Ticino

Lo psicologo sulla Lettera pastorale di mons. Lazzeri: i «laboratori di speranza», una proposta al passo coi tempi

In questi giorni sono riuscito a leggere la recentissima lettera pastorale del vescovo di Lugano, che ha stimolato in me diverse riflessioni assonanti. La prima riguarda il fatto fondamentale che la fiducia esistenziale, di cui si compone anche la radice della parola «fides», è in grado di contrastare le ambiguità tossiche nelle quali siamo immersi quasi più in queste settimane che non in primavera: richiami che si muovono entro l’ampia gamma che spazia tra la prudenza, la paura e la fobia verso gli altri, messaggi altrettanto pervasivi che vogliono motivare al coraggio del rilancio, della ripresa e dei consumi. Direi che tutto è lecito e legittimo, ma il messaggio complessivo che riceviamo risulta dissonante. L’incertezza e la fragilità sono così profondamente umane, che solo partendo da esse progetti, intenzioni e fatti risultano affrontabili: la fiducia, fino alla fede, tesse una tela che contiene i lembi che vanno dalla paura al coraggio e rende profondamente umana la persona. Oserei dire che questa affermazione vale anche fino al suo «limite tendente a 0» di una «fiducia esistenziale personale nel nulla». In quanto persone umane – esseri psicosomatici – la realtà ci interroga col mistero e con avvenimenti come la pandemia ancor più, perché forse prima ci eravamo illusi di vedere la realtà o di potercela rappresentare a piacimento, solida, fissa e «concreta»: mi stupisce sempre quanto ogni persona che incontro nel mio studio – piccola o grande – sia stata invece «toccata-plasmata» nella sua storia assolutamente individuale – anche clinica – da questo virus. Mi ha colpito infine – da psicoterapeuta – il lancio in questa lettera da parte del vescovo Lazzeri dell’idea dei «Laboratori della Speranza» che non ritengo per niente in antitesi con il realismo come ho cercato di descriverlo poco sopra. Un esempio, fra i tanti, in ambito psicotraumatologico lo trovo in un famoso libro di Klaus Grawe, ricercatore all’Università di Berna. Grawe affermava – dati scientifici alla mano – che proprio nel lutto, il realismo nudo e crudo correla più con la depressione che non con una vita mentale più o meno sana: il corpo-cervello-mente necessita di motivazione e di un «velo», un «filo» di speranza per essere e restare sano. Per fare il suo mestiere insomma.

Nicola Gianinazzi, Associazione svizzera degli psicoterapeuti e delle psicoterapeute

28 Settembre 2020 | 15:32
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