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Investire in istruzione: l'arma vincente per costruire la pace

31.01.2017, 17:46 / Redazione

di Raul Caruso
Avvenire 11 gennaio 2017

Il 2017 si è aperto con la recrudescenza di tensioni internazionali che, purtroppo, non sembrano trovare soluzioni. L’elezione di Donald Trump ha poi reso chiaro che dal punto di vista strategico si apre una nuova fase di confronto anche militare con la Cina. Nelle ultime settimane, inoltre, abbiamo letto dichiarazioni in merito al riarmo nucleare sia in Russia che negli Stati Uniti. La facile previsione purtroppo è che per alcuni Paesi si apra, e per altri si consolidi, una fase di riarmo che aumenterà il livello di insicurezza diffusa a livello globale.
Due sono i temi sul tavolo che andrebbero affrontati con urgenza. In primo luogo, sono necessarie una serie di misure di politica economica che attivino meccanismi di sviluppo nel lungo periodo per controbilanciare il peso improduttivo e distruttivo delle spese militari. In secondo luogo, non si può non affrontare il tema dell’assurda configurazione dell’industria militare nei Paesi europei che influenza in maniera significativa la capacità e la volontà politica dei governi europei di impegnarsi in una politica estera comune.
Per quanto attiene al primo aspetto, al di là delle considerazioni strategiche, come è stato evidenziato più volte su queste pagine, le spese militari sono causa di declino economico. Al fine di affrontare in maniera efficace il peso improduttivo è necessario modificare anche gli elementi che sono utilizzati nel discorso pubblico e nel dibattito politico. L’indicatore che è sovente citato nel discorso pubblico è il rapporto tra spese militari e Pil. Per i Paesi membri della Nato l’impegno dichiarato è quello di raggiungere una quota di spese militari pari al 2% del Pil. Tale misura è stata sempre un fattore di criticità nelle relazioni tra Stati Uniti e alleati europei. ‘The Donald’, non a caso, ha già fatto sapere che i Paesi europei devono rispettare una volta per tutti gli impegni presi in seno all’alleanza aumentando la propria spesa e raggiungere tale cifra.
Su questo tema, utilizzare esclusivamente tale misura, però, limita il discorso pubblico e il dibattito tra policymaker al rispetto o meno di un’obbligazione politica senza considerarne gli elevati costi sociali. Ammettendo purtroppo che nel breve periodo non sia politicamente sostenibile una politica di disarmo, è necessario quindi utilizzare misure per mezzo delle quali si evidenzino gli investimenti da porre in essere al fine bilanciare la spinta al declino derivante da accresciute spese militari. Educazione e istruzione sono i motori di sviluppo di eccellenza di lungo periodo poiché non costituiscono semplicemente ‘spese’ ma piuttosto investimenti che generano nel futuro un maggiore capitale umano e una maggiore produttività. Questo è particolarmente rilevante nei Paesi, come l’Italia, caratterizzati da un progressivo invecchiamento della popolazione in cui la spesa per l’educazione tende a diminuire a favore di servizi sanitari e previdenziali.
Un incremento dell’investimento in educazione e istruzione è peraltro tanto più urgente nel momento in cui consideriamo che la crisi dei rifugiati – creata da anni di guerre – genera nuove necessità per scuole e università che sono in prima linea nell’integrazione dei bambini e giovani che scappando da atroci conflitti e si ritrovano a dover riorganizzare le proprie vite in nuovi Paesi. Se davvero i conflitti in corso e il relativo impegno militare sono purtroppo destinati a prolungarsi, il flusso di rifugiati non si fermerà e la domanda di servizi educativi tenderà a crescere a velocità sostenuta. In ultimo, ma non meno importante, è il fatto che l’impegno militare riduce la scolarizzazione e quindi l’accumulazione di capitale umano. Carriera militare e percorso di studi universitari o di scuola secondaria superiore, sono spesso considerati come scelte alternative da parte di giovani e famiglie. In parole più semplici i giovani che si arruolano nell’esercito rinunciano agli studi, o quantomeno li ritardano. Nel lungo periodo, se l’impegno militare di un paese si mantiene costante se non addirittura in crescita, si determina una distorsione significativa nella produzione e nell’accumulazione di capitale umano e successivamente nella performance nel mondo del lavoro. Questo emerge in maniera molto chiara in una serie di studi che evidenziano inferiori performance sul mercato del lavoro di ex-soldati, sia che abbiano servito in tempi di ‘pace’ sia che siano stati impiegati in scenari di guerra.
