Ticino

Il volto paterno e commosso di Dio in un dibattito all'USI

Un tema affascinante, controverso, quello del perdono, per una «società senza perdono come la nostra; in un’epoca in cui l’idea di perdonare infastidisce ed impera il giustizialismo, i monoteismi sono l’ultima frontiera del perdono». Sono forti le parole con cui il giornalista del Corriere del Ticino Carlo Silini, ha aperto martedì sera il dibattito organizzato dalla Goren Monti Ferrari Foundation, assieme alla Facoltà di Teologia di Lugano e all’Università della Svizzera italiana con il patrocinio della Città di Lugano, intitolato «Il mistero del perdono per ebrei, cristiani e musulmani».

Quando Dio si fa da parte

Prima a prendere la parola la prof.ssa Silvia Guetta, dell’Università di Firenze, esperta nello studio delle relazioni di pace: «Il tema del perdono, nella tradizione ebraica, ci richiama al senso del bene e del male, ma anche a quello della libertà e del libero arbitrio ovviamente. I testi mistici ci raccontano bene di come Dio abbia voluto lasciare la creatura libera. Nello tzimtzum, durante la creazione, Dio si «contrae» per lasciare spazio alle cose create e perché esse abbiano la loro libertà».

La maldicenza, il male peggiore

Ma che cos’è il perdono per l’ebreo? «Sostanzialmente il perdono ha una forte funzione sociale; è per il bene della comunità e il suo mantenimento che si chiede perdono. Ma se c’è un obbligo a chiedere perdono per un torto, non c’è l’obbligo a concederlo. Uno dei peccati più gravi per l’ebreo è la maldicenza. Un racconto midrashico (n.d.r tratto dal Midrash) racconta che un uomo, curioso di sapere cosa fosse il perdono, chiese a un rabbino cosa dovesse fare per riparare a tutta la maldicenza che aveva seminato. Il rabbino gli ingiunge di prendere un materasso e di farne uscire tutte le piume. L’uomo non comprende, finché il rabbino gli rivela: riparare alla maldicenza è come cercare di riprendere tutte le piume sparse, è impossibile!».

Una festa per perdonare

Il perdono è concetto tanto fondamentale nella tradizione ebraica da essere al centro di una sua festa, Yom Kippur, che letteralmente significa «coprire», coprire un danno fatto, non per occultarlo ma per espiarlo. «Durante questa festività abbiamo il tempo per renderci conto delle cose sbagliate che abbiamo fatto. La festa è preceduta da cosiddetti «giorni terribili», in cui si meditano testi sul pentimento e soprattutto si digiuna. Ma la saggezza ebraica dice che Dio non perdonerà, neanche nel giorno del Kippur, se prima non avremo risistemato le relazioni sociali che abbiamo danneggiato con il peccato e l’errore. Il concetto di perdono, per gli ebrei, è armonioso«.

Il volto materno e commosso di Dio

Quindi la parola a Madre Cristiana Dobner, monaca carmelitana e volto noto di studiosa: «Otteniamo il perdono solo quando raggiungiamo la trasparenza del cuore. Sottolineo che cuore in ebraico si può dire in due modi: lev e levav. Il levav, il cuore dell’uomo, il centro decisionale della sua persona, contiene due inclinazioni, lo jetzer ha-tov, l’inclinazione al bene; e lo jetzer hara’, l’inclinazione al male, quindi è diviso, haluq, ma chiamato a non esserlo, a unificarsi nel lev, grazie all’intimità con il Creatore. Il lev è il cuore indiviso. Anche «odiare» ha un significato diverso da come lo intendiamo noi oggi. Quando Gesù ci ingiunge, per seguirlo, di odiare anche la propria famiglia, l’espressione è iperbolica: ci sta chiedendo, in realtà, di amare meno una cosa per amarne di più un altra. E ancora: la misericordia che è attributo di Dio (»io sono il misericordioso»), indica nella sua radice ebraica, la commozione, il volto paterno di Dio che concede sempre la possibilità di reincontrarsi».

