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Il diario del cardinale Pell durante la reclusione

«La mia cella è lunga sette-otto metri, larga più di due sul lato della finestra opaca, dove si trova il mio letto; un buon letto, con una solida base, un materasso non troppo sottile, lenzuola e due coperte. Siccome la finestra non può essere aperta, abbiamo l’aria condizionata».

Così il cardinale australiano George Pell, ex segretario dell’economia vaticana, descrive nel suo diario la reclusione di oltre 400 giorni, nel carcere di Barwon in Australia. Lì stava scontando la pena inflitta dalla sentenza emessa a dicembre del 2018 che lo aveva riconosciuto colpevole di molestie sessuali nei confronti di chierichetti nella cattedrale di Melbourne 20 anni fa. L’Alto porporato si era sempre dichiarato innocente. Poi il verdetto dell’Alta Corte australiana che ha deciso il suo proscioglimento lo scorso aprile. Il manoscritto sarà pubblicato negli Stati Uniti nella primavera del 2021. In esclusiva, per gentile concessione della casa editrice statunitense Ignatius Press, il mensile italiano di apologetica Il Timone ha pubblicato alcuni estratti dal diario, anticipati da Agi, che il cardinale ha tenuto durante il suo periodo di prigione. Gli estratti sono stati scritti durante le prime otto settimane di reclusione.

Nel diario, Pell descrive la sua cella, la numero 11 dell’unità 8 della Melbourne Assessment Prison, «dove sono stato rinchiuso assieme a un terrorista musulmano (penso sia quello che ha cantato le sue preghiere stasera – giovedì 14 marzo 2019 – ma potrei sbagliarmi) e Gargasaulas, l’assassino di Bourke Street». Poi descrive i dettagli. «Appena si entra, ci sono delle mensole sulla sinistra e un tavolo per la mia teiera e la televisione, e uno spazio per mangiare. Lungo la stretta corsia, sulla destra, c’è un lavandino con acqua calda e fredda, un water con una seduta alta e dei braccioli (viste le mie ginocchia), e un robusto vano doccia con una bell’acqua calda».  Poi qualche cenno all’ambiente carcerario, con parole di simpatia per le guardie: «Almeno un paio di prigionieri nelle circa dodici celle spesso urlano disperatamente di notte, ma di solito non per molto. È interessante come ci si abitui a questo rumore, come diventi parte del contesto. Mi trovo in una cella d’isolamento, con il permesso di uscire per un po’ di movimento per il massimo di un’ora e per le visite dei legali, degli agenti, degli amici, dei medici. Le guardie sono differenti nella loro capacità di comprensione, ma sono tutte corrette, molte di loro cordiali, alcune amichevoli e disponibili. Posso ricevere lettere e telefonate nel tempo della ginnastica». E infine un piccolo sfogo sugli spazi, comunque angusti:  «Ho richiesto un po’ più di spazio e più congeniale (rispetto al cortile che utilizzo attualmente) per camminare, un rientro più tardivo in isolamento e un po’ di compagnia. Dato il mio status le ultime due richieste non sono possibili e una cella con la propria piccola area per fare movimento sembra essere l’unica opzione».

Nel diario lo spirito del teologo spesso sovrasta l’amarezza della reclusione. Sulla sua condizione scrive: «Pare ci siano pochi dubbi sul fatto che il mio conservatorismo sociale e la difesa dell’etica giudeo-cristiana abbiano acuito l’ostilità popolare, soprattutto tra i laicisti militanti. Credo nella Provvidenza di Dio; non ho mai scelto questa situazione, non mi sono prodigato per evitarla; ma eccomi qui, e devo fare di tutto per compiere la volontà di Dio».  Pell fa poi questa riflessione citando la seconda lettura del Breviario, un estratto di sant’Ilario di Poitiers su ‘Benedetto chi teme il Signore’. «Ricordo una veemente condanna del ‘timore del Signore’ da parte di un anziano vescovo, e invero la maggioranza dei vescovi votò per rimuovere ‘il timore di Dio’, o ‘del Signore’, dalle traduzioni liturgiche a uno degli incontri dei vescovi australiani. Ilario spiegava che il timore del Signore doveva essere appreso mediante la preghiera, la ricerca della sapienza e dell’intelligenza, contrariamente alla nostra naturale paura di essere colpiti dalla malattia, dai pericoli e dai disastri naturali». «Il timore del Signore però», scrive, «non è approvato dall’ala progressista, perché Dio è amorevole, comprensivo e perdona tutti. Costoro non sempre uniscono questi sentimenti all’ovvia premessa che uno debba pentirsi prima che Dio possa perdonare».

Secondo il cardinale, «nessuna generazione precedente e stata in grado di distrarsi in continuazione come quella attuale. È malsano e sfavorevole a un equilibrio spirituale. Gran parte dei nostri nuovi seminaristi trovano difficile mettere da parte i loro cellulari all’ingresso del seminario». «Una delle consolazioni di oggi, in mezzo alla turbolenza, è che molti giovani sacerdoti sono spiritualmente solidi e teologicamente ortodossi, al contrario di come eravamo noi dopo il Concilio negli anni Sessanta e Settanta, allora eravamo spesso confusi e innervositi, con l’odore della rivoluzione nell’aria». 

«A livello generale, credo che l’amore per il benessere, a volte un autentico materialismo, e la rivoluzione sessuale abbiano offuscato la capacità di vedere Dio«, scrive ancora. «Molte persone sono a disagio e senza pace, come si può vedere nelle rotture dei matrimoni, nell’alcool, nelle droghe, nella dipendenza dalla pornografia», continua Pell. «Gli insegnanti nelle nostre scuole si trovano ora in prima linea per cercare di aiutare e sanare la sofferenza dei bambini dagli errori, dalle sconfitte dei loro genitori, o genitori acquisiti, o zii». Ricordo l’opera di una graffitista brasiliana: i contratti di divorzio vengono scritti con le lacrime dei loro figli».

Nel manoscritto anche alcune considerazioni sulla situazione della Chiesa oggi: «Una religione troppo facile è una falsa religione», «parte dei problemi della Chiesa sono autoinflitti». 

Il Cardinale australiano George Pell.
1 Ottobre 2020 | 15:10
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