Internazionale

Katherine Johnson, una vita fra fede e scienza

«Io conto tutto, conto i passi che faccio per strada, quelli per andare in chiesa, i numeri di piatti e stoviglie che lavo, le stelle in cielo. Tutto ciò che può essere contato, io conto».

E per andare in chiesa di passi deve averne fatti tanti Katherine Johnson, morta ieri a 101 anni. La matematica e scienziata che, come viene ricordato in queste ore, «portò l’essere umano nello spazio», per oltre 50 anni ha fatto parte della Chiesa presbiteriana «Carver Memorial» di Newport News, in Virginia.

In Virginia, un po’ più a ovest, era nata nell’agosto del 1918 e fin dall’infanzia aveva mostrato eccezionali doti di calcolo. Ma la contea di Greenbrier all’epoca non garantiva l’istruzione agli studenti afroamericani oltre la scuola dell’obbligo: per questo la famiglia decise di spostarsi ancora più a ovest, nella contea di Kanawha. A scuola Johnson Brucia le tappe: diploma di scuola superiore a 14 anni e laurea in matematica e francese con lode a 18. Nel 1938, ventenne, diventa la prima donna afroamericana a studiare alla West Virginia University, selezionata per una scuola di specializzazione. Intraprende in seguito la carriera di ricercatrice e di insegnante.

Nel 1953 viene assunta dalla Naca, l’antenata della Nasa, l’agenzia aerospaziale americana, che stava espandendo il programma di ricerca e studio sulla possibilità di volare nello spazio.

Con lei altre donne afroamericane, tutte con meravigliose capacità di calcolo, costrette per diversi anni a patire varie discriminazioni, costrette a lavorare, mangiare, e usare servizi igienici differenti rispetto ai loro colleghi bianchi. Su queste vicende, e sul ruolo chiave di queste donne nel consentire i primi voli nello spazio fino allo sbarco sulla Luna, è stato prodotto un film nel 2016, «Il diritto di contare», basato sul libro omonimo di Margot Leee Shetterly.

Dal 1959 alla pensione nel 1986 Johnson ha lavorato come ingegnere spaziale, sempre alla base aeronautica di Langley Field, presso la città di Newport News, dove ha sede per l’appunto la chiesa presbiteriana da lei frequentata. Per 50 anni ha fatto parte del coro della chiesa e ha ricoperti vari ruoli operativi, spesso in ambito finanziario, data la familiarità con numeri e cifre assai più complesse, e anche a livello nazionale quale commissaria alla 187° assemblea generale della PcUsa, la Chiesa presbiteriana statunitense, la più diffusa chiesa riformata degli Usa, nel 1975.

Il pastore Brian Blount, per molti anni al tempio Carver Memorial e ora presidente del Seminario dell’Unione presbiteriana e professore di Nuovo Testamento, ha definito Johnson «una vera eroina spaziale, ma una delle persone di cui raramente si sente parlare». Blount ha parlato dell’umiltà di Johnson, ricordando di esser stato pastore per tre anni alla Carver prima di sentire da Katherine nominare i suoi lavori alla Nasa.

«È stata una meravigliosa presbiteriana, e si è prestata a qualsiasi ruolo all’interno della chiesa», ha aggiunto Blount.

Johnson esibì una leadership tecnica eccezionale ed è nota soprattutto per i suoi calcoli della traiettoria del 1961 per il volo di Alan Shepard, primo americano nello spazio e per la sua verifica del 1962 del primo calcolo di volo effettuato da un computer elettronico, in questo caso per il presbiteriano come lei John Glenn , il primo americano ad orbitare attorno alla terra, che non si fidava dei calcoli elettronici ed esigeva sempre la controprova manuale di Katherine Johnson, un «computer vivente».

È celebre forse ancora di più per i suoi calcoli della traiettoria della missione Apollo 11 del 1969, il primo viaggio umano sulla luna e per i calcoli «fatti al volo» che hanno permesso agli astronauti dell’Apollo 13 di tornare a casa sani e salvi dallo spazio.

Il pastore J. Herbert Nelson, responsabile esecutivo dell’Assemblea Generale della PcUsa, ha affermato che Johnson «ha vissuto una vita di coraggio che dovrebbe essere emulata da tutti noi che professiamo una fede in Gesù Cristo. Era una donna di fede per quanto riguarda il modo in cui concepiva il proprio lavoro, in quanto era direttamente la grazia di Dio che le permetteva di fare le cose che era in grado di fare e di essere in grado di rompere le barriere sociali e culturali con un ruolo che, francamente, non ci si aspettava che le donne afro-americane fossero in grado di svolgere. Lei e le sue colleghe hanno vissuto le loro vite in un modo che rappresentava il loro personaggio durante quel periodo di tempo. Questo è quello che tutti dobbiamo fare».

Proposto da Il Sismografo da riforma.it

Katherine Johnson
25 Febbraio 2020 | 15:27
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