Svizzera

Il card. Koch dopo il Sinodo: «L'inculturazione richiede una purificazione»

Il cardinale svizzero Kurt Koch ha partecipato al Sinodo sull’Amazzonia in qualità di presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani. A questo proposito, in un’intervista rilasciata ieri, Koch parla del difficile ecumenismo in America latina, dell’inculturazione e degli scambi avvenuti a questo riguardo durante le ultime tre settimane di Sinodo in Vaticano.

Sotto il pontificato di Papa Francesco, la Chiesa cattolica ha rafforzato il dialogo con le comunità evangeliche e pentecostali. In Amazzonia, non è facile perché queste comunità sono spesso delle concorrenti feroci al cattolicesimo. Card. Koch, come percepisce questo fatto?
«Devo dire che non conosco personalmente la situazione. Mi rifaccio a ciò che mi riferiscono. Durante il Sinodo se ne è parlato relativamente poco. Spesso, inoltre, si è fatta dell’autocritica: per esempio, si è notato come queste comunità siano molto presenti, mentre i nostri sacerdoti lo sono molto di meno. Bisogna inoltre distinguere le comunità pentecostali che cercano il dialogo da quelle che invece lo negano. Dobbiamo chiederci perché molteplici cristiani lasciano le comunità cattoliche e protestanti storiche. Cosa abbiamo fatto di sbagliato? D’altro canto guardando alle comunità pentecostali possiamo imparare come evitare dei comportamenti sbagliati».

Vale a dire?
«Penso alla pretesa «teologia della prosperità»: se venete da noi, diventerete ricchi. Un atteggiamento totalmente contrario all’opzione preferenziale per i poveri che si ha invece nel cattolicesimo».

Questi nuovi predicatori, a differenza degli indigeni, non fanno ricorso a simboli amazzonici, nemmeno ai Santi: solo la croce e la Bibbia. In un certo senso, un’immagine di cristianesimo più «chiara»…
«Direi piuttosto il contrario. Le confessioni religiose che trovano il coraggio di coinvolgersi con i popoli amazzonici sono più interessanti. L’inculturazione è qualcosa di molto importante, anche se implica sempre una purificazione«.

Cosa bisogna purificare?
«Bisogna riflettere: quali elementi di una cultura non possono essere adottati? Quali elementi non possono trovare una riconciliazione con la fede e devono essere differenziati in maniera critica? Ho sentito parlare molto di inculturazione, ma veramente poco di questa purificazione».

Cosa si può imparare ancora dai movimenti pentecostali?
«Due cose. Da una parte la concretezza della fede; la mentalità occidentale talvolta è un po’ confinata nella testa. La fede in queste comunità è molto più spontanea. Appartiene in modo naturale alla vita. Questo ha a che fare con il fatto che l’opera dello Spirito Santo è presa come immediatamente percettibile».

In che misura il Sinodo amazzonico è al contempo frutto di queste correnti concorrenziali?
«Ho l’impressione che esse non siano state la ragione principale del Sinodo. Si trattava piuttosto di tracciare dei nuovi cammini per la pastorale e per l’ecologia integrale».

Tra gli esponenti latino-americani, si è sentito dire che i membri della Chiesa non comprendono spesso le loro preoccupazioni. Come ha percepito lei questo dialogo?
«Si tratta di una difficoltà oggettiva: i rappresentati dell’Amazzonia hanno delle esperienze dirette, le vivono sulla loro pelle. Io stesso non sono mai stato in Amazzonia e devo chiedermi di fronte al popolo indigeno: cosa significa questo? Cosa vuoi dirmi? Non si tratta di un dialogo basato sulle stesse esperienze. Così può nascere l’impressione: non ci capiscono. Ma penso che il Sinodo sia riuscito ad andare nella direzione opposta, così come l’ho vissuto».

© Jean-Claude Gerez

Come ha vissuto la discussione sul documento finale? Ci sono state delle delusioni?
«È un problema di fondo. Per il documento di lavoro, l’Instrumentum laboris, sono a disposizione dei lunghi mesi di riflessione, mentre per il documento finale solo qualche giorno. Dopo il Sinodo, bisogna chiedersi se si può continuare con questa metodologia, soprattutto quando la tematica è così vasta».

Una delle suggestioni emerse è la possibilità di un rito cattolico amazzonico distinto, analogo a quello delle Chiese orientali. Cosa ne pensa?
«La situazione di partenza, rispetto alle Chiese orientali, mi sembra diversa. Queste Chiese nascono da tradizioni antichissime ortodosse, che le Chiese hanno portato con sé mentre cercavano l’unità con Roma. I riti si sono sviluppati organicamente. In Amazzonia, invece, si tratterebbe di crearne uno ex novo«.

Non si potrebbe creare un tale rito a partire dai 500 anni di storia della Chiesa in America Latina?
«Lo deve dire la popolazione locale. Ma finora, essa ha mantenuto la tradizione latina. Non vedo grandi elementi su cui storicamente si potrebbe creare tale rito, come invece nelle Chiese orientali».

Che conseguenze vede per l’Europa dopo questo Sinodo?
«Per me, molte delle questioni trattate concernono tutta la Chiesa: il lavoro pastorale, i ministeri, l’inculturazione, i nuovi riti. Chiaramente non si può passare immediatamente dall’Amazzonia all’Europa. Ci sono questioni che la Chiesa universale deve trattare».

Significa che ci vorrebbero dei Sinodi «mondiali»?
«Un’assemblea plenaria del Sinodo dei Vescovi potrebbe assumersi questo compito. Ma la cosa decisiva è ciò che il Papa decide».

CIC/RJ/kath/catt/catt.ch

Il cardinale svizzero Kurt Koch
28 Ottobre 2019 | 11:33
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