Padre Mauro Lepori.
Chiesa
Padre Mauro Lepori.

L'Abate Lepori: la lotta agli abusi chiede sinodalità, più ruolo alle donne nella Chiesa e seminari rinnovati

03.03.2019, 06:00 / Cristina Vonzun

A Roma, in una domenica che vede la città eterna alle prese con un vento tempestoso, si conclude l’incontro sulla protezione dei minori voluto dal Papa in Vaticano.  Tra i partecipanti all’evento c’è l’Abate Generale dell’Ordine Cistercense, il ticinese Mauro Giuseppe Lepori. Poco dopo aver ascoltato il discorso conclusivo del Papa, facciamo il punto all’incontro.

Abate Lepori, quali sono state le sue impressioni durante l’incontro sulla protezione dei minori a cui ha partecipato in Vaticano, come membro del Consiglio dei Superiori Generali degli Ordini religiosi?

In generale ho percepito tra tutti i presenti una grande unità e fratellanza, anche perché ci siamo chinati insieme, uniti attorno al Papa, su una ferita grandissima. Ci sentivamo convocati dal Santo Padre nel nome di un amore alla Chiesa e di una preoccupazione per tutta l’umanità.

Il Papa nel suo messaggio conclusivo ha affermato che nella “rabbia della gente per gli abusi dobbiamo leggere l’ira di Dio”. Eppure c’è chi nella comunità ecclesiale non ha uno sguardo positivo nei confronti di coloro che sollevano il tema. Insomma, pare manchi qualcosa, non trova?
Nell’ambiente ecclesiale a volte si hanno delle reazioni di difesa, ad esempio quando si incolpano i media o gli Stati di sfruttare il tema degli abusi per attaccare la Chiesa. Abbiamo preso coscienza che anche se questo può avvenire, dal punto di vista della Chiesa ogni denuncia di questi problemi è voce di Dio, da qualsiasi parte provenga. È una correzione di cui abbiamo bisogno: accogliendola possiamo diventare un segno per gli altri, che a loro volta hanno la necessità di accoglierla. La Chiesa, che in molti suoi membri non è stata fedele alla leadership morale che Dio le ha affidato, nella scelta di reagire positivamente e con umiltà alle sue mancanze ritrova quella leadership etica che aveva perso.

Quasi vent’anni fa grazie ai gravissimi casi emersi negli Stati Uniti c’è stata una prima presa di coscienza del dramma. Sono immediatamente seguite misure e provvedimenti che via via si sono perfezionati. Eppure oggi, davanti a nuovi casi e soprattutto davanti alle storie di prelati che hanno coperto abusatori, sembra che questa presa di coscienza non ci sia ovunque nella Chiesa. Cosa ostacola il cambiamento?

Le ragioni sono nell’abuso di potere e nel clericalismo. Esistono nella Chiesa dei meccanismi non evangelici di concezione del potere che portano a forme di insensibilità alle ferite più gravi e che diventano complici di un accanirsi sul più debole e sul più fragile.

Gesù ha lottato contro il clericalismo degli apostoli: pensiamo alla lavanda dei piedi o a quando nel Vangelo si legge di coloro che volevano appropriarsi del ministero e trasformarlo in potere, in una posizione di prestigio. Pensiamo anche a quando i discepoli volevano impedire ai bambini di andare da Gesù, anche allora cadevano in un abuso di potere.

Come contrastare gli abusi di potere?
Durante l’incontro in Vaticano si è parlato molto di collegialità tra i vescovi e di “sinodalità” nella Chiesa. Anche per la formazione dei chierici si è sottolineato che deve essere sinodale. Credo che oggi è arrivato il tempo in cui la collegialità dei vescovi deve essere vissuta dentro una sinodalità, come è accaduto in questi giorni: c’erano i vescovi, ma anche i religiosi, i laici e tra loro le donne. La sinodalità non toglie nulla all’autorità teologica dei vescovi, invece le permette di esercitarsi nella verità che Cristo ha voluto, ed in particolare apre al ruolo che la donna può avere, proprio in quanto donna.

Alcune donne sono intervenute all’incontro con discorsi molto apprezzati, anche il Papa ha detto qualcosa sulla necessità di questa presenza. Lei come l’ha vissuta?
Il Papa è intervenuto sul ruolo della donna a commento di una risposta che una relatrice dell’incontro di Roma, la dottoressa Ghisotti, aveva dato ad una mia domanda: la dottoressa aveva fatto l’esempio della sua maternità, del dare alla luce un bambino. Il Papa ha ripreso le parole della Ghisotti dicendo che la “donna è immagine della Chiesa sposa, donna, madre”. Si tratta di capire che anche l’autorità gerarchica è inserita in questa natura materna della Chiesa. La presenza della donna nella Chiesa è fondamentale perché aiuta a capire come esercitare l’autorità ecclesiastica.

