dal Mondo

Isis in Estremo Oriente: una realtà poco conosciuta

07.08.2017, 18:00 / Bianca De Viso

Il mondo festeggia la liberazione di Mosul e attende quella di Raqqa. Pochi però, anzi pochissimi sanno che l’Isis ha tentacoli che raggiungono l’Estremo Oriente, e che anche lì ha una propria capitale: Marawi. Siamo nelle Filippine, meta ogni anno presa d’assalto da turisti di tutto il mondo. Da mesi, però, il Paese si sveglia con un problema che non credeva di dover affrontare, lo Stato islamico. La mattina del 23 maggio, mentre il presidente Duterte è in visita a Mosca, un nutrito gruppo di miliziani appartenente al movimento Maute, il nome dell’Isis nelle Filippine, occupa la città di Marawi, «the islamic city of Marawi», come la chiamano gli abitanti, quasi tutti musulmani. È un centro di 175 mila abitanti, capoluogo della provincia di Linao del Sur nella regione autonoma a maggioranza islamica di Mindanao. I terroristi catturano ostaggi cristiani e uccidono il capo della polizia locale. Lo Stato risponde imponendo la legge marziale, oggi ancora in vigore.

Arriviamo a Marawi la mattina presto. Se non fosse per i cartelli stradali, potremmo essere in Iraq sulla strada che conduce da Erbil a Mosul: militari ovunque, check point ogni chilometro, camion e risciò carichi di profughi. «Avete visto uno di questi maledetti?» chiede ridacchiando un militare al check point poco prima di Marawi. Con il mitra punta un cartellone con la scritta «Wanted» e sotto una trentina di volti formato fototessera. «Sono i terroristi che hanno attaccato Marawi. Memorizzateli, se li vedete da qualche parte chiamate questo numero». Tra i ritratti dei terroristi spuntano anche quelli di donne con il Niqab sollevato. A occhio tutti i ricercati sembrano filippini. Proseguendo il viaggio si notano i segni di una città in guerra: case distrutte dai bombardamenti, crateri in mezzo alla strada creati dai colpi di mortaio e auto carbonizzate.

I segni dei jihadisti  

Nelle abitazioni abbandonate si trova di tutto: album fotografici, vestiti, giocattoli, cibo andato a male, ma anche stivali da soldato e copie del Corano. Tutti oggetti che ricordano chi ci abitava, ma anche chi di recente, come i terroristi, è passato di qui. Sulle pareti, fuori e dentro le abitazioni, si legge «I love Isis» e la dichiarazione di fede dei musulmani «la ilaha illa Allah». Ci muoviamo verso «Capital», il centro logistico della missione militare a Marawi. Qui oltre ai soldati vivono decine di famiglie di profughi. Se ne stanno nei palazzi che fino a qualche settimana fa ospitavano gli uffici del Comune. «Noi abitavamo in centro e la nostra vita scorreva tranquilla», racconta Yousep, un ragazzo di 27 anni che si improvvisa barista, vendendo caffè solubile a pochi centesimi.

Ma come è possibile che nessuno si sia accorto che centinaia di civili si stavano armando? «Noi non abbiamo sentito, né visto nulla. È tutto successo all’improvviso. Secondo me i ragazzi di Maute sbagliano, hanno distrutto la nostra città, ma sono comunque fratelli, siamo tutti musulmani». Lo spirito di Yousep, parlando con altri profughi nel campo, è relativamente diffuso: molti considerano i terroristi «compagni che sbagliano».

Ma qui a Capital al momento le persone hanno altro a cui pensare: manca acqua, letti e soprattutto si rischia di essere uccisi. «I proiettili arrivano fino a qui. La gente viene colpita mentre va al bagno». Non tutti i civili sono riusciti a lasciare la città in tempo, molti sono stati fatti prigionieri, alcuni di fede cristiana, come il prete Don Suganob. Di loro arrivano poche notizie anche se il portavoce dell’esercito filippino Jo-Ar Herrera, parla di donne diventate «schiave sessuali» e di chiese e cristiani «dati alle fiamme».

In prima linea

Otteniamo il permesso di andare lungo la linea del fronte. Prima di partire, alcuni dei soldati si fanno il segno della croce. Il mezzo con cui ci muoviamo è tappezzato di foto della Madonna e crocifissi. «Noi siamo cristiani, loro no, ma fa comunque male combattere contro i propri connazionali» dice Danilo, giovane soldato arrivato da Manila. «Io non sono particolarmente osservante, ma qui…». Ma qui tutto cambia, perché il rumore delle bombe e delle mitragliatrici si fa più distinto, fino a farti sobbalzare ogni istante. Scendiamo dalla jeep e ci muoviamo a piedi. «Da qui in poi è più sicuro muoversi in piccoli gruppi senza fare rumore», ci avvertono. In un silenzio surreale corriamo da un angolo all’altro della strada, stando attenti a fare silenzio. «Se i cecchini ti sentono è facile che ti vedano, ma serve comunque sempre un po’ di fortuna», sussurra un soldato. Continuiamo veloci ancora per un paio di incroci fino a raggiungere la base a pochi metri dal fronte. I soldati nel piazzale stanno sparando colpi di mortaio: «Gliene lanciamo decine ogni giorno, ormai sono rimasti asserragliati oltre il ponte, sono circa in sessanta», dice il comandante. Sessanta non sono tanti, ma sembrano ancora ben armati: a ogni colpo dell’esercito i terroristi rispondono con altrettanta forza.

Sul blindato  

Vicino a noi c’è uno dei pochi blindati in dotazione ai militari. L’esterno è ricoperto di tavole di legno, a rinforzare la struttura del mezzo, su cui campeggiano grandi scritte con lo spray rosso «Die Isis», «muori Isis». «Non ne abbiamo tanti come questo, quasi sempre ci muoviamo a piedi». Saliamo a bordo per raggiungere il fronte. «Non muovetevi, state fermi e aspettate le nostre indicazioni. Proveremo a superare il ponte», ci dicono. In silenzio ci dirigiamo verso il fiume. Il soldato alla ralla si gira in continuazione e di tanto in tanto spara qualche colpo. Arrivati al ponte il mezzo si ferma. «È pieno di cecchini, non sempre è possibile passare», fa eco l’autista. Davanti a noi c’è la desolazione più completa, a rompere il silenzio ci sono solo i fischi dei proiettili e i colpi di mortaio.

«Non è sicuro», ripete l’autista. Il mezzo fa manovra, esita ancora fino a che il rallista, l’unico con una visuale completa, consiglia di tornare indietro. Intanto il sole è sceso, è quasi buio e tornare indietro è troppo pericoloso. Così dormiamo nella base con soldati tra i 18 e i 30 anni, tutti con poca esperienza sul campo di battaglia. I bombardamenti vanno avanti fino a notte fonda e solo una volta interrotti si riesce a prendere sonno per qualche ora. «Tra qualche giorno è finita», sussurra un soldato steso che guarda il soffitto, ma più che una constatazione sembra una preghiera.

Marco Maisano – VaticanInsider

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