Commento

Lo stupore del Vangelo rinasce con il fuoco della missione ad gentes

12.10.2017, 18:20 / redazionecatt

Milano (AsiaNews) – Ho letto con gioia il Messaggio di papa Francesco per la Giornata missionaria mondiale (GMM) che si celebra domenica 22 ottobre. Il titolo: “La missione al cuore della fede cristiana” è uno squillo di tromba che ci scuote nella nostra indifferenza. Papa Francesco afferma che “la Chiesa è missionaria per natura; se non lo fosse, non sarebbe più la Chiesa di Cristo, ma un’associazione tra molte altre, che ben presto finirebbe con l’esaurire il proprio scopo e scomparire”.  Nel Messaggio, il nostro caro papa spiega bene e in modo appassionato i contenuti del titolo e le responsabilità che ne derivano per tutti i credenti in Cristo. Meditando e pregando, mi è venuto in mente Gesù che dice ai discepoli: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra” (Luc. 12, 49). E’ vero, la Chiesa è missionaria di natura sua, ma chi oggi accende il Fuoco della Pentecoste fra i circa due miliardi di persone (in Asia, ma anche in Africa e America Latina) che non hanno ancora ricevuto il primo annunzio della nascita di Gesù Cristo, il Salvatore dell’uomo e dei popoli?

Oggi comincia il Festival della Missione a Brescia (12-15 ottobre,  www.festivaldellamissione.it ), neI quale i  missionari,  le missionarie e gli enti ecclesiali della Missione alle Genti vogliono comunicare la loro esperienza, di  come si accende il Fuoco della Pentecoste fra i non cristiani. Il loro esempio può accendere il Fuoco anche in Italia. Il 12 dicembre 1992 ai missionari del Pime impegnati nella comunicazione sociale, il card. Carlo M. Martini diceva: «Noi vorremmo che la nostra stampa missionaria avesse sempre la forza comunicativa del Vangelo, con le notizie sulla diffusione del Vangelo. Il popolo cristiano, leggendo le riviste missionarie, dovrebbero poter esclamare: “Come sono belli i piedi del messaggero di lieti annunzi che annuncia la pace”…Ora io chiedo a voi: ridateci questo stupore del Vangelo, datelo alle nostre comunità, datelo non soltanto alle terre di missione, ma anche a noi. Siate come san Francesco Saverio tramite fra le Indie, le terre lontane e le terre d’Europa, perché questo stupore riscaldi il cuore di tutti».

Il martire della Papua

Nel 1852, due anni dopo la fondazione del “Seminario lombardo per le missioni estere” (oggi Pime), i primi missionari  partono per due lontane isolette dell’Oceania, Rook e Woodlark, che avevano scelto (volendo andare ai “popoli più lontani e abbandonati”!), mentre potevano scegliere altre missioni più vicine proposte da Propaganda Fide. Il beato Giovanni Mazzucconi, martirizzato a Woodlark nel settembre 1855, prima di partire da Milano compone e legge “La protesta di un missionario che si dedica a Dio per la conversione degli infedeli”: “Beato quel giorno in mi sarà dato di soffrire molto per una causa sì santa e sì pietosa; ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue e incontrare fra i tormenti la morte”.  Mazzucconi muore a 29 anni. Ma, un secolo e mezzo dopo, il Fuoco dell’amore appassionato a Cristo,  conosciuto con la sua beatificazione nel 1984 (c’è una sua statua sul Duomo di Milano) e la sua biografia, continuano a suscitare, in Papua Nuova Guinea e anche in Italia, numerose vocazioni sacerdotali, religiose e laicali.

Suor Ida dei bambini

Nel 2005 in India, con padre Carlo Torriani andiamo a  Vegavaram e intervisto suor Ida Moiana, nata nel 1914 a Cislago (Va) e partita per l’India nel 1948, con la prima spedizione delle Missionarie dell’Immacolata  (le suore del Pime). Suor Ida aveva 91 anni, ma era ancora giovanile. La troviamo nel cortile dell’asilo dei figli di lebbrosi mentre fa con loro un girotondo! E’ infermiera caposala, a Vegavaram da trent’anni. Racconta la sua vita di sacrifici e dice: «Se a una giovane manca la volontà di sacrificarsi e non chiede a Dio questa grazia, è meglio che non entri nemmeno da noi». Lei è contenta, nonostante le fatiche e i disagi (dormire per terra, caldo anche sopra i 40 gradi) e i ritmi intensi di lavoro. Aggiunge: «Se pensiamo agli altri allora va bene, se invece pensiamo a noi, allora la vita missionaria non vale più niente». Suor Ida ha ricevuto questo esempio dai padri e fratelli del Pime: «Posso dire che qui in India ho incontrato veramente dei santi». «I lebbrosi, dice, all’inizio mi facevano paura, poi pregando mi è passata. Quando ero in maternità, non avevamo niente e se c’era bisogno di dare ossigeno ad un bambino cianotico, lo facevo bocca a bocca. Chissà quante malattie ho rischiato di prendere, ma il Signore mi ha sempre assistita».

