dal Mondo

Insediamenti ebraici a Gerusalemme Est, Shomali: non favoriscono pace

27.12.2016, 18:01 / Bianca De Viso

Arriverà con ogni probabilità domani il via libera del Comune di Gerusalemme al piano che prevede la costruzione di 618 nuove case nella parte est della città, a maggioranza araba. Soltanto venerdì scorso la risoluzione all’Onu contro le colonie ebraiche al di là della Linea Verde del 1967, passata con l’astensione degli Stati Uniti. Il premier israeliano Benyamin Netanyahu, anche sotto pressioni politiche interne, ha tra l’altro criticato l’amministrazione di Barack Obama e ha ordinato al ministero degli Esteri di “limitare” i rapporti con le ambasciate dei 12 Paesi che hanno votato a favore del provvedimento. In questo quadro, che significato assume la decisione israeliana sui nuovi insediamenti a Gerusalemme est? Risponde mons. William Shomali, vicario patriarcale di Gerusalemme dei latini:

R. – Io vedo due significati. Il primo è una risposta alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza, per dire che si rifiuta la risoluzione, continuando a costruire. Il secondo significato sarebbe quello di aumentare il numero degli ebrei a Gerusalemme e di diminuire la percentuale degli arabi, perché si vuol fare di Gerusalemme una città ebrea. E per diventare “più ebrea”, le statistiche e la demografia sono molto importanti. Non è perché adesso ci sia bisogno di case – hanno costruito tanto… – ma è per preparare l’arrivo di altri migranti ebrei dal resto del mondo: adesso molti vogliono abitare a Gerusalemme piuttosto che a Tel Aviv, specialmente i religiosi. E Gerusalemme tra poco diventerà una città di un milione di abitanti: la prima di Israele. Il commento che potrei fare è che questa decisione non favorisce la pace, perché per avere la pace bisogna rispettare le precondizioni della pace: questo punto degli alloggi e degli insediamenti è essenziale, cruciale, per i futuri negoziati e non deve essere un handicap.

D. – Che zona è di Gerusalemme?

R. – È la zona orientale. Vicino ci sono anche altri insediamenti ebrei, ma è – diciamo – una zona araba. Non è il fatto di costruire, non è il numero, oltre 600, ma è la perseveranza, il volere costruire nonostante la risoluzione delle Nazioni Unite. È questo che ha un significato politico molto grande.

D. – Qual è la reazione della gente?

R. – C’è una delusione generale, perché la pace non è favorita da questo progetto.

Della costruzione dei nuovi edifici a Gerusalemme est parla anche Maria Grazia Enardu, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Firenze.

R. – La municipalità di Gerusalemme chiaramente ha ricevuto il via libera dal governo che cerca di ricuperare, anche in termini di credibilità interna, quello che ha perso con il voto in Consiglio di Sicurezza. Gerusalemme Est è praticamente contornata da insediamenti ebraici, a parte un piccolo settore orientale. Questi insediamenti di cui si parla ora, questo rafforzamento, è nella parte sud orientale, sulla via di Betlemme, che è città assai importante non solo per la popolazione palestinese, ma anche per il suo significato storico e religioso. E’ come se si volesse mettere un punto fermo anche su questo settore.

D. – Al momento, che peso ha la risoluzione dell’Onu?

R. – La risoluzione ha un peso enorme. E’ avvenuta in modo assai strano, perché il testo era stato presentato dall’Egitto; però dietro pressioni del Presidente eletto Trump, sollecitate da Netanyahu, Il Cairo aveva ritirato il testo in cambio di promesse su futuri benefici. Ma gli altri quattro firmatari – tra cui dev’essere stata determinante la Nuova Zelanda, al fianco di Senegal, Malesia e Venezuela – hanno presentato comunque il testo, che è stato votato da tutti, con l’astensione degli americani.

D. – Netanyahu ha criticato l’amministrazione di Barack Obama, annunciando che con Trump le cose cambieranno. Sono state già avviate diverse contromisure diplomatiche, ha detto il governo israeliano. Di cosa si tratta?

R. – Ha annunciato misure come l’annullamento di alcune visite diplomatiche, il ritiro di aiuti a Senegal e Angola e soprattutto il giorno di Natale ha convocato tutti gli ambasciatori di quei Paesi che a New York avevano votato la risoluzione. Tralasciando qualunque cosa Trump possa fare – e ci sta che da Presidente possa fare meno di quello che ora dice – tutti gli altri Paesi, compresi i Paesi occidentali, europei o il Giappone o l’Australia o il Canada… potranno prendere misure sulle merci e sulle persone dei Territori, giustificandole in base al diritto internazionale e alla risoluzione Onu che dichiara gli insediamenti illegali.

(Giada Aquilino/Radio Vaticana)

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