La docufiction del regista svizzero Milo Rau su Gesù. Un commento

Che cosa predicherebbe Gesù nel XXI secolo? Se lo è chiesto il regista svizzero Milo Rau nella sua docufiction – in questi giorni nelle sale ticinesi – «Il Nuovo Vangelo» (Germania, Svizzera, 2020), vincitore del Premio per il miglior documentario di SWISS FILMS 2021, girato in larga parte a Matera, in Basilicata, città europea della cultura nel 2019. Il regista, pluripremiato, tra i più acclamati e controversi del momento, direttore del Teatro di Gent (Belgio), per l’occasione era stato invitato dalla «Fondazione Matera Basilicata 2019» ad ambientare un film nella Città dei sassi.

Per il «Nuovo Vangelo» un nuovo Gesù

Riallacciandosi alla tradizione cinematografica delle passioni di Pier Paolo Pasolini (Il Vangelo secondo Matteo, 1964) e di Mel Gibson (The Passion of the Christ, 2004) che di Matera fecero la Gerusalemme ai tempi di Ponzio Pilato, Rau decide di produrvi una versione contemporanea del racconto della passione scegliendo come protagonista un Gesù nero: il sindacalista camerunense Yvan Sagnet che ne «Il Nuovo Vangelo» interpreta non solo il Nazareno, ma anche se stesso. Intellettuale, cattolico, ex-bracciante agricolo e attivista, arrivato a Torino nel 2008 con una borsa di studio, nel 2011 organizza nelle campagne di Nardò, in Puglia, il primo grande sciopero dei braccianti. Fu la miccia che sfociò nella legge sul contrasto al caporalato (29 ottobre 2016, n. 199, «recante disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo»).

Approccio inedito al racconto biblico

Ispirandosi alle profonde ingiustizie e contraddizioni che caratterizzano le nostre società contemporanee, la «Passione secondo Milo» offre un approccio inedito al racconto biblico. Basta uscire dalla città di Matera per imbattersi nei braccianti agricoli sfruttati a decine di migliaia nei campi di pomodoro, persone senza diritti, che vivono in condizioni disumane nei ghetti. E proprio qui, in mezzo alle baracche fatiscenti, Milo Rau è andato a cercare alcuni dei protagonisti del suo film. I dodici apostoli sono interpretati da braccianti africani, molti dei quali musulmani, ma anche da contadini italiani, che vivono sulla propria pelle i soprusi della criminalità organizzata. Ma Rau si è avvalso anche di attori professionisti. Per creare un collegamento con le due passioni mate[1]rane precedenti, ha scelto nel ruolo di Maria l’attrice Maia Morgenstern, già madre di Gesù nel film di Mel Gibson; Enrique Irazoqui, già il Cristo di Pier Paolo Pasolini, interpreta Giovanni il Battezzatore. A rivestire i panni di Ponzio Pilato è Marcello Fonte, colui che lascerà decidere la folla – composta da materani, turisti e migranti – chi liberare, se Gesù o Barabba. La folla grida: «ammazzate il negro», ed ecco che la storia di Gesù si intreccia dolorosamente anche con il razzismo (e il cosiddetto racial profiling) cui le persone di colore in Italia – e non solo – sono quotidianamente esposte.

Dignità umana al centro

Mescolando i generi, sfruttando non solo il linguaggio cinematografico, ma anche quello teatrale e documentaristico del reportage, Rau – insieme alle associazioni sindacali e caritative sul territorio – mette in scena una campagna per i diritti dei rifugiati, richiedenti asilo, disoccupati, protagonisti di un’umanità dolente. Il movimento di protesta, parte integrante della docufiction, è intitolato «Rivolta della dignità», e già durante le riprese, nella tarda estate del 2019, diventa oggetto di una campagna anche social con tanto di hashtag: #JesusIsBack, #ThisLandIsYourLand, accompagnata da un manifesto di lotta contro le moderne schiavitù che esordisce con il versetto biblico: «Non sono venuto per abolire la Legge, ma per darle compimento», tratto dal discorso della montagna (Matteo 5,17). La promozione del film si intreccia alla promozione dei diritti umani e alla diffusione di un discorso politico antirazzista e anticapitalista, che vuole rimettere al centro la dignità umana. Più difficile dire se si tratti anche di un’opera di evangelizzazione, anche se la docufiction si conclude con il significativo versetto biblico ispirato a Matteo (28,19-20): «Andate e fate discepoli tutti i popoli, insegnando loro tutto ciò che vi ho comandato. Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», appena preceduto da una rivisitazione di Isaia (9,1): «Il popolo che camminava nelle tenebre vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte, la nuova luce risplende». La «nuova» luce del «nuovo» Vangelo.

