Ticino

Letture evangeliche verso la Pasqua 2021 (VII)

a cura di Ernesto Borghi, coordinatore della Formazione Biblica nella Diocesi di Lugano

DOMENICA DI PASQUA

Concludiamo per ora il contributo alla riflessione sulle letture evangeliche domenicali dei riti cattolici romano e ambrosiano per www.catt.ch Auguriamo alle lettrici e ai lettori di queste traduzioni e dei commenti relativi di riuscire a vivere, sempre più e sempre meglio, secondo l’amore del Dio di Gesù Cristo manifestato in modo culminante dalla risurrezione del Signore.

Giovanni 20,1-91 (rito romano – commento di Luciano Zappella2)

La macrosequenza della passione (capp. 18-19) si conclude con il resoconto, sobrio e delicato, della sepoltura di Gesù, un’operazione che si svolge poco ore dopo la sua morte e che viene compiuta da due discepoli. Spicca l’assenza del discepolo prediletto, che farà la sua comparsa all’inizio del cap. 20.

38Dopo questi fatti, Giuseppe di Arimatèa – quello che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei – domandò a Pilato di togliere il corpo di Gesù. E Pilato lo permise. Venne, dunque, e tolse il suo corpo. 39Venne anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – portando una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre3. 40Presero dunque il corpo di Gesù, e lo legarono4 con bende di lino insieme agli aromi, come è abitudine, per i Giudei, di seppellire. 41C’era, nel luogo dove era stato crocifisso, un giardino, e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era mai stato posto. 42Là dunque, a motivo della Parasceve dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino, posero Gesù.

201Nel primo (giorno) della settimana5, Maria la Maddalena va di buon mattino, quando ancora era buio, e vede la pietra tolta via dal sepolcro. 2Corre allora e va da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e dice loro: «Hanno tolto via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

3Uscì dunque Simon Pietro e l’altro discepolo, e andavano verso il sepolcro. 4Correvano tutti e due insieme, ma l’altro discepolo corse avanti6 più velocemente di Pietro e arrivò per primo al sepolcro 5e, chinatosi, vede le bende per terra, ma non entrò. 6Arriva dunque anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e guarda le bende che stanno (per terra) 7e il sudario – che era sulla sua testa – che non era con le bende per terra, ma fuori, perfettamente arrotolato7 in un unico luogo8. 8Allora dunque entrò anche l’altro discepolo, quello che era arrivato per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Non avevano infatti ancora capito la Scrittura (la quale dice) che egli deve9 risuscitare dai morti. 10Se ne andarono via dunque, di nuovo, i discepoli, (tornando) sui loro passi10.

v. 38: L’espressione «dopo questi fatti» sottolinea lo stretto collegamento cronologico – la sepoltura avviene nel giro di poche ore – e teologico – la sepoltura è la fine – con quanto narrato in precedenza. Giuseppe d’Arimatea compare anche in tutti i racconti sinottici (cfr. Mt 27,57; Mc 16,43; Lc 23,51), mentre Nicodemo (cfr. 3,1; 7,50) è una presenza solo giovannea. La glossa esplicativa a beneficio del lettore («quello che in precedenza era andato da lui di notte») parrebbe superflua se non fosse per la specificazione temporale («nuktòs»). Le tenebre pongono entrambi al riparo da sguardi indiscreti, ma al tempo stesso li rivelano come gli unici due che si sono presi cura del corpo di Gesù, sfidando le leggi di purità, tanto più alla vigila della festa di Pasqua. Discepoli marginali entrambi, esempi di nicodemismo, ma, contrariamente ad altri discepoli, capaci di venire allo scoperto.

