Ciò non significa rinunciare alla mia nazionalità, alla mia identità locale, alla mie radici, alla mia genetica (che potrebbe riservare sorprese spiazzanti), ma semplicemente mettere in primo piano l’appartenenza a un’altra comunità, più importante, quella umana. Poi vi sono coloro che una cittadinanza globale non la scelgono, ne sono risucchiati e basta. Scappano da guerre, repressioni, carestie, sciagure economiche e sociali, indifferenza. Persone che il passaporto lo manterrebbero volentieri intatto, ma non possono. Obbligate a partire, sballottate in terre di transito, senza sapere se mai raggiungeranno le mete ripromesse. Ricevono il loro «addestramento globale» sul campo e di fatto si sentono cittadini del mondo. La maggior parte delle emigrazioni, più o meno sofferte che siano, raccolgono dentro di sé la speranza di un’evoluzione positiva, la stessa che caratterizza costantemente l’animo di un cittadino senza frontiere. Perché la strada ti scuote, a volte ti strema, ti sfinisce, ma t’insegna anche tante cose. T’insegna a ricambiare il favore dell’accoglienza che ricevi, della solidarietà di cui sei testimone.

Non sorprende, dunque, che i cittadini dei paesi emergenti siano quelli che maggiormente si identificano in globali. Un’inchiesta realizzata dalla BBC a 20 mila persone in 18 paesi mostra che il 56% delle persone intervistate nelle economie emergenti si riconosce come cittadino globale, piuttosto che di una particolare nazione. Dato spinto dalla loro voglia di espatriare e da una mente già internazionalizzata. In Nigeria (73%), Cina (71%), Peru (70%) e India (67%), il dato è segnatamente marcato. In contrasto con i dati delle economie industrializzate, dove il trend sembra andare nella direzione opposta. In Germania la percentuale arriva a un 30%, mentre solo il 54% degli interpellati si esprime favorevole all’accoglienza di rifugiati siriani. Tuttavia il record in termini nazionalistici e protezionistici lo detiene la Russia, dove solo il 23% si sente globale, e il 43% disapproverebbe matrimoni tra diversi gruppi etnici. Inutile negare che la propaganda anti-immigrazione degli ultimi anni abbia influenzato queste risposte. Ma la cittadinanza globale esiste e sta crescendo: aldilà degli slogan e delle schematizzazioni teoriche da Wikipedia, il bisogno c’é, e i giovani, oggi, hanno opportunità senza precedenti di cavalcarla. Dentro e fuori dalle scuole.

Cos’è in sostanza la cittadinanza globale? Forse, quella trama di pensieri che ti fa titubare prima di prendere una decisione importante, come un lavoro, o un voto. Come se una parte di te continuasse a vivere oltre l’oceano, oltre il deserto che hai lasciato alle spalle. Come se un ritaglio della tua mente, testarda, fosse rimasta ancorata alle strade percorse, alle città dove hai affittato una stanza, che hai esplorato in bicicletta, ai lavori duri, e a quelli che hai sfruttato per imparare una cultura, una lingua. Alle persone con cui hai condiviso sorrisi e afflizioni, alle bufere di neve ed alle spiagge disabitate, ai momenti folgoranti in cui hai capito chi non vuoi essere e chi vorresti aiutare.

Marco Grisenti (unimondo.org/banglanews)

19 Aprile 2018 | 19:00
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