L’arte al servizio della causa

Uno dei filoni della ricerca artistica di Milo Rau è senz’altro legato al concetto di giustizia (basti pensare al suo precedente film Das Kongo Tribunal del 2017). «Senza giustizia non è possibile alcuna convivenza» ci dice il regista. «Ma dobbiamo parlare di giustizia applicata. È il motivo per cui abbiamo scelto per la nostra «Rivolta della dignità» quel famoso versetto del vangelo secondo Matteo. La legge contro il caporalato c’è, ma non viene applicata, anzi il sistema criminale dello sfruttamento dei braccianti è andato ancora peggiorando. Invece, la società civile deve poter pretendere giustizia. Di qui la necessità di un «Nuovo Vangelo», o di una rivolta della dignità, che per me sono sinonimi. Il luogo di tale rivolta non può che essere la società civile, che ha la responsabilità di verificare se la legge viene effettivamente applicata a beneficio di tutti. Nel racconto biblico, alla fine del processo contro Gesù, siamo di fronte ad un atto di verità» ci spiega Milo Rau, il quale non fa mistero del suo convinto ateismo. «La verità – continua il regista – è che sono i cittadini e le cittadine a decidere cosa sarà di lui. Ed è un messaggio che nella Bibbia ricorre continuamente: quel che succede, in fondo, dipende dalla gente. È la gente che fa o non fa accadere le cose». Pertanto, per Rau, anche la risurrezione è un atto che deve compiersi nella società civile. «Non risorge il corpo, ma deve risorgere il messaggio». E la risurrezione del Nazareno di cui parlano i vangeli è la base che può ingenerare la risurrezione del messaggio.

Intreccio di generi e filone narrativo

Tre sono i filoni narrativi che continuamente si intrecciano e si sovrappongono nel film, tesi a veicolare quel messaggio che trasforma:

– quello biblico, relativo alla predicazione di Gesù, alla relazione con i suoi discepoli, al suo arresto e processo, e naturalmente alla sua passione e crocefissione;

– quello documentaristico, relativo alla condizione dei «nuovi schiavi» nei campi agricoli dell’Italia meridionale e alla loro lotta sindacale;

– quello del making of, o backstage, che rende lo spettatore partecipe al progetto in fieri.

«Il Nuovo Vangelo», infatti, risponde all’esigenza del «Manifesto di Gent», il decalogo artistico di Milo Rau, che al punto 2 recita: «Il teatro non è un prodotto, è un processo di produzione. La ricerca, i casting, le prove e le relative discussioni devono essere resi accessibili al pubblico». Lo spettatore è continuamente invitato a sbirciare dietro le quinte. Così il regista ci rende partecipi, per alcuni istanti, alla visione della Passione del film «Il vangelo secondo Matteo» di Pasolini proiettato per i migranti della baraccopoli. Vengono esibiti i provini degli attori girati in una chiesa (alcuni dei quali sono talmente efficaci che non serve nemmeno riproporli nel filone narrativo biblico). Rau non nasconde lo scoramento del sindacalista italiano di lungo corso che, al termine di una conferenza stampa, si lamenta perché non ha parlato ai giornalisti; ci fa partecipare alla prova costume del sindaco di Matera, che, nel film, interpreta il ruolo di Simone di Cirene. L’effetto forse più potente del film si verifica quando i filoni narrativi si uniscono, quando cioè all’ingresso a Gerusalemme si sovrappone la «Rivolta della dignità»: è il corteo dei manifestanti, uomini neri in abiti biblici, guidati da Sagnet, che salgono le scale nel cuore della città vecchia e che con un amplificatore reclamano i propri diritti, mentre i turisti guardano incuriositi.

Finzione che si fa realtà

Se le produzioni di Milo Rau sono ambientate nel campo della finzione e della messa in scena, le stesse produzioni, che hanno un’inequivocabile vocazione politica, vogliono avere delle ricadute concrete, a beneficio delle realtà che va a documentare. A pochi chilometri da Matera è stata inaugurata la «Casa della dignità». Grazie ad un crowd funding e con la collaborazione del mondo dell’associazionismo e di alcune organizzazioni cristiane, una sessantina di persone, che, prima, vivevano nei ghetti, sono ora ospitate in questa nuova struttura. «Tra loro vi è anche qualcuno dei nostri apostoli», ci dice Milo Rau, che ha integrato nel suo film queste scene di «restituzione della dignità». «Documentazione utopica»: così la chiama Rau. Prendendo spunto da scenari reali, coinvolgendo testimoni in carne ed ossa – attivisti, migranti, contadini, esponenti politici, Rau produce effetti veri attraverso la finzione, effetti che hanno una reale ricaduta nella vita delle persone e nelle situazioni che va ad indagare. «La finzione – dice – è più forte della realtà, se riesce ad essere reale. È qui il miracolo del teatro».

