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Meeting Rimini: la frenesia della società dei like

Per i giovani di oggi «ogni cosa vissuta deve essere abbandonata e sostituita dalla seguente. Si cerca di essere sé stessi nella possibilità e nei riflessi che offre la realtà virtuale, ogni nuovo like è un modo per esprimere l’esistenza», ha affermato Guadalupe Arbona Abascal, docente di Letteratura Comparata e coordinatrice Master in Scrittura Creativa all’Università Complutense di Madrid, nello spiegare il titolo della XL edizione del Meeting di Rimini (»Nacque il tuo nome da ciò che fissavi»).

«Si dice che gli algoritmi possano definire chi siamo, o che un algoritmo possa conoscere la persona meglio del padre o della persona stessa. Lo storico Harari parla di una cultura datacentrica. Si crede che il nostro io si risolva nel calcolo dei like, degli acquisti su Amazon o delle foto su Instagram. Ma i dati che lasciamo in rete sono sufficienti per definire chi siamo? Ci si cerca nelle molteplici possibilità, ma si può sperare che sia un pixel, un punto di colore, a permetterci di riportarci alla nostra origine?».

Ma se così fosse, che pixel avrebbe la realtà? «Vogliamo essere preferiti e seguiti, abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo dica. Ma Giussani invita a immaginare una nuova nascita, e per me l’esempio è centrale. Se aprissimo gli occhi ora, con una nuova coscienza, cosa sarebbe più importante, le cose che abbiamo o lo stupore di una presenza?». Per la studiosa, infatti, «il pensiero di Giussani rappresenta una svolta antropologica di tale levatura che merita di essere esaminata sempre più seriamente. Una presenza che rende le cose vive e attraenti e permette che l’io viva un incontro: questa svolta antropologica proposta da Giussani funziona».

Significativo l’episodio evangelico di Zaccheo. Gesù lo guardò e gli parlò. «Nessuno lo aveva chiamato mai così. Fu guardato, e allora visse. Per lui tutto riprese colore, nacque di nuovo, diventò sciolto e sorridente. Fu guardato da qualcuno che gli restituì la capacità di guardare tutto il resto».

 

Mostra: «San Francesco e il Sultano. L’eredità di un incontro che dura da 800 anni»

Come è tradizione al Meeting per l’amicizia tra i popoli, in svolgimento alla Fiera di Rimini fino al 24 agosto, grande spazio è dato alle esposizioni; tra queste «Francesco e il Sultano 1219-2019». Un incontro potente e inaspettato quello avvenuto 800 anni fa. Nel 1219 Francesco si reca a Damietta, in Egitto, nel pieno della quinta crociata, spinto dal desiderio di incontrare il sultano Malek el-Kamel e potergli parlare. Da lì farà ritorno in Italia illeso, stravolgendo le aspettative di molti e forse anche le sue. Quali sono gli aspetti fondamentali e straordinari dell’incontro tra Francesco e il Sultano? Quali esempi di dialogo tra cristiani e musulmani si posso rintracciare oggi? E cosa ci provoca e suggerisce quell’incontro di 800 anni fa?
La mostra racconta, proprio partendo dal contesto in cui è accaduto e dalle fonti storiche che si possiedono, l’incontro tra Francesco e il Sultano. Al centro si pongono le motivazioni che hanno spinto Francesco a intraprendere il viaggio, l’itinerario che ha percorso e infine l’incontro a Damietta. A ciò si legano le conseguenze che da questo incontro si sono generate, sia nell’immediato, come la Regola non bollata scritta nel 1221, che successivamente, come per esempio, l’insediamento dei frati francescani nei Luoghi Santi (Custodia di Terra Santa) e in altre terre del Medio Oriente, fino al Marocco e all’Egitto.

 

Ieri sera, nel secondo giorno di Meeting, si è svolto l’incontro di presentazione della mostra «San Francesco e il Sultano. L’eredità di un incontro che dura da 800 anni». Sono intervenuti Maria Pia Alberzoni, della Cattolica di Milano e padre Francesco Patton, custode di Terra Santa.

I curatori della mostra ci confermano: il Sultano al-Malik fu colpito dal Santo e, come riportano alcune testimonianze coeve, tra i due si stabilì qualcosa che non ha a che fare con la pratica del convincimento, né con quella della predica di carattere edificante. Il Sultano non si convertì alla fede cristiana. Questo dunque significa che Francesco fallì la sua missione? No, perché l’incontro con l’esponente islamico fu chiesto non per convertirlo, ma per rendere testimonianza alla verità. Francesco affronta il Sultano con un’arma nuova e antica allo stesso tempo, perché portata da Cristo: la verità come vita.

Questo il video integrale:

20 Agosto 2019 | 09:25
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