Commento

I nativi digitali alla ricerca del coraggio

Giovani che – a migliaia – partono dai cinque continenti per trovarsi in una città e lì condividere un’esperienza di testimonianza e di fede insieme al Papa e a migliaia di religiosi. Non ci siamo abituati: i raduni di massa oggi sono i concerti negli stadi, i superparty ad Ibiza con il DJ di fama mondiale. È lì che vediamo spesso accalcati i giovanissimi, sono quelli i luoghi in cui si ritrovano a condividere riti collettivi di ben altra natura rispetto a quelli proposti in una GMG. Che però, probabilmente, in un mondo globale e sempre più secolarizzato, risponde a bisogni profondi di chi sta crescendo e decide di partire. I ragazzi oggi sono rimasti senza riferimenti in relazione alle grandi domande della vita. In adolescenza tutti si chiedono: «Da dove vengo, dove vado, qual è il mio progetto?». Sono domande cui le generazioni del secolo scorso hanno provato a darsi risposte in un confronto dialettico e spesso conflittuale con i loro adulti di riferimento. Adulti, però, che oggi appaiono sempre più spesso smarriti e fragili. Quasi quanto i loro figli. Affaticati dalla crisi economica, in bilico nelle loro storie d’amore (negli Stati Uniti più della metà dei ragazzi cresce senza avere a fianco uno dei suoi genitori biologici) molti adulti oggi non rappresentano più un interlocutore privilegiato di fronte alle questioni della vita perché spesso sono portatori di identità sbiadite e appaiono troppo immersi nelle loro questioni irrisolte. In adolescenza, poi, c’è il bisogno fisiologico di buttarsi nel «fuori», di uscire dalla porta di casa per «esplorare» che cosa c’è al di là dei confini noti. Ma i nativi digitali, il mondo fuori lo conoscono poco. Per definizione cresciuti nel mondo globale, in realtà i giovani di oggi sono quelli che più a lungo sono rimasti chiusi nelle loro stanza, di fronte ad uno schermo, costruendo una socializzazione virtuale a base di contatti, più che di relazioni. In «Iperconnessi «, un libro che ha fatto discutere il mondo, la sociologa Jean Twenge – con dati alla mano, riferiti agli adolescenti degli ultimi 30 anni – racconta che quelli attuali (ovvero quelli dell’ultimo quinquennio) sono i più infelici e depressi di sempre, quelli che – rispetto ai coetanei di 10, 20, 30 anni fa – si innamorano meno, hanno meno vita sociale, si «buttano ” meno nella vita. Forse il successo delle GMG sta proprio in questo: chiede ai ragazzi di uscire di casa, di buttarsi nel mondo, di andare in un luogo lontano da tutte le certezze e comodità consuete per incontrare altri giovani, per cantare accompagnati da una chitarra, per ascoltare adulti che accendono il desiderio di sognare una vita dove è possibile alzare lo sguardo e non rimanere intrappolati nel vuoto che sempre più spesso sperimentano nella loro dimensione interiore. Perché il mondo globale ha comportato anche una tremenda deprivazione di interiorità e ricerca spirituale, elementi cruciali per chi sta crescendo, perché permettono di affrontare con speranza temi quali il futuro e la morte, per cui l’adolescente di oggi non ha riferimenti e risorse. È vero, nei rituali collettivi delle GMG i giovani ci entreranno con tutte le loro fragilità e incompetenze. Si scatteranno un’infinità di selfie, creeranno storie per Instagram e vorranno tutti fare una foto col Papa. E questo farà dire ai soliti intransigenti – come sempre accade nelle GMG – che non si può trasformare la fede in un baraccone mediatico. Ma il conflitto tra generazioni è da sempre una costante inevitabile, quando i ragazzi si muovono in autonomia e col loro stile. Quindi direi che anche le critiche, soprattutto quelle più spietate, dimostrano che forse quello che sta avvenendo a Panama aiuterà chi è lì a fare un passo avanti importante verso la sua adultità.

Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta

26 Gennaio 2019 | 06:10
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