Nel mio Ordine, già dal 2000, le Superiore femminili (che sono la metà) partecipano a pieno titolo al Capitolo Generale e alle strutture di governo: questo ha cambiato totalmente il governo dell’Ordine. Io dico sempre “siamo passati dalla politica alla comunione”, cioè da un modo di gestire l’autorità come potere, ad un esercizio dell’autorità come cura che dobbiamo avere delle comunità e dei membri dell’Ordine. Per questo, molto naturalmente, le donne hanno assunto molto più spazio nella vita dell’Ordine.

Per esempio: io faccio quasi tutte le mie visite canoniche accompagnato da una Abbadessa, anche nei monasteri maschili. Cosa cambia? Lo sguardo. Ed è importantissimo che questo sguardo femminile ci sia, perché è un aiuto a vivere l’autorità dentro una maternità, dentro una cura, che è mille volte più feconda dell’autoritarismo.

All’incontro di Roma avete parlato di formazione dei seminaristi. Cosa è emerso?
L’ambito di formazione dovrebbe essere più comunitario, ma non solo composto da chierici: si devono coinvolgere coppie di sposi e figure femminili. Questo aiuta anche a capire come vivere il celibato che –attenzione- non è il problema della solitudine di un prete, perché un prete che si dona non è mai solo. Ma si tratta di aiutare i presbiteri a vivere il celibato dentro la comunità cristiana, e al servizio di essa. Perché questo dà fecondità al celibato. L’esempio è nel Vangelo: Gesù come ha formato i suoi apostoli? Ha creato fra loro e attorno a loro una comunità dove c’erano anche delle donne, o altri discepoli. Senza questo ambito comunitario, negli apostoli non sarebbe mai emerso quello che dicevamo prima: cioè la tentazione degli abusi di potere. Un ambito comunitario, infatti, prima o poi porta alla luce quelle che sono le immaturità umane di una persona e aiuta a maturare nel cammino di tutta la vita. I Seminari dovrebbero essere luoghi di relazione ecclesiale in cui si dovrebbe imparare a vivere il proprio essere presbitero dentro una comunità, che poi sarà la parrocchia, o altri ambiti di pastorale. Un prete è pastore di un gregge, ma dentro il gregge, non a distanza o solo con gli altri preti. Anche in questo senso il Papa ha ragione di richiamare ai pastori di “prendere l’odore delle pecore”.

Un’obiezione che abbiamo sentito in questi giorni dice che il celibato favorirebbe la pedofilia. Lei cosa pensa?
I pedofili sono tali prima di essere preti, quindi è da escludere. È vero che una vocazione al celibato che non è vissuta in una dimensione ampia di umanità, è possibile che diventi per queste persone un luogo di rifugio, o apparire come un’opportunità facile per l’abuso di potere. Ma non dimentichiamo che la maggioranza dei pedofili nel mondo sono persone sposate.

I tre voti dei religiosi (povertà, castità e obbedienza) che i preti non fanno (fanno solo la promessa del celibato) non sono però una garanzia nei confronti degli abusi di potere e delle loro conseguenze…
I tre voti da soli non bastano. Le riforme degli Ordini religiosi – non dimentichiamolo- sono partite da una ripresa della vita comunitaria reale e non da un impegno a tentare di vivere i 3 voti più seriamente. Se non hai un ambito comunitario, i voti, che sono per loro natura relazionali, diventano astratti e quindi non sono vissuti.

Gli abusi sono una tragedia, ma ora il Papa dice alla Chiesa che occorre ripartire. Francesco ha fatto un elenco delle fragilità dell’umanità di oggi mostrando una Chiesa con le sue fragilità in un mondo fragile. Occorre ripartire con molta umiltà, quindi…
In questi giorni siamo come passati da un sentimento di vergogna e di umiliazione, a vivere il problema con umiltà. Si è come passati dall’umiliazione all’umiltà. Cos’è l’umiltà? È l’atteggiamento che permette a Dio di agire nella vita delle persone e che consente un cammino di conversione. La Chiesa deve reagire così, con umiltà.

In fondo, perché ci sono state tutte queste coperture di abusi? Perché non si è accettata l’umiliazione, non la si è trasformata in umiltà.

Il Papa l’ha fatto capire in modo straordinario: questa ferita diventa ora un’opportunità di vita nuova nella misura in cui accettiamo con umiltà la situazione e accettiamo la necessità di una conversione. Non dimentichiamo che tutta la storia della Chiesa e tutta la spiritualità mistica e monastica concordano nell’affermare che l’unica realtà che sconfigge satana è l’umiltà, perché è l’unica virtù che egli non può imitare. I Padri del Deserto facevano sempre l’esperienza che è l’umiltà a sconfiggere il male. Il demonio digiuna e veglia più di tutti gli asceti, perché non mangia mai e non dorme mai, ma l’umiltà di Cristo non può sopportarla. È l’umiltà che permette a Dio di agire e sconfiggere il male. Per questo il Papa, nel suo discorso conclusivo, ha avuto il coraggio di imputare a satana l’origine di questi mali, e di richiamarci tutti ad un cammino di umile conversione.

E’ di oggi la notizia che i Vescovi svizzeri aggiornano le loro direttive in vigore da domani:

Vescovi svizzeri aggiornano le direttive sugli abusi sessuali. Oggi l’entrata in vigore

 

 

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