P. Clemente, la ‘non scelta’ dei poveri

Nel 1983 sono andato 15 giorni in Birmania (Myanmar), cinque con padre Clemente Vismara (1897-1988, di Agrate Brianza – Mi – beatificato nel 2011). L’ho intervistato a lungo più volte. Nel 1924 il prelato di Kengtung, mons. Erminio Bonetta, lo porta a sei giorni di cavallo a Monglin, in una regione montuosa e forestale abitata da tribali animisti e buddisti. Sta con lui un mese e poi lo lascia in un capannone di paglia  fango (se pioveva, dormiva con un ombrello aperto sul letto) e gli dice: ”Clemente, sviluppati”. Lui si è sviluppato. Ha abitato per sei anni in quel capannone, andava a caccia di anime e di tigri, per dare ai suoi orfani la carne.  Poi ha cominciato a costruire e ha creato a Monglin una cittadella cristiana, con alcune migliaia di battezzati e le suore italiane di Maria Bambina. Ma all’inizio cosa faceva? Ecco: “La mia linea di comportamento è sempre stata questa: essere contento dì tutto e lodare quello che avevano, i loro cibi, la loro lingua, le capanne, le usanze, almeno quelle che non fossero contrarie alla legge di Dio. E poi fare felici gli infelici.  Oggi si parla di «scelta preferenziale dei poveri» (leggo anch’io giornali e riviste che mi giungono dall’Italia). Per me non era una scelta, perché non avevo scelta. All’inizio o prendi i poveri o non prendi nessuno. Non ho quasi mai convertito gente importante e ricca, ma i rifiuti del mondo pagano: relitti umani, orfani, ammalati, gobbi, storpi, vedove, miserabili. La mia preferenza fu sempre per gli orfani. Su questi monti, per la guerriglia, la miseria, la fame, le malattie, ce ne sono in abbondanza. Uccellini senza nido, ai quali io ne offrivo uno. Sono il mio sole, la mia speranza, il mio futuro. Che mi serbino riconoscenza, poco m’importa: se stanno bene loro, sto bene pure io”.  Clemente aveva un grande dono di Dio, le sue lettere e i suoi articoli poetici, avventurosi, infiammati dal Fuoco della Pentecoste, erano e sono ancora letti e divorati in Italia e tradotti in altri Paesi, suscitando numerose vocazioni missionarie. Quando avevo 16 anni, nel settembre 1945, sono venuto al Pime di Milano dal seminario diocesano di Vercelli. Per anni avevo sognato sugli articoli di Clemente nella rivista “Italia Missionaria”.

Marcello Candia e i lebbrosi

Nel 1966, in Amazzonia brasiliana, sono stato con il missionario più conosciuto e amato in Italia. E’ Venerabile e spero presto beato e santo: il dottor Marcello Candia (1919-1983), ricco industriale dedito alle opere di carità, che dopo vari incontri con mons. Aristide Pirovano, fondatore e prelato della diocesi di Macapà, decide di andare con lui per fondare e finanziare un grande ospedale. Vende la sua industria e nel 1965 parte  per Macapà, con il Crocifisso del missionario partente sul petto. A Milano viveva in un grande e lussuoso appartamento, con diverse persone di servizio. A Macapà viveva in una stanzetta in un edificio in costruzione, con scatole, borse e baule personali portati dall’Italia ancora nel corridoio, da sistemare. I servizi igienici e la doccia nel cortile, e sul muro di cinta un rubinetto per riempire una brocca d’acqua, lavarsi e farsi la barba. Il pane non c’era tutti i giorni, la carne si vedeva poche volte, perché non c’erano frigoriferi, il formaggio (di cui era goloso) a Macapà non esisteva; il cibo base era: riso (quando c’era) e la mandioca bollita (con il gusto della segatura), peperoncino e pesci del Rio-Mar amazzonico.  Mi faceva pena. Mi dice: «Quando mi viene la nostalgia della mia casa a Milano, penso a tutte le miserie che vedo ogni giorno fra i lebbrosi e i poveri di Macapà e mi ripeto: Chi ha molto ricevuto deve dare molto. Io ho ricevuto moltissimo, incomincio a rendere qualcosa a questi poveri che mi circondano e dovrò dare tutto».
Marcello, innamorato di Gesù Cristo, vedeva nei poveri e nei lebbrosi l’immagine di Cristo: si inginocchiava di fianco a loro, li baciava, amava stare con le persone più umili.  Mi porta a visitare alcuni ammalati di lebbra di Macapà, ancora nelle loro capanne (in seguito li porterà nel lebbrosario di Marituba). C’è una vecchietta già sfigurata dalla lebbra, accudita dalla figlia in una capanna dove il fetore di carne marcia e di pus toglie il respiro. Dopo pochi minuti devo uscire all’aperto. Marcello si inginocchia accanto al letto dell’anziana signora, le parla e prega con lei.
Quando esce, gli dico che l’ammiro per quel gesto così spontaneo ed eroico. Risponde: «Vedi, se con l’aiuto di Dio non mi sforzassi di vedere Gesù in tutti i poveri che incontro, ritornerei subito in Italia. Pregando chiedo sempre questa grazia. Non è facile vivere qui, ma questa è la via che il Signore mi ha indicato e la percorro con la gioia che mi viene da Dio».
Ancora un aneddoto. Ogni anno a dicembre, Marcello tornava in Italia e abitava con noi del Pime o dalle sue sorelle e fratello. Padre Giacomo Girardi, il giornalista Giorgio Torelli e io gli preparavamo gli incontri in parrocchie, centri culturali e le interviste con giornalisti e radio-Tv. Una volta l’ho portato alla Tv di Rai Uno. Il giornalista lo presenta e dice:  «Lei è innamorato dei poveri e dei lebbrosi, ci racconti di quando è andato nel lebbrosario di Marituba». «Scusi», risponde Marcello, «io non sono innamorato dei lebbrosi. Sono innamorato di Gesù Cristo, che mi aiuta a vedere in ogni lebbroso e in ogni povero Gesù in Croce. Questo spiega tutta la mia vita».

Piero Gheddo – AsiaNews

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