Commento

Identità e misericordia: un dibattito molto acceso nel mondo cattolico

Laurent Dandrieu ed Erwan Le Morhedec sono cristiani. Sono di destra. Il 12 gennaio pubblicheranno due libri che susciteranno un certo scalpore. La stessa domanda li assilla, e tormenta al tempo stesso fedeli ed elettori, comunità e partiti, e l’intera campagna elettorale. Di fatto una duplice domanda. Che cosa significa essere francesi in un’Europa secolarizzata dove si sta radicando l’islam? E che cosa significa essere cattolici?

Si potrebbe pensare che si siano messi d’accordo. In realtà tutto li divide. Alla mia destra dunque, o piuttosto alla destra della mia destra, Laurent Dandrieu. Contro un dialogo interreligioso giudicato nel migliore dei casi ingenuo, contro i discorsi che fanno dell’islam una «religione di pace», in poche parole, contro il cattolicesimo così com’è dal concilio Vaticano ii, il caporedattore di «Valeurs actuelles» pubblica un libro serio e approfondito, il cui titolo, esplicito, e il cui sottotitolo, esplosivo, ne traducono però bene la filosofia: Église et immigration, le grand malaise. Le pape et le suicide de la civilisation européenne (Paris, Presses de la Renaissance, 2017, pagine 288, euro 17, 90). Dandrieu rimprovera alla Chiesa di partecipare al proprio annullamento rinnegando, a colpi di buoni sentimenti e di approssimazioni teologiche, più di mille anni di resistenza all’islam. La colpa è di tutti i papi da Paolo vi in poi! Spiega quel che pensano molti oppositori di Francesco, un papa al quale destina taglienti frecciate, insistendo sui suoi gesti più contestati e su alcune frasi che si possono forse giudicare infelici. Il suo punto di vista è simile a quello di Marion Maréchal-Le Pen.

Sempre alla mia destra, ma stavolta una destra moderata, di filiazione cristiano-democratica, Erwan Le Morhedec pubblica Identitaire. Le mauvais génie du christianisme (Paris, Cerf, 2017, pagine 176, euro 14). In questo saggio incisivo, appassionato e ben documentato, l’avvocato e blogger di spicco si ricollega a reti e correnti di estrema destra segnate ancora dall’eredità antirepubblicana, che cercano di recuperare il diffuso malessere simbolico. Nel corso delle pagine s’incrocerà una galleria di personaggi molto poco raccomandabili. Ma non si tratta di farci visitare un gabinetto delle curiosità. L’autore si esprime a nome della fede in Cristo. Vuole avvertire quei credenti che la «tentazione» corrode. Avvisarli di questo contagio che è anche una terribile illusione, una sorta di necrosi del cristianesimo, il colpo di grazia inferto da quanti pretendono di salvaguardare tutto.

Di fatto, da qualche anno, ai confini della «catastrofe», l’identità si trasforma in ideologia, in rifiuto, in rifugio. Il cristianesimo diviene il carbone con cui si carica la macchina. Il fuoco chiede solo di essere attizzato, soprattutto quando i cattolici hanno la sensazione di non essere capiti dai principali giornali o dal governo in carica. Ci sono cristiani che pensano che occorra competere, mimeticamente, con lo zelo comunitario, l’affermazione di sé, la diffusa aggressività. Il «panico identitario» suscita «un’esplosione morbosa della nostra angoscia», osserva Le Morhedec, che denuncia una «mistificazione spirituale». Una miriade di siti e di blog attaccano la «grande sostituzione» delle popolazioni «locali» da parte degli immigrati. A colpi di «zuppa di maiale», di striscioni sulla moschea di Poitiers, se non di «bar identitario» aperto a Lille, questa strategia della tensione ricorda le tattiche di mobilitazione utilizzate da Act Up o dai movimenti sinistroidi del passato. È garanzia di un forte impatto mediatico per un numero di militanti molto ristretto.

Certo, non c’è nulla di più legittimo dell’identità religiosa e nazionale, soprattutto in un’epoca di «società liquida» dove tutto sembra galleggiare. Nonostante la rimozione contemporanea, non si può eliminare completamente il ruolo che il cristianesimo ha svolto nella storia delle nazioni europee e in quella del nostro paese. Ma ciò non impedisce di sfuggire a una grossa trappola qual è l’edizione natalizia di «Valeurs actuelles», con la prima pagina che esalta la «Francia cristiana e fiera di esserlo!» e che fa del trittico tradizioni, cultura e identità la punta di lancia di una riconquista. No, il Vangelo non dice questo! No, questa via non conduce da nessuna parte, se non alla catastrofe. Emblematico a tale proposito è il destino di uno scrittore tanto colto quanto sovversivo. Dominique Venner. Nel 2013 lo storico si suicidava davanti a Notre-Dame de Paris deplorando l’inesistenza di una «religione identitaria alla quale ancorarci». «Non mi aspetto nulla nell’aldilà, se non la perpetuazione della mia razza e del mio spirito» confessava in uno scritto testamentario, sottolineando le contraddizioni di una corrente che non può che fallire poiché vuole fare del nazionalcattolicesimo il sole nero della sua disperazione.

(Osservatore Romano)

12 Gennaio 2017 | 09:07
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