Le settimane di «lockdown» vissute e raccontate da una famiglia ticinese

Ad aprile, a chi domandava come stessimo vivendo il lockdown rispondevo: «È come essere sempre di sabato!». Questo è per noi il giorno della famiglia. Non ci sono impegni regolari, possiamo allentare i ritmi e dedicarci alle nostre attività. Sono certa che risiedere nel nostro paese ci abbia permesso di essere più liberi e sereni. Guardavamo da lontano i grattacieli di Milano e ci si stringeva il cuore immaginando la loro condizione. Grazie alla presenza tranquilla e operosa di mio marito, i miei due figli maschi hanno imparato a manovrare attrezzi e fare tanti lavori pratici in campagna. Rientravano per i pasti tutti allegri e abbronzati, raccontando le loro imprese. In alcune giornate li abbiamo raggiunti anche noi donne e tutti e sei, mentre la piccola dormiva in passeggino, abbiamo tagliato e impilato tutta la legna. Ero fiera di vederli lavorare così, ognuno secondo le proprie capacità, come una squadra. Nel frattempo si dialogava su ciò che avveniva nel mondo. Ascoltavamo con apprensione il notiziario più volte al giorno. Ma ciò che ci colpiva più profondamente erano le testimonianze dirette, via videochiamata, con le mie cognate, una in Italia e l’altra in Perù. Ci aiutavano a prendere coscienza della drammaticità dei fatti, incoraggiandoci a rimanere uniti e ad affidarci a Dio, ad avere fiducia. È stato di conforto poter vivere la Pasqua e le domeniche seguendo le celebrazioni liturgiche via streaming con la Fraternità Francescana di Betania o con il vescovo di Lugano. Così, dal lato pratico, la parola d’ordine per la convivenza domestica traduceva «unità» in «collaborazione e rispetto». Sono grata per come i miei figli abbiano affrontato responsabilmente la situazione difficile e si siano impegnati seriamente nella scuola a distanza, spartendosi l’unico computer della casa. Mi rallegrava vederli giocare nuovamente insieme, raccontarsi storie, disegnare e fare lavori manuali con materiale di fortuna. Spesso mi aiutavano a cucinare o a fare altre faccende, rendendosi conto del carico di lavoro in una famiglia così numerosa. Era bello fare il pane insieme, seguendo i consigli della nostra vicina di casa. Questa famiglia amica, così vicina in ogni senso, è stata una benedizione. Hanno reso speciali i compleanni di due miei figli, con sorprese gradite. Ricordi che ora mi commuovono. Eravamo tutti più uniti, ci facevamo forza a vicenda. Gesti semplici, ma preziosi. Come la preghiera della sera. Spiegavo ai miei figli che non potevamo fare nulla per cambiare la situazione. Potevamo però cercare di vivere bene quel tempo, accogliendo con positività quanto la giornata ci presentava, come sfida d’amore. Non eravamo eroi, ma avevamo un’arma: prendevamo la corona e coll’aiuto del papà pregavamo, tutti seduti sul lettone, sotto lo sguardo del dipinto di Gesù Misericordioso.

Maria Elena Gianolli, Somazzo

25 Luglio 2020 | 15:31
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