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Italia. La Diocesi di Como denuncia gli effetti del Decreto sicurezza

04.05.2019, 12:34 / RedCattLQ

In questi anni nella diocesi di Como diverse comunità parrocchiali, congregazioni religiose, cooperative e associazioni laicali (circa una sessantina) hanno dato vita ad una forte esperienza di accoglienza dei richiedenti asilo (ad oggi ancora circa 400 in tutta la diocesi di Como) diffusa sul territorio, hanno messo a disposizione strutture abitative, ma soprattutto volontari (circa 200) e operatori (circa 60) che nel tempo hanno costruito un importante tessuto di accoglienza.

Tuttavia, come fa sapere la Diocesi in un comunicato il 2 maggio, questo percorso è ora stravolto dalle conseguenze del Decreto Sicurezza e dai nuovi bandi delle Prefetture per l’accoglienza dei richiedenti asilo del Governo italiano. Le Cooperative della rete Caritas (Symplokè, AltraVia, Agrisol) e le associazioni che accoglievano in abitazioni parrocchiali non saranno più in grado, visti i nuovi bandi, di dare continuità a tutte le accoglienze attualmente in essere, pur con la presenza di volontari disponibili.  La Diocesi vede così compromesso il cammino di cura delle persone, di mediazione e integrazione che ha, fino ad ora,
contraddistinto il suo impegno. Ad esempio, si sa già che verranno tagliati l’insegnamento della lingua, l’assistenza psicologica (importante per donne e ragazzi che in Libia hanno subito torture e privazioni di ogni genere), la formazione professionale, le attività sociali.

Quindi, come sottolineato anche dalle altre diocesi e Caritas italiane, si teme che si riduca l’accoglienza a «sorveglianza», «a un servizio alberghiero o simil-carcerario», dove all’inclusione si sostituisce un progetto «assistenzialistico o punitivo». La Diocesi si auspica che questo richiami lo Stato a una nuova assunzione di responsabilità, e che comunque l’abbassamento degli standard non richiami ancor di più operatori ai margini della legalità.

Ciononostante la Diocesi dichiara che cercherà di continuare ad accompagnare i soggetti più vulnerabili e coloro che stanno ultimando il loro percorso con esito positivo dal punto di vista del lavoro, dell’iterlegale, delle prospettive personali. Quindi, due appelli: “Di fronte all’inevitabile ridimensionamento dell’azione di cooperative e associazioni, chiediamo alle comunità già impegnate nell’accoglienza di proseguire in questa esperienza contando sulle proprie forze e sulla collaborazione della Caritas diocesana. Infine, chiediamo alle comunità in cui vi sia una disponibilità abitativa – sia per la chiusura di un percorso di accoglienza, sia per nuova disponibilità – di contattare la Caritas per farsi aiutare nell’avvio di esperienze di seconda accoglienza”.

 

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