La sepoltura viene dunque effettuata di nascosto, ma non clandestinamente: per non commettere un delitto di lesa maestà, visto che il cadavere dei condannati apparteneva, formalmente, all’imperatore, Giuseppe d’Arimatea chiede a Pilato l’autorizzazione a «togliere il corpo di Gesù». Il verbo «togliere» (àirô) compare in due passi significativi del racconto giovanneo: quando Gesù, presentandosi come il buon pastore, afferma: «nessuno mi toglie (àirei) la vita, ma io la depongo da me» (10,38) e quando i giudei gridano a Pilato: «toglilo, toglilo (âron âron), crocifiggilo!» (19,15). Certo, nella percezione di Giuseppe (e di Nicodemo) togliere Gesù dalla croce significa sottrarlo non alla morte, ma al potere romano. È quindi un gesto di pietà e di affetto.

v. 39: Morto da malfattore, Gesù viene sepolto da re. Non si spiegherebbe altrimenti l’enorme dispendio di sostanze cosmetiche (ben 32 chili!) che Nicodemo ritiene di dover utilizzare per la sua sepoltura. Che tipo di comprensione emerge da tale dettaglio apparentemente superfluo? È quella di Nicodemo che, nel racconto dell’evangelista, è probabilmente convinto di onorare le spoglie mortali del re dei Giudei, il cui titolo campeggia in cima alla croce, un re carismatico ma pur sempre umano? In questo caso, forse Nicodemo non si ricorda che nel suo colloquio notturno con Gesù era stato invitato a nascere da acqua e spirito per poter entrare nel regno di Dio (cfr. 3,3-5). Oppure è la comprensione dell’evangelista che, nel gesto di Nicodemo, invita il lettore a trascendere un’idea mondana di regalità, sulla scorta di quanto Gesù stesso ha dichiarato a Pilato (cfr. 18,37)? In questo caso, la squallida parodia dell’incoronazione regale inscenata dai soldati in 19,1-3 costituisce un’ironica anticipazione della vera intronizzazione di Gesù rappresentata dalla croce (cfr. 12,32).

v. 41: Altri due dettagli apparentemente insignificanti: il fatto che il sepolcro destinato a contenere il corpo di Gesù sia a sua volta «contenuto» in un giardino (kêpos) e il fatto che sia un sepolcro intatto (kainòn). In quanto re, e di una regalità anche terrena, Gesù non può che essere deposto in un sepolcro incontaminato, dopo essere stato unto (mentre si sa che i morti per crocefissione venivano gettati in fosse comuni). La presenza del giardino, oltre a essere ricca di richiami intertestuali (il giardino dell’Eden e quello del Cantico dei cantici), costituisce un bellissimo esempio di inclusione. La sequenza della passione e morte si era infatti aperta in un giardino (hopou ên kêpos: 18,1): consegnato ai giudei in un giardino, il corpo di Gesù, dopo essere passato – letteralmente – di mano in mano, viene accolto in un sepolcro collocato in un giardino (ên… hópu… kêpos). Il cerchio si chiude: il giardino della cattura di Gesù, preludio alla sua morte, trascolora nel giardino della sepoltura, preludio della sua risurrezione (cfr. 20,15).

vv. 1-2: La sequenza si svolge nel medesimo giardino e si apre con una notazione temporale troppo dettagliata per essere casuale. È ancora notte, non è ancora giorno. È un frangente in cui le tenebre non hanno ancora fatto spazio alla luce. Il lettore del vangelo secondo Giovanni conosce benissimo l’importanza della dialettica luce / tenebre nel suo racconto, a partire dal Prologo. È la condizione dell’umanità sospesa tra fede e incredulità, tra accettazione e rifiuto.

Maria di Magdala non si reca al sepolcro per ultimare le operazioni di sepoltura, che erano state già state concluse. Ci va probabilmente solo per piangere e per consolarsi con qualche ricordo. Il suo orizzonte di attesa è ancora contrassegnato dal lutto. Lo dimostra il fatto che teme di aver subito una seconda privazione. Le basta infatti vedere la pietra tolta via dal sepolcro (ancora il verbo àirei) per convincersi che il corpo di Gesù sia stato trafugato (àirei). Come è tipico della fede, ella crede senza vedere, ma, secondo una logica umana, crede di vedere. Il confronto e la ricerca di conforto con i due discepoli si impongono.

