Internazionale

Il 30 dicembre la prima pietra di una nuova chiesa ad Abu Dhabi

Una «diocesi» che comprende tre Paesi – Emirati Arabi Uniti, Oman e il tormentato Yemen -, oltre un milione di fedeli cattolici (la stima è per difetto) e una Chiesa vitale e piena di energia nonostante le sfide quotidiane, che sono innumerevoli, a cominciare dalla costante precarietà. È questa la «straordinaria ordinarietà» che monsignor Paul Hinder, vicario dell’Arabia del sud, ha raccontato nel corso di un incontro con la comunità italiana degli Emirati, riunita nella sala conferenze presso la cattedrale di Abu Dhabi, la capitale della federazione che – è notizia freschissima – a febbraio riceverà la visita di Papa Francesco.

Il cappuccino di origini svizzere, nel Golfo da quindici anni, ha portato la sua testimonianza in occasione della presentazione del suo libro, Un vescovo in Arabia, recentemente pubblicato dall’editrice missionaria italiana, in un evento organizzato su iniziativa dell’ambasciata d’Italia. Un modo per condividere la sua eccezionale esperienza di «pastore nella terra dell’islam» con i rappresentanti di una comunità che negli Emirati arabi conta circa tremila persone, in maggioranza professionisti e imprenditori, per i quali la parrocchia di Saint Joseph rappresenta anche un luogo di ritrovo, in particolare in occasione della settimanale celebrazione in italiano. Tra questi c’è anche l’ambasciatore Liborio Stellino, ad Abu Dhabi dal 2015, intervenuto alla presentazione insieme alla moglie Teresa. «Viviamo in un Paese in cui la tolleranza religiosa è una priorità per le autorità», ha spiegato introducendo l’incontro l’ambasciatore, che ha ricordato l’inaugurazione stessa della chiesa di Santa Teresa, nel compound parrocchiale, quando «al taglio del nastro, a fianco del vescovo Hinder era presente il ministro della cultura sheikh Nahyan Bin Mubarak Al Nahyan, attuale ministro emiratino della tolleranza».

Nella confederazione, dove dei nove milioni di abitanti i cittadini locali sono soltanto un milione – il resto sono espatriati provenienti da tutto il mondo, richiamati nella Penisola arabica dal miraggio di un lavoro -, è il governo a concedere il terreno per costruire i luoghi di culto. Per i cattolici di Abu Dhabi, centomila persone di un centinaio di nazionalità diverse, le chiese a disposizione sono attualmente tre, la più recente edificata nella zona industriale di Musaffah (nella foto la sua inaugurazione nel 2015 con il cardinale Pietro Parolin), dove sorgono gli sterminati labour camp in cui vivono centinaia di migliaia di lavoratori stranieri impiegati nel settore delle costruzioni, tra cui molti cristiani. Il 30 dicembre sarà inoltre posta la prima pietra della nuova chiesa di Ruwais, a ovest della capitale: sarà un luogo di riferimento per molti operai delle strutture petrolifere, che, come in tutte le parrocchie del Golfo, in chiesa trovano non solo l’opportunità di praticare la loro fede ma anche supporto, umano e materiale, assistenza spirituale, pratica e legale, e soprattutto occasioni di rapporti umani e condivisione quotidiana, fondamentali in un contesto a volte duro, dove il lusso esibito ovunque è accessibile quasi esclusivamente ai pochissimi cittadini autoctoni.

«La fede dei miei cattolici, spesso provati dalla precarietà sul lavoro e dalle difficoltà legate alla mancanza della cittadinanza, è per me una continua sorpresa e un incoraggiamento», ha raccontato monsignor Hinder. «A volte dico loro: io sono il vostro pastore, ma anche voi, con il vostro esempio, siete dei pastori per me». Dalle sfide poste da una comunità estremamente plurale fino alle esperienze di confronto e dialogo interreligioso, il vescovo ha portato la sua testimonianza senza sottrarsi alle domande di un pubblico particolarmente coinvolto. «Parlare di dialogo non è facile in una società in cui noi stranieri siamo tutti cittadini di serie B e dove i cristiani devono accettare una situazione di asimmetria rispetto alla controparte musulmana», ha ammesso. Raccontando tuttavia anche le occasioni in cui la testimonianza spirituale di tanti buoni musulmani ha rappresentato un motivo di ispirazione e un incentivo a «non nascondere la nostra fede, anche nella libera Europa».

L’ambasciatore Stellino, da parte sua, ha esortato a non sottovalutare le occasioni di vicinanza: «Non dimentichiamo che la moschea che sorge a fianco di questa cattedrale – ha detto – è stata dedicata a Maria, madre di Gesù».

Dai diritti umani, a cominciare dalla libertà religiosa ancora negata nel Paese – visto che qui è impossibile convertirsi a una fede diversa dall’islam e i sacerdoti non possono impartire battesimi -, fino alle migrazioni internazionali e alla cooperazione per il bene del pianeta (l’Expo che si terrà a Dubai nel 2020 sarà dedicata proprio alla sostenibilità), sono numerose e cruciali le questioni che si incrociano in queste terre dove il deserto incontra i grattacieli. La visita di Papa Francesco sarà un’importante occasione per metterle sotto i riflettori.

(Mondo e Missione)

Mons. Hinder.
12 Dicembre 2018 | 06:43
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