Ticino

Ipocrisia, invidia e adulazione: tre ostacoli alla fede

Il brano evangelico proclamato in questa domenica è una splendida lezione che il Signore fa per riconoscere e reagire bene ad un terribile peccato, che ha conseguenze sociali terribili: l’ipocrisia.  

All’epoca dei fatti narrati in questa pagina di Matteo, l’Impero romano non controllava direttamente la Palestina, ma aveva collocato Erode figlio di Antipatro come re tributario dei Giudei. Erode non apparteneva a nessuna delle tribù di Israele, ma era proselito, cioè, da straniero, si era convertito alla religione di Gerusalemme. All’epoca di Gesù, il popolo ebraico era molto legato alla propria identità, spesso in maniera fanatica e violenta. Molti dunque vedevano Erode come un re illegittimo, convertitosi solo per compiacere i sudditi, ma in realtà soggetto della pagana Roma. I farisei dunque, dopo aver ascoltato le tante parabole di Gesù dalle quali erano stati messi in cattiva luce, decisero di ingannare il Signore. Notiamo dunque a questo punto il primo aspetto dell’ipocrita, che ne è anche causa: il desiderio del rispetto umano. Per questo motivo non vanno essi stessi a interrogare Gesù, ma inviano «i loro discepoli». Per di più, inviarono anche gli erodiani, nella speranza nascosta che Gesù potesse tradirsi condannando il tributo e, dunque, apparire ai fedeli di Erode come un nemico di Roma.

Leggiamo attentamente le parole rivolte dai discepoli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno». Ecco dunque alcuni aspetti da sottolineare. Il primo è nel tono. L’ipocrita loda coloro che vuol vedere sconfitti, magari perché spera di prenderne il posto. C’è dunque uno stretto legame tra ipocrisia e invidia: i farisei, infatti, invidiavano il «successo» di Gesù. Secondo, l’ipocrita non conosce o non stima la verità e per questo i discepoli dei farisei dicono: «sappiamo che sei veritiero». Terzo, l’ipocrisia impedisce il timore di Dio, per questo essi dicono: «insegni la via di Dio secondo verità», cioè non temono di nominare Dio pur sapendo di fare un gioco sporco. Infine, l’adulazione: «Sappiamo che non guardi in faccia a nessuno», finalizzata a insuperbire il prossimo.

Ma la reazione del Signore è opposta allo stile dei suoi interlocutori. Giovanni Crisostomo scrive, molto significativamente, che «si vede qui che i Farisei lo adulavano per perderlo, ma Gesù li confondeva per salvarli» (Giovanni Crisostomo). Dopo averli rimproverati secondo le intenzioni nascoste del cuore – «Ipocriti, perché mi tentate?» – Gesù chiede di mostrare la moneta del tributo. Su di essa, l’effigie di Cesare. «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»: non bisogna cioè confondere la dimensione morale con la dimensione politica. Dio è l’autorità morale, non Cesare. E viceversa, Cesare è la potestà politica, non Dio. C’è bisogno certamente di un dialogo tra le due sfere, ma nessuna deve arrogarsi il diritto dell’altra.

(Gaetano Masciullo)

18 Ottobre 2020 | 06:48
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