vv. 3-7: A questo punto, Giovanni mette in scena una vera e propria pedagogia del credere o un mini trattato di semiotica. Il lettore – come Maria e i due discepoli – è quasi frastornato dalla quantità di segni che è chiamato a decifrare. Si noti la concitazione dei movimenti (uscire, andare, seguire, correre, entrare), la dialettica delle percezioni (vedere, guardare, credere), ma soprattutto la disposizione delle bende e del sudario che sembra contenga ancora la testa, tutti segni, che smentendo l’idea del furto, richiedono un di più di visione.

vv. 8-10: Tale visione appartiene al discepolo amato, autentico interprete dei segni, e che viene espressa da una coppia verbale (èiden kài epìsteusen) che suggerisce una immediata successione temporale e un processo unitario (vedere e credere costituiscono un tutt’uno). Egli crede non a motivo di ciò che ha visto, ma di ciò che non ha visto, crede cioè che il vuoto della tomba non certifica un’assenza. È questa la fede pasquale, una fede che è nutrita dalla rilettura della Scrittura alla luce della vicenda terrena di Gesù. I discepoli tornano, Maria resta. Di cosa avranno discusso per via? Il finale della sequenza suscita nel lettore non pochi interrogativi, che saranno sciolti nel prosieguo del racconto.

Giovanni 20,11-18 (rito ambrosiano – commento di Elena Chiamenti11)

11Quanto a Maria, se ne stava vicino al sepolcro, fuori, piangendo. Mentre dunque stava piangendo, si chinò verso il sepolcro 12e contempla due angeli in bianche (vesti), seduti l’uno dalla parte della testa e l’altro dalla parte dei piedi, dove era stato (posto) il corpo di Gesù. 13Ed essi le dicono: «Donna, perché piangi?». Dice loro: «Si sono presi il mio Signore e non so dove lo hanno posto». 14Detto questo, si voltò indietro e contemplò Gesù che stava (lì) in piedi; e (ella) non sapeva che era Gesù.

15Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Lei, pensando che fosse il custode del giardino, gli dice: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io me lo prenderò». 16Dice a lei Gesù: «Maria!». Voltatasi, ella gli dice in ebraico: «Rabbunì!», che (tradotto) si dice: Maestro! 17Le dice Gesù: «Non continuare a tenermi12; infatti non sono ancora salito presso il Padre. Ma va’ presso i miei fratelli e di’ loro: «(Io) salgo presso il Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»». 18Viene, Maria la Maddalena, annunciando ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche quelle cose (che egli) le aveva detto.

vv. 11-12: Maria viene descritta nella sua affranta staticità presso il luogo che la lega a Gesù e le lacrime esprimono il profondo sentimento che prova. Il gesto di chinarsi verso il sepolcro dice la sua ricerca che, pur immersa nel pianto, è un primo passo oltre la rigidità della sua prospettiva disperata. Il risultato è quello di vedere due angeli che stanno nel posto dov’era il cadavere di Gesù. La loro presenza ha una chiara portata epifanica ed è il segno dell’assistenza divina nel momento del dolore e del lutto.

v. 13: Gli angeli pongono alla donna una domanda che vuole esplicitare la posizione errata della sua ricerca: «che cosa cerchi?». Nelle sue parole Maria sembra effettivamente voler trovare «una cosa» che le appartiene, non una persona. Il possessivo «mio» dice il suo attaccamento a Gesù e l’esclusività della relazione che ella pensa di poter attuare con l’amico che ha amato e conosciuto fino a poco prima.

vv. 14-15: Gli occhi di Maria sono talmente attenti a quel Gesù di cui ha memoria che non le permettono di riconoscerlo davanti a lei in una diversa condizione. La domanda del Risorto aiuta la donna a orientare la sua ricerca verso una persona (»chi cerchi»). Maria implora il suo interlocutore di poter almeno avvicinare il corpo del suo amico. Pare disposta a tutto pur di vederlo ancora una volta morto: il suo desiderio è orientato verso la tomba della morte e ha bisogno della chiamata del Signore per volgere lo sguardo al Vivente.

vv. 16-17: Gesù Risorto vuole essere riconosciuto; per questo chiama la donna per nome. Maria riconosce il suo Maestro e affettuosamente risponde. Il Signore è vicino a lei ma le chiede di non aggrapparsi a lui: Maria comprende che si tratta di fare i conti con una nuova forma di vicinanza. Ella deve smettere di pensare che Gesù sia qualcosa che si possa tenere per sé: egli deve salire al Padre perche dall’alto della sua condizione celeste può garantire l’autentica comunione di Maria (il credente) con Dio e coi fratelli.

v. 18: Infatti la scena si conclude con l’annuncio alla comunità da parte della donna e dal suo linguaggio è sparito il possessivo «mio Signore», poiché Maria ha compreso la nuova condizione della Risurrezione.