Legittimati a proclamare la Parola

L’effetto che Rau si augura con «Il Nuovo Vangelo» è rendere visibile gli invisibili, dare voce a chi non ce l’ha. «Si stima che in Italia siano mezzo milione gli irregolari sfruttati, persone invisibili, schiavi moderni. Il «Nuovo Vangelo» in questo senso è uno spazio di «documentazione utopica»: è qui che si può collocare una rivolta della dignità. Così possono venire alla luce le loro rivendicazioni», aggiunge Rau. Egli è consapevole che la sua interpretazione della Bibbia rientri in fondo «in un filone assai tradizionale, quello cioè che lega la lotta sociale alla fede, dove i più diseredati, grazie al testo biblico, vengono presi in considerazione. Per il mio lavoro – prosegue Rau – questo è un approccio importante. Volevo un Gesù e degli apostoli che avessero un’effettiva legittimazione per proclamare la Parola. La potenza di quella parola è infinitamente più grande, se sono i diretti interessati a pronunciarla. La mia esperienza di regista che anima il racconto biblico con persone vere mi ha fatto capire il senso profondo di questo testo». A sottolineare la forza dirompente del racconto c’è anche la potente fotografia curata da Thomas Eirich-Schneider, accompagnata da musiche che rendono il film vibrante ed emozionante (tra cui brani di Mozart, Wagner, Bach e Pergolesi), incluse alcune canzoni interpretate da Vinicio Capossela.

Messaggio di liberazione e solidarietà

Dopo le riprese materane della crocefissione, nell’ottobre del 2019, Milo Rau aveva inscenato in modalità caravaggesca la deposizione dalla croce e la risurrezione di Gesù al Teatro Argentina di Roma. La rappresentazione teatrale, intesa come un’assemblea politica con una serie di «comizi» da parte degli apostoli-braccianti, ma anche di attivisti e politici, veniva prontamente filmata e sarebbe dovuta confluire nel film. Agli spettatori in sala era stato chiesto di votare il «Manifesto della dignità». Sul palco, nei panni di Giuseppe d’Arimatea, a deporre il Cristo dalla croce era stato coinvolto Mussie Zerai, il parroco eritreo candidato al Premio Nobel per la pace nel 2015, attivista per i diritti dei profughi. Prendendo spunto da Paolo di Tarso, che era giunto a Roma, la rappresentazione si era conclusa con l’augurio che il «Manifesto della dignità», a favore di una cittadinanza globale, si potesse diffondere in tutto il mondo. «L’idea era quella di rendere universale la rivolta – spiega Rau – perché non si tratta solo dei diritti dei braccianti nell’Italia meridionale. Piuttosto, volevo sottolineare che tutti possiamo diventare Cristo e diffondere questo messaggio di liberazione e solidarietà». Il regista, tuttavia, ha deciso di non inserire nella sua docufiction queste riprese: secondo Milo Rau esse risultavano stonate rispetto al racconto filmico materano. La scena della risurrezione in questa forma, sostiene Rau, non serviva allo scopo. Molto più efficaci le immagini che appaiono a conclusione del film, mentre scorrono i titoli di coda: qui si susseguono segnali di «piccole risurrezioni», come la «Casa della dignità» che ora ospita una sessantina di migranti; ma anche le passate di pomodoro della filiera etica «NoCap» (no caporalato), prodotte nel rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Co-fondatore dell’impresa agricola è lo stesso Yvan Sagnet, a cui nel film è dedicato l’ultimo frame: lo vediamo incamminarsi sotto il sole su una strada in terra battuta in mezzo alla campagna… si direbbe che sia diretto a Emmaus…

Il «Nuovo Vangelo» è una coproduzione della società tedesca Fruitmarket, della società svizzera Langfilm e dell’»International Institute for Political Murder», la società fondata da Milo Rau che opera in entrambi i Paesi.

Gaëlle Courtens, «Parola&parole – monografie», 31/2021

18 Dicembre 2021 | 07:07
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