Ticino

Il vescovo di Lugano Valerio Lazzeri: «C’è un contagio che può vincere su ogni altro contagio: quello dell’Amore eterno»

Il vescovo Valeri i Lazzeri è tornato a celebrare la Santa Messa in presenza del popolo dopo chiusura imposta dal diffondersi del coronavirus. «Fare la comunione non è la garanzia di poter disporre maggiormente di Gesù per i nostri bisogni. È accogliere il Signore, che supera le porte chiuse dalle nostre paure e dalle nostre diffidenze e accettare che, con il Suo Soffio, le spazzi via, che Egli faccia della nostra vita una missione nella Sua». Ha ricordato durante l’omelia per la Solennità della Pentecoste, celebrata domenica 31 maggio nella Cattedrale di Lugano.

Qui di seguito il testo completo dell’omelia

Carissimi, la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, riuniti a Gerusalemme con Maria, le donne e i familiari di Gesù, è all’origine della prima manifestazione pubblica della Chiesa. Ciò che accade dentro comincia a vedersi anche fuori. Il racconto degli Atti, però, non si limita a descriverci gli effetti esteriori della Pentecoste. Il resoconto comprende anche la prima impressione che gli stessi discepoli di Gesù, «colmati di Spirito Santo» (At 2,4), esercitano sulle persone da loro incontrate.

Non mi riferisco al fraintendimento di chi li prende per ubriachi. Parlo piuttosto dell’impatto interiore della predicazione ecclesiale su chi si trova ad ascoltarla per la prima volta. «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?» (letteralmente: «nel proprio dialetto nostro in cui nascemmo») (At 2,7-8). «Siamo Parti, Medi, Elamiti… e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11).

Qui sta la novità decisiva: lo Spirito di Cristo dà alle nostre parole umane una potenza che sorprende. Ciò che appare nella Chiesa è una maniera nuova di comunicare tra esseri umani. Vengono superate le barriere, senza distruggere le differenze. Sono tolti di mezzo gli ostacoli e si accendono le particolarità. Si è uniti come non è mai capitato prima. Eppure, nessuno si sente privato di ciò che gli è maggiormente proprio.

Con ogni evidenza, non siamo semplicemente di fronte a un’organizzazione religiosa o filantropica di carattere internazionale e multiculturale, a una ONG particolarmente entusiasta che ha trovato il segreto di una comunicazione sociale irresistibile. Ciò che emerge è una Parola che ha l’energia di farsi udire alla radice della coscienza di chi la ascolta, nell’intimità del proprio essere chiamati all’esistenza.

È questo il nucleo essenziale che ci viene oggi ripresentato: dallo Spirito che la costituisce e la anima, la Chiesa è chiamata continuamente ad attingere l’energia per risvegliare in ogni essere umano ciò che in lui è più autentico e originario. Sotto l’azione dello Spirito, infatti, si estingue ogni sensazione d’isolamento, di esclusione e di insignificanza. Come cristiani, non abbiamo, in primo luogo, una dottrina o una morale da trasmettere. Ciò che prevale è l’agire di Dio nella storia e nel mondo, la possibilità che in ogni circostanza si accenda nei cuori il fuoco della carità divina, che toglie dal grigiore e dall’anonimato ogni esistenza, inaugurando così, attraverso la rivelazione dei figli di Dio, la trasfigurazione dell’intera creazione, finalmente restituita alla sua vocazione originaria di liturgia, di celebrazione cosmica di Colui che l’ha pensata e la sostiene nell’essere.

«Tutti siamo dissetati dal medesimo Spirito» (1cor 12,13). L’acqua è una sola, ma i suoi effetti sono molteplici. Ogni creatura ne esprime in una maniera unica l’inesauribile fecondità. Perciò, l’unità non è il risultato dello sfrondamento delle diversità. Al contrario! È la festosa armonia, l’ordine misterioso che si forma a partire dalla composizione per grazia delle fruttificazioni più varie e imprevedibili.

Solo una cosa ci è richiesta: non mettere più condizioni al compimento in noi dell’opera di Dio; diventare ogni giorno di più poveri, spogli e interiormente liberi per lasciarci inondare dalla linfa divina, che Gesù chiede ai Suoi di ricevere fin dalla sera di Pasqua: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23). Non si tratta di una limitazione. Il Signore indica qui in maniera precisa il dono più grande che ciascuno di noi può fare a Dio: quello dei nostri peccati da perdonare, delle ferite da guarire, di tutte le nostre inconsistenze da risanare.

Sì, il primo miracolo dello Spirito è questo: togliere i nostri linguaggi umani dal generico e dal superficiale, dall’interessato e dall’utilitaristico, dalla letteralità che uccide o dall’evanescenza che illude. Effuso nei cuori, il Dono dall’alto comincia ogni volta a far sperare che si possa davvero parlare alla persona che incontriamo, farle sentire la sua preziosità agli occhi di Dio e accendere in lei la convinzione profonda di essere amata e di poter amare.

Il frutto della Pasqua di Gesù, la fecondità divina della Sua risurrezione dai morti, non elimina, certo, le fatiche che dobbiamo continuare a fare, le difficoltà specifiche che dobbiamo affrontare anche in questo momento di ripresa, progressiva e prudente, delle attività che abbiamo dovuto interrompere a causa della pandemia. Non ci dà ricette per risolvere direttamente i vecchi e i nuovi problemi, che si pongono al vivere umano su questa terra. Ci mette, però, sempre a contatto con l’unica Sorgente a cui attingere il coraggio, la perseveranza, la fiducia incrollabile nella bontà di ciò che siamo a partire dall’alto, di ciò che siamo chiamati a essere con il nostro volto e il nostro nome, la nostra lingua, la nostra cultura e la storia di cui siamo portatori nella nostra concretezza umana.

La Pentecoste ci assicura che c’è un contagio che può vincere su ogni altro contagio che affligge questo mondo malato: il contagio dell’Amore eterno che, come dice Sant’Ireneo, si è abituato con Gesù a circolare nelle arterie e nelle vene di un corpo umano come il nostro, fino a irrigare con la sua linfa vivificante anche l’ultima fibra di ogni realtà corporea e materiale.

Carissimi, questa mattina possiamo accedere di nuovo tutti alla mensa eucaristica, dopo il forzato digiuno delle ultime settimane. Non rallegriamoci soltanto perché possiamo riprendere finalmente le nostre vecchie abitudini religiose. Fare la comunione non è la garanzia di poter disporre maggiormente di Gesù per i nostri bisogni. È accogliere il Signore, che supera le porte chiuse dalle nostre paure e dalle nostre diffidenze e accettare che, con il Suo Soffio, le spazzi via, che Egli faccia della nostra vita una missione nella Sua: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21). Non limitiamoci a consumare indisturbati e privatamente questa sovrabbondanza incontenibile! La Sua pace non viene semplicemente a riempire un vuoto. Ci è data per lasciarla traboccare in ogni momento, verso gli altri e verso il mondo. Il sapore inconfondibile di questa reale e possibile pienezza non deve renderci soddisfatti, ma ardenti, capaci di crederla possibile, di desiderarla e di invocarla, ogni giorno di più, per noi e per tutti!

Foto: Keystone – ATS / Ti-Press / Curia Vescovile / Pablo Gianinazzi.

La celebrazione della Solennità della Pentecoste nella Cattedrale di Lugano | © Keystone – ATS / Ti-Press / Curia Vescovile / Pablo Gianinazzi.
2 Giugno 2020 | 16:50
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