Chiesa

La mano della Chiesa tesa ai migranti: padre Czerny

«Siamo felici di sapere che il gesuita p. Michael Czerny, è tra i cardinali scelti da Papa Francesco. Segno di una Chiesa sempre più aperta e sempre più in cammino al fianco degli ultimi, con i migranti! I nostri auguri pieni di stima e fraterna amicizia». Lo scrive in queste ore il Centro Astalli, Servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia,  in un tweet, commentando la nomina a cardinale di p. Czerny, sottosegretario della Sezione migranti del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, annunciata domenica da Papa Francesco.

Padre Czerny è nato nell’allora Cecoslovacchia nel 1946, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1963 ed è stato ordinato prete dieci anni dopo, per la provincia canadese dei Gesuiti. Nel 1978 ha conseguito il dottorato in Studi Interdisciplinari presso l’Università di Chicago. Nel 1979, a Toronto, ha fondato il centro dei Gesuiti per la fede e la giustizia sociale e lo ha diretto fino al 1989 quando, in seguito all’uccisione dei gesuiti presso la Central American University (Uca), si è trasferito in San Salvador dove, nel 1991 ha ricoperto l’incarico di Vice-rettore dell’Uca e Direttore dell’Istituto per i Diritti umani del medesimo centro. Dal 1992 al 2002 ha svolto il ruolo di segretario per la giustizia sociale presso la curia generalizia della Compagnia di Gesù e, successivamente, ha operato in Africa in qualità di fondatore e Direttore dell’African Jesuit Aids Network (Ajan), rete di sostegno ai gesuiti africani impegnati a dare risposte alla pandemia dell’Hiv/Aids. Dal 2005 ha insegnato all’Hekima College, presso la Catholic University of Eastern Africa di Nairobi, collaborando con la Conferenza episcopale del Kenya.

L’impegno del gesuita è da sempre stato quello di tutelare la dignità degli ultimi; da qui la sua nomina nel 2016 a sottosegretario della Sezione migranti del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Più volte, in incontri internazionali e mondiali, è tornato a esprimere chiaramente il suo pensiero, sottolineando l’urgenza di «richiamare alla mente la vita e l’insegnamento di Gesù, vedendo in essi la sua identificazione con richiedenti asilo e migranti vulnerabili». Era questo, ad esempio, il suo auspico all’Incontro mondiale delle famiglie a Dublino un anno fa.  «Avere un posto – constatava Czerny  – è normale, anche per gli uccelli, le volpi. Non avere un posto è anormale. Ma questa anormalità, per noi cristiani, non può essere solo un fatto o un po’ di sfortuna di qualcuno». Piuttosto, avvertiva, noi siamo chiamati ad «accogliere lo straniero» e «noi» è «la mia famiglia, la nostra comunità, il nostro vicinato, la nostra parrocchia, la nostra diocesi, le nostre organizzazioni cattoliche» perché le famiglie di migranti vulnerabili «non sono solo bisognose e meritevoli della nostra misericordia. Sono anche ›noi».

Queste famiglie «possono, a loro volta, aiutare a proteggere i vulnerabili, a promuovere lo sviluppo umano integrale degli altri e potrebbero riuscire ad integrare meglio coloro che inizialmente li hanno lasciati entrare». Di qui un augurio: «Possa la nostra Chiesa imparare sempre di più ad accompagnare i migranti e diventare una Chiesa sempre migliore in grado di accompagnare tutte le famiglie in un processo di rapida trasformazione». Ed è proprio sognando questa Chiesa, che Papa Francesco ha voluto che padre Czerny fosse cardinale.

Anche negli ultimi mesi, la sua voce non ha mancato di esprimersi sulle tematiche più calde del momento. Nella Giornata contro la tratta dello scorso febbraio, riconosceva che «questa giornata presenta un appello a riconoscere un fenomeno che spesso non vediamo ma c’è. Il secondo passo è la preghiera, cioè aprire il cuore a Dio, la nostra vita a coloro che soffrono per dare una risposta umana, coordinata ed efficace a questo terribile crimine». «La Chiesa ci aiuta a riconoscere che è dovere dello Stato controllare e risolvere questo fenomeno. E mobilita una vasta quantità di volontari e soprattutto le suore che hanno il compito di recuperare le persone vittime e di scappare dalla schiavitù», aggiungeva. Evidenziando l’impegno del Papa verso il fenomeno della tratta, p. Czerny affermava quindi che «il Papa ci ha aiutato a riconoscere il problema, altrimenti rimaniamo ciechi e pensiamo che appartiene a un Paese lontano e non attorno a noi». «Lui ispira tante persone a fare ciò che può. Questo è importantissimo. Ci incoraggia a risposte efficaci. E la prima è la preghiera».

(red)

3 Settembre 2019 | 15:31
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