Per considerare la figura di Maria Maddalena tra il testo evangelico giovanneo e le tradizioni artistiche occidentali, si ascolti e si veda la registrazione dell’incontro che propone anche l’intervento dello storico dell’arte Stefano Zuffi (Centro Scolastico Canavée, Mendrisio – 30 aprile 2015 – link: https://youtu.be/sItyXdR7MQk)

1 Il commento si articola, per ragioni inerenti alla correttezza e completezza culturali, da 19,38 a 20,10.

2 Nato a Trescore Balneario (BG) nel 1961, valdese, docente di materie letterarie al liceo linguistico «G. Falcone» di Bergamo èpresidente del Centro Culturale Protestante di Bergamo, nonché ideatore e curatore del sito www.bicudi.net dedicato alla didattica della Bibbia a scuola. I suoi interessi riguardano in particolare l’analisi narrativa del testo biblico. Tra le sue pubblicazioni: Bibbia e storia, Claudiana, Torino 2012; Manuale di analisi narrativa biblica, Claudiana, Torino 2014; (con Piero Stefani), Leggere la Bibbia in 100 passi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2015. Collabora con la rivista di cultura biblica Bibbia ieri e oggi.

3 Siccome la libbra corrispondeva a 327,5 grammi (cfr. nota a 12,3), le 100 libbre di mirra e aloe danno immediatamente l’idea della grandezza dell’omaggio reso a Gesù.

4 Qui il narratore ritorna sui verbi prendere e legare già utilizzati in 18,12. Ma là i soldati e le guardie, con questi due verbi, vogliono impossessarsi di Gesù per umiliarlo e poi metterlo a morte: Invece in 19,40, Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, vogliono restituire a Gesù «la sua dignità regale e onorarla a dispetto degli eventi». Così M. Nicolaci, vangelo secondo Giovanni. Traduzione e commento, in Aa. Vv., I Vangeli a cura di R. Virgili, Ancora, Milano 2015, pp. 1636-1637.

5 Della settimana. Il testo greco (qui come in 20,19) utilizza un sostantivo di origine ebraica che significa sabato e rispettivamente settimana.

6 Dopo il verbo correre, usato nella prima parte della frase, il greco utilizza qui un verbo composto: letteralmente correre-avanti.

7 La cura con la quale il sudario è stato arrotolato smentisce quindi quanto Maria temeva, e cioè che Gesù sia stato spogliato e trafugato.

8 Altra traduzione possibile: in un luogo a parte.

9 L’impiego del presente deve fa di questa affermazione l’elemento fondamentale della fede.

10 (Tornando) sui loro passi. Letteralmente: (tornando) presso di loro.

11 Laica, cattolica, sposata, vive e lavora a Verona dove è nata nel 1982. Ha conseguito la licenza in teologia biblica nel 2012 e il dottorato nella stessa materia nel 2017 presso la Pontificia Universit໫Gregoriana di Roma. Spende la sua competenza teologia e biblica soprattutto in campo pastorale-catechistico: infatti ha collaborato con alcuni Uffici Catechistici Diocesani nel Triveneto per la formazione biblica di catechisti e educatori. Con la Diocesi di Concordia-Pordenone ha collaborato alla pubblicazione del progetto catechistico-liturgico Bambini a Messa. Itinerario con famiglie e comunità (anno C), EDB, Bologna 2018 e ha pubblicato la sua tesi di dottorato dal titolo La sterile, madre di figli. La figura di Anna in 1Sam 1-2 come paradigma di maternità.

12 Il testo greco presuppone il contatto fisico di Maria con Gesù (un po’ come quello tra l’amata e l’amato in Ct 3,4).

3 Aprile 2021 | 17:21
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