Ticino

La pastora battista: «Fratelli tutti affronta urgenze universali ma parla meno alle Chiese»

di Lidia Maggi *

Abbiamo atteso con interesse la nuova enciclica del vescovo di Roma dedicata alla fraternità. Prima ancora di conoscerne i contenuti, sapevamo che avrebbe affrontato il tema della fraternità universale. Alla divulgazione del titolo, Fratelli tutti, è seguito un dibattito sul linguaggio inclusivo. Da voci autorevoli del mondo cattolico – una fra tutte quella di Luigino Bruni – è partito un appello per chiedere al Papa di includere anche le sorelle nel titolo. Per quanto l’attenzione al linguaggio sia tutt’altro che un problema formale, tale discussione non mi ha appassionata perché quel «fratelli e sorelle» rischiava di far perdere forza al titolo, richiamando il linguaggio esortativo, ormai stereotipato: «Cari fratelli e sorelle…». All’uscita della lettera abbiamo compreso che il titolo è una citazione evangelica: «uno solo è il vostro Maestro e voi siete fratelli tutti «(Matteo 23,8).

Riconoscere in ogni persona un fratello e una sorella

Difficile rendere ragione della complessità di un documento ecclesiale che muove il suo sguardo su scenari mondiali, proponendo analisi complesse sull’assetto economico, politico e culturale. Nella pluralità di sguardi su cui si articola la riflessione si coglie, tuttavia, dove batte il cuore della lettera: Francesco sente l’urgenza di richiamare singoli individui, politici ed economisti a riconoscere in ogni persona un fratello e una sorella. La preoccupazione per il disgregarsi delle relazioni sociali e il risorgere di ideologie identitarie inquieta le notti del Papa, rendendolo incapace di dormire sonni tranquilli. Lontano è ormai il tempo in cui il suo sonno era «come un legno»!

L’enciclica riprende la storica dichiarazione congiunta firmata dal papa e dal grande imam Ahmad Al-Tayyeb, dove con coraggio si condanna ogni forma di radicalismo e di terrorismo religioso per ribadire il ruolo delle religioni nella costruzione della pace. Mi commuove che un documento congiunto venga ripreso e sviluppato in un testo di grande autorevolezza per la Chiesa cattolica. Quanti documenti congiunti finiscono, infatti, nell’oblio, senza alcuna attenzione alla loro recezione.

L’urgenza di esortare i potenti della terra ad invertire la rotta

Lo sguardo dell’enciclica è proiettato soprattutto sull’esterno, nel tentativo di esortare i potenti della terra, la politica e l’economia ad invertire la rotta dell’attuale scenario di disgregazione, richiamando al legame costitutivo tra i diversi membri della famiglia umana. Se l’umanità si riscopre famiglia, i più deboli tra i fratelli e le sorelle saranno tutelati e non più inseriti nel tritacarne di modelli industriali che trasformano i più fragili in pezzi nella catena produttiva, se non addirittura in scarti. Parole forti, prese di posizioni chiare contro ogni forza che sottrae dignità. Analisi lucide, complesse, che rimettono al centro la convivenza civile fondata sull’amicizia sociale.

Come non condividere tale preoccupazione? Se, tuttavia, mi si concede un rilievo critico, a margine dell’indubbio apprezzamento per il documento, questo è legato proprio alla complessità dell’enciclica, che sembra voler dire troppo, parlare a tutti, rischiando di non intercettare un interlocutore chiaro. A chi si rivolge? Ai potenti della terra? Ai politici? A cittadini e ai cristiani?  Poiché se gli interlocutori sono i leader del mondo, come convincere proprio coloro che battono le strade del profitto e della mercificazione umana? Quanti, nelle Chiese, da sempre si spendono per strappare la fede alle ristrettezze dell’esperienza individuale, separata dall’agone politico, si sentiranno rafforzati, ma cosa ne è di coloro che non si riconoscono in queste urgenze, rubricandole come troppo mondane?

Per convincere gli avversari e conquistare i cuori titubanti, papa Francesco, oltre alla sua autorevolezza guadagnata sul campo, ha in dotazione tutta la forza del suo linguaggio parabolico, ricco di immagini e metafore indelebili (Chiesa ospedale da campo, odore delle pecore…). Tutto ciò è quasi assente nell’enciclica, nonostante il testo richiami tanti discorsi pronunciati nel corso del pontificato. Peccato.

Il vero punto debole del testo, tuttavia, è aver lasciato a margine la sponda ecclesiale, su un tema particolarmente significativo per le Chiese. Nell’urgenza di parlare a un mondo lacerato, il vescovo di Roma si è concentrato poco sulle Chiese in cammino verso la riconciliazione, sui fratelli separati all’interno della stessa famiglia cristiana. Solo una manciata di righe è dedicata all’ecumenismo. Non è un problema politico quello che pongo. Un documento non può affrontare ogni tema; ma è la cosa stessa del testo – i legami fraterni – ad esigere di non sottovalutare il ruolo di laboratorio di fraternità affidato da Cristo alla Chiesa, per illuminare e contagiare in questa direzione il mondo intero. Del resto, non è proprio al soggetto ecclesiale che si rivolge la parola di Gesù evocata nel titolo? «Non chiamate nessuno Maestro… voi siete tutti fratelli«.

La critica che ha preceduto la pubblicazione della lettera, ovvero la domanda di includere anche le sorelle nel titolo, anticipava proprio questa attenzione. Parlare di fraternità universale, dimenticando le tensioni tra sorelle e fratelli all’interno della propria stessa famiglia confessionale, solleva un problema tutt’altro che linguistico. Oltre che condizione di credibilità, è esigenza evangelica di «partire da sé», operando per primi, come Chiese, quella conversione che è chiesta a tutti e tutte.

*pastora battista

23 Ottobre 2020 | 11:43
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