Ticino e Grigionitaliano

Il valore di una liturgia che porta in sè la memoria di secoli di fede cristiana

I diaconi sono né carne né pesce: non sono laici, non sono preti. Questa è la percezione comune, cui spesso ci confrontiamo quando ci permettiamo di dire quale dono abbiamo ricevuto nella Chiesa. C’è un altro sguardo possibile, che ci costringe ad una tensione fruttuosa: il diacono è colui che sta fra l’altare e il popolo. Questo è particolarmente vero se parliamo di celebrazione, un aspetto della vita della Chiesa che rischia di diventare o estraneo o malamente esaltato e disincarnato. Quello che ci capita di sentire è che le celebrazioni spesso, per chi partecipa, hanno perso il senso. Perché ci segniamo? Perché certi momenti stiamo in piedi, altre volte seduti? Perché il Vangelo può essere letto solo da un sacerdote o un diacono? Perché i sacramenti? Cosa significano i gesti? La nostra liturgia è frutto del ricchissimo sedimento che ha depositato l’esperienza cristiana, ma alcune volte si dimentica il senso di taluni suoi elementi, per esempio il frammento di pane che viene messo nel calice prima della comunione, le cui origini sono discusse.

Interrogarsi sul Mistero

Bene ha fatto il vescovo di Lugano a riportare la Chiesa nella sua dimensione mistagogica, un’altra parola che dovremo imparare, se vogliamo riconquistare un buon rapporto con la celebrazione. «Mistagogia» significa interrogarsi su una preghiera, un gesto, un abito, una qualsiasi realtà che capita dentro la Casa di Dio, per comprenderne il senso profondo e soprattutto cosa implica per la mia vita. Spesso capita di ascoltare le omelie di sacerdoti che traggono dalla Parola di Dio dei preziosi insegnamenti per orientare i nostri atti, ma meno frequentemente li sentiamo innamorati di quello che stanno facendo in quel momento, stupiti che la Parola di Dio abbia toccato l’assemblea, capaci di trasmettere il senso profondo del miracolo che accade realmente ogni volta che Gesù si fa pane, lo Spirito santo scende su di un bambino, il cuore di un uomo si apre alla riconciliazione. Devono venire gli scrittori o i poeti ad insegnarci la bellezza della relazione fra noi e con l’Assoluto, mentre noi ci accontentiamo di una vita ordinaria, di cui la celebrazione è un aspetto spesso solo formale.

La celebrazione del Sinodo

Il Sinodo è un’occasione straordinaria per pretendere dai nostri presbiteri e diaconi di tornare a cantare l’amore di Dio per cui in un segno di croce è racchiusa tutta la dignità nostra, il mistero dello svelamento, la scrittura dell’immagine trinitaria sul nostro corpo, l’accoglienza del nostro battesimo, la promessa che dal nostro grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva di perdono, di accoglienza, di stupore per la meraviglia del progetto del Padre per chi incontriamo sulla nostra stessa strada impolverata, con le medesime nostre ferite. Noi insistiamo spesso sul fatto che non esiste celebrazione senza vita, ma è una ben povera vita quella che non celebra la presenza, la misericordia, la gratitudine, l’incanto. Ogni parola della liturgia porta con sé la memoria di milioni di uomini e donne che l’hanno pregata, fatta crescere, adattata al loro tempo. Farle nostre significa ricevere un’eredità preziosissima e incommensurabile.

di Dante Balbo, diacono permanente, membro dell’équipe zone/reti pastorali e sinodo della diocesi di Lugano

16 Dicembre 2021 | 13:33
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