Ticino

La Quaresima porti con sé anche il vaccino contro l’indifferenza e la superficialità

«Quando l’amore ti tocca, poi come ti senti?» Partirei da questo brano del 1981 della grande Mina, così come l’ha definita e non a torto Papa Francesco in un recente Angelus, per condividere con i lettori l’entusiasmo di iniziare il cammino verso la Pasqua. Infatti è questo il motivo per il quale è stata pensata la Quaresima: non tanto le pratiche penitenziali, le rinuncia (qualcuno ne approfitterà per fare la dieta…) ma permettere al cuore di rischiarsi un poco in vista della grande festa della vita, quando Gesù – passando attraverso l’amarezza del tradimento, l’abbandono, il dolore e la paura della morte – inaugura un nuovo itinerario per gli uomini e le donne amati dal Signore. È inevitabile che l’esperienza del patimento e della morte si accompagni alla vita degli esseri viventi, per questo abbiamo bisogno di un antidoto contro la fatica del vivere e la certezza di dover morire nel farmaco dell’amore. Solo l’amore è capace di fortificare i nostri cuori fiaccati per ritrovare quella gioia meravigliosa utile ad affrontare il cammino, per alcuni molto impervio, della vita. Dunque, quando l’amore ti tocca…

Nelle domeniche antecedenti alla Quaresima il Vangelo di Marco ci ha presentato tre guarigioni operate da Cristo medico a favore di persone gravemente malate (Mc 1,21-28 l’indemoniato, Mc 1,29-31 la suocera di Pietro e Mc 1,40-45 il lebbroso), la Quaresima è molto di più. Infatti, se nel tempo ordinario Cristo guarisce perché mosso da compassione, la Quaresima ci chiede di essere pure noi compassionevoli verso i fratelli che soffrono e che incarnano per la nostra pochezza di fede, il Cristo visibile e sofferente. È stupendo quando Gesù guarisce non solo con la parola ma anche con il tatto e durante tutta la Quaresima noi saremo toccati da Cristo-Amore che ben conosce le piaghe e le pieghe del nostro cuore. E… come ti senti? Questa è una domanda che molti, io medesimo, ci siamo sentiti porre dopo aver passato l’infezione da Covid-19, però il «sentire» che interroga in profondità la nostra vita è qualcosa di diverso. I sintomi legati alla pandemia passano prima o poi ma ve ne sono altri che più meschinamente si nascondono nell’animo umano e se non medicati appropriatamente con il balsamo della tenerezza, rischiano di mandare in setticemia lo spirito. Chiedere a Cristo di essere guariti da lui, dal suo tocco sanificatore e dal suo sguardo carico d’amore per i suoi fratelli, implica da parte nostra di essergli accanto in quelle esperienze che hanno caratterizzato gli incontri da lui fatti e che, a mio modo di vedere, lo rendono davvero uomo come noi. Saremo con lui nel deserto, tentati da colui che farà di tutto pur di separare l’uomo dalla sua vocazione alla felicità che è Dio; con lui sul Tabor nel mentre si trasfigura, così come lo sono tanti nostri malati che non rinunciano ad essere luce fino all’ultimo e testimoni di speranza e forse, anche noi, chiedendoci come i discepoli: «cosa volesse dire risorgere dai morti» (Mc 9,10). Con lui nel mentre si oppone al commercio fatto nel tempio (meditiamo…) ed annuncia che il tempio del suo corpo sarà nuovamente riedificato dopo la sua morte e così sarà del nostro corpo; con lui nella verità dei nostri discorsi così come a colloquio con Nicodemo, fino a quando egli – elevato da terra come il serpente di bronzo nel deserto –
diventerà per il genere umano farmaco di immortalità. Con lui quando la voce del Padre lo consola con la promessa di una gloria che durerà per sempre, pur trovandosi nel qui e ora della prova e dell’angoscia, lasciando a noi, suoi inviati nel mondo a portare la speranza che viene dal suo sacrificio, l’immagine del chicco di grano che non deve restare vivo e solo ma morire per rinascere e portare frutto.

In questo difficile tempo di pandemia, stiamo ricevendo il vaccino contro il Covid-19: tanto dolore ha segnato la nostra piccola terra ticinese e molti di noi si sono dovuti congedare da persone care. Facciamo che questa Quaresima porti con sé anche il vaccino contro l’indifferenza e la superficialità che talvolta uccide più delle malattie.

Fra Michele Ravetta,
Convento del Bigorio

17 Febbraio 2021 | 11:15
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