Al fine di alimentare il dibattito pubblico su questo tema, l’indicatore che possiamo utilizzare, quindi, è il rapporto tra la spesa per l’istruzione e la spesa militare. Questo non rappresenta altro che il rapporto tra l’investimento pubblico in futuro capitale umano e in una politica che, nei fatti, crea distorsioni e decrementi nell’accumulazione dello stesso. In altre parole, tale indicatore non fa altro che evidenziare il peso attribuito dalle élite di governo al benessere delle future generazioni rispetto alle esigenze strategiche correnti. In termini pratici, per ogni euro speso in ambito militare, ogni governo dovrebbe impegnarsi a spendere un multiplo che garantisca un’adeguata compensazione al costo sociale generato dalla spesa militare. Attualmente, i Paesi con un elevato impegno militare presentano valori bassi di tale rapporto. Paesi come USA e Russia, ad esempio, hanno un rapporto pressoché simile nel 2011 intorno all’1,2. In altre parole, per ogni dollaro speso in ambito militare è stato speso solo un dollaro e 20 centesimi in istruzione pubblica. I grandi Paesi europei presentano valori al di sopra di due, indicando una spesa per l’educazione almeno due volte più grande rispetto alla spesa militare. L’Italia nel 2011 presentava un valore di 2,47, la Francia di 2,44, il Regno Unito del 2,46. Per ogni euro speso in ambito militare questi Paesi hanno speso solo poco più di due euro in istruzione.
Tra i Paesi industrializzati i Paesi virtuosi in questo senso sono la Germania con un rapporto pari al 3,63, il Giappone con 3,69 e il Canada con 4,7. Se per i Paesi più industrializzati si può immaginare che un livello desiderabile sia almeno superiore a tre, nel contempo si può anche ipotizzare che esso debba sicuramente essere più elevato per Paesi emergenti e per quelli a basso reddito. Introdurre tale indicatore nel discorso pubblico e nel dibattito politico potrebbe rappresentare una svolta significativa nell’approccio al tema dell’impegno militare. Il G7 presieduto nei prossimi mesi dall’Italia, peraltro, potrebbe essere l’occasione per lanciare l’utilizzo di questo indicatore anche nel dibattito della politica internazionale.
Il secondo tema da affrontare con decisione è quello della competizione tra i produttori di armi a livello globale. In Europa, in particolare, ci ritroviamo in una situazione apparentemente paradossale. Paesi alleati dal punto dal vista militare e politico nel contempo sostengono attraverso sussidi, finanziamenti o partecipazione azionaria diretta gruppi societari produttori nazionali di armamenti che competono nel fornire armamenti a Paesi in conflitto, dittatori e in alcuni casi anche a Paesi non in linea con le politiche dell’alleanza. I Paesi europei si ritrovano in questo paradosso che dovrebbe rappresentare una seria preoccupazione per le nostre democrazie ma che invece è stato spesso ignorato. La concorrenza nel settore degli armamenti tra grandi imprese europee di proprietà pubblica, infatti, ha generato significative rendite finanziarie ma nel contempo ha aumentato l’offerta e la varietà di armi a livello globale generando maggiore instabilità e acuendo in particolare la gravità di conflitti in regioni a noi vicine. La crisi dei rifugiati, ad esempio, spesso indicata come foriera di insicurezza per le popolazioni europee è stata generata da conflitti in cui la disponibilità anche di armi prodotte in Europa ha contribuito ad accrescere i livelli di instabilità. In altre parole, i contribuenti europei hanno contribuito in maniera inconsapevole alla propria insicurezza. Non è quindi più rinviabile il rilancio del progetto di una difesa comune europea che passi in primo luogo attraverso un’integrazione delle industrie militari nazionali. Questo può apparire un obiettivo irrealistico, se non addirittura utopico, ma è necessario che esso divenga oggetto di discussione nel dibattito pubblico e tra i policy-maker nei diversi Paesi europei.
L’avanzamento e il futuro dell’Unione Europea, peraltro, dipendono in maniera decisiva dalla capacità di sviluppare una politica estera condivisa che non può essere elaborata in assenza di una politica di sicurezza comune. Pilastro di questa non può che essere un rafforzamento della cooperazione in ambito militare a partire dalla progressiva integrazione dell’industria militare. A tal fine la ricerca di profitti da parte di imprese di proprietà pubblica nell’ambito militare deve essere fortemente scoraggiata. Del resto, se la proprietà e il sostegno pubblico di tali imprese sono tradizionalmente giustificabili alla luce delle esigenze di sicurezza, allora il raggiungimento di elevati profitti non dovrebbe essere l’obiettivo della loro gestione. Seppur scomodo, le classi dirigenti hanno la responsabilità di affrontare le ambiguità di tale situazione. Le decisioni in questo senso influenzeranno in maniera diretta il mantenimento della pace e la sicurezza delle generazioni future.
Il presente articolo è una rielaborazione a cura dello stesso autore dei contenuti del capitolo conclusivo del libro ‘Economia della pace’, in libreria dal 12 gennaio per i tipi del Mulino.

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