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La «cultura dello scarto» e la tratta degli esseri umani

È una delle piaghe più gravi del XXI secolo, un crimine che distrugge l’uomo nella sua dignità e che tocca forse inaspettatamente anche la Svizzera: la tratta degli esseri umani, una delle attività criminali più lucrative al mondo e con un volume finanziario totale di decine di miliardi di dollari, che conta ogni cinque vittime un bambino, mentre ben i due terzi delle vittime sono donne. Alla luce di questo triste scenario, nel suo videomessaggio per le intenzioni di preghiera del mese di febbraio, Papa Francesco chiede a tutti i fedeli di pregare in modo particolare per questa tragedia: «Nessuno può lavarsi le mani se non vuol essere complice» ammonisce il Pontefice.

Padre Michael Czerny, Sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, è perfettamente d’accordo: «Oggi le cause a monte della tratta di esseri umani sono le logiche di sfruttamento su larga scala, sintomo della «cultura dello scarto» e di un sistema sociale, economico e culturale corrotto, al cui centro troviamo la competizione sregolata, invece che la persona umana. In realtà, la tratta è un business lucrativo, e spesso a monte vi sono persone normali, che, coscientemente o meno, lo sostengono».

Ma quali sono oggi i Paesi più colpiti? Recentemente si è parlato anche della Svizzera come luogo di transito e quindi non immune dal fenomeno… «Non deve stupire. La tratta è un fenomeno che pervade l’economia moderna mondiale. Probabilmente non c’è Paese che non sia toccato dal fenomeno. Essa è giuridicamente definita come un crimine transnazionale, ma la realtà è che vi sono vittime di sfruttamento anche a livello domestico. L’importante è imparare a riconoscerne i segnali, per potervi rispondere».

E quali sono questi «segnali»? «Il continuo incremento della competitività dei mercati costringe le imprese a tagliare i costi del lavoro, così persone vulnerabili si trovano obbligate a firmare contratti che implicano anche lo sfruttamento. Per questo, dobbiamo promuovere un modello economico più giusto, insistendo perché le grandi industrie si assicurino che non ci sia lavoro schiavizzante nelle loro catene di approvvigionamento».

Migranti-tratta, qual è il nesso? Le politiche restrittive sono una soluzione per limitare i trafficanti? «No, non lo sono affatto. Per limitare i trafficanti, bisognerebbe assicurare il diritto a rimanere nel proprio Paese di origine, eliminando le cause endemiche e congiunturali delle migrazioni forzate, oltre ad assicurare una migrazione sicura e regolare». «Il termine «schiavitù moderna» – conclude mons. Czerny – non deve indurci a pensare che questa sia meno ripugnante di quella passata».

Laura Quadri

16 Febbraio 2019 | 06:10
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