Trasgredire all’Amore

Da ultimo la riflessione dell’antropologa Maryan Ismail, legata al mondo del sufismo: «Il Corano ci presenta Allah come il Misericordioso e se l’Islam, etimologicamente, indica la sottomissione a Dio – il musulmano, letteralmente, è «colui che è sottomesso a Dio» – automaticamente ne deduciamo che il musulmano è in peccato se odia, se trasgredisce cioè a quell’Amore cui dovrebbe sottomettersi. Il male non è altro che la distanza tra sé e Allah; tutto ciò che è iniquo e non è amore mi allontana da lui».

Infedeltà d’amore

In particolare, l’Islam riconosce quattro categorie di peccato: un peccato umano, personale, sociale o di guerra. Quando nel peccato è direttamente coinvolto il rapporto diretto con Dio, è previsto un vero e proprio «rito del perdono», che prevede diversi passaggi complessi e una serie di atti di riparazione: dal digiuno all’assistenza ai bisognosi, come opere di carità, fino all’obbligo di invocare più volte il nome di Allah misericordioso e di fare un pellegrinaggio aggiuntivo oltre a quello prescritto alla Mecca. Tutto questo perché il credente deve cercare di «risottomettersi» a Dio e al suo Amore. «Così, quel termine tanto abusato, l’infedele, non è altro che è qualcuno che ha mancato di fedeltà all’amore di Dio, indica l’ingratitudine verso il creatore, non chi appartiene a un’altra confessione religiosa, questa è un’interpretazione arrivata dopo!».

Poi i «peccati sociali», e qui Maryan racconta qualcosa di molto personale: l’uccisione, durante la guerra jihadista, del proprio fratello. «È stato in quel momento che mi è stato chiesto di esercitare per davvero il perdono. Io e la mia famiglia, siamo stati gli unici a scegliere per i colpevoli, nel contesto di una guerra jihadista, l’ergastolo al posto della pena di morte. Questo per permettere a noi di perdonare e al colpevole di espiare. Chiedere la sua morte sarebbe stato un atto sterile.

Misericordia anche verso il nemico

Quindi i peccati di guerra: «Il Corano, a dire il vero, prevede che davanti al nemico ci si limiti a stordirlo, non a ucciderlo perché, così dice letteralmente il testo, se Dio avesse voluto si sarebbe fatto vendetta da solo. Solo in seguito, con la guerra jiahdista, questo versetto è stato eliminato e altre scuole, più severe di quella Sufi, hanno tradotto stordire con uccidere«.

A fine serata, alcune domande volutamente «scomode» di Silini alle interlocutrici. Alla prof.ssa Guetta la domanda: come integrare la tematica del perdono al tema della Shoha? «La Shoha non è una cosa che si possa perdonare per un semplice motivo: non è solo al singolo che ha fatto del male, ma all’intero genere umano; è un aspetto questo, molto presente nella tradizione ebraica: spesso il male che commettiamo è un’offesa all’intero genere umano». Eppure, nota Silini, in ambito cattolico le cose sembrerebbero diverse: c’è chi spera il perdono per crimini altrettanto gravi, come le crociate e la mente corre alle scuse ufficiali di San Giovanni Paolo II: «La Chiesa vuole essere corpo di Cristo, misericordia, e si è resa conto che in certi periodi storici non lo è stata. Chiedere perdono è un atto anzitutto verso se stessi, di guarigione del corpo. Sono scuse non per cucire una pezza, ma per tessere un tessuto nuovo», indica la Dobner. A Maryan Ismail, infine, la domanda più scomoda: perché i musulmani non si uniscono coralmente nel chiedere scusa quando avviene un attentato? E la risposta arriva chiara: «Nell’Islam crediamo che nessun innocente possa pagare per un altro colpevole, ma sta comunque alla coscienza del singolo. Dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, ero su tutte le foto con un cartello Je suis Charlie. Ho anche partecipato, da musulmana, al funerale di padre Hamel. Essendo tra le firmatarie dell’accordo tra lo Stato e le comunità islamiche, la mia era una voce ufficiale, rappresentavo in quel momento non solo me stessa ma l’intera comunità musulmana. In questo senso ho assunto un comportamento in controtendenza ma che spero possa fare strada».

Laura Quadri

15 Febbraio 2020 | 14:02
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