Internazionale

«Hanno ucciso i nostri figli ma noi perdoniamo»

Ti raccontano storie tremende, ma dai loro occhi leggi la speranza. Lei, Ora Lafer Mintz, è israeliana; Layla al Sheikh, palestinese. Si sono incontrate tempo fa all’interno del Parents Circle – Families Forum (theparentscircle.org), un’associazione che mira a riunire sui territori palestinesi e israeliani persone chiamate a sopportare il dolore della perdita di un figlio a causa della guerra. A Lugano, su invito del Forum svizzero per il Dialogo interreligioso per la rassegna «Semi di pace», hanno raccontato la loro esperienza.

«Quando mia figlia è stata colpita dagli israeliani – ricorda Layla – l’unico modo per giungere in ospedale era attraversare diversi villaggi. Durante il viaggio, a più riprese abbiamo incontrato dei soldati che ci hanno deriso. Giunti in ospedale, mia figlia è morta. Per questo, per 16 anni mi sono rifiutata di incontrare degli israeliani». «Poi un giorno ho conosciuto il Parents Circle che con i suoi progetti, mi ha portato a parlare della morte di mia figlia davanti agli israeliani. Da quel momento mi impegno per difendere un messaggio in cui credo molto: possiamo riconciliarci solo stando seduti assieme e dialogando».

Altrettanto forte è l’esperienza di Ora: «Il mio nome significa luce; per questo sto cercando di dar luce alle persone che hanno perso qualcuno. La situazione è difficile: se Layla, palestinese, vuole venire da me ha bisogno di un visto speciale, io invece da israeliana posso andare da lei quando voglio ». «Mio figlio era in un’unità speciale della Cisgiordania, che si incaricava di perquisire le auto palestinesi per accertarsi che non ci fossero bombe. Un giorno a un posto di blocco gli hanno sparato, uccidendolo. Il giorno dopo la sepoltura mi sono detta che non potevo cambiare l’accaduto, ma potevo far crescere cose positive dalla sua morte. Se non impariamo a parlarci, ci saranno altre madri che non sapranno cosa dire».

«Ho scelto – continua Ora – il Parents Circle per testimoniare e dialogare con gli uccisori di mio figlio. Un esempio concreto? All’inizio dichiaravo che erano stati dei terroristi a ucciderlo; ora dico semplicemente che è stato «un palestinese». Layla, infatti, mi ha detto che nell’associazione non usiamo la parola «terrorista». L’ho ascoltata e ho cercato di capire la sua difficoltà. Dal suo punto di vista, i palestinesi sono «combattenti per la libertà». Credo che nel dialogo bisogna ascoltare l’altra persona a fondo. Molti studenti in Israele non sanno niente dei palestinesi, vedono solo che li hanno bombardati. Quando invece costatano che sono esseri umani che hanno sofferto e sono disposti a parlarci inizia il processo di pace».

«A me è capitato – aggiunge Layla – di parlare della mia esperienza a una classe di 18enni israeliani, pronti ad arruolarsi. Stavano per partire per combatterci. Uno di loro mi ha chiesto cosa consigliavo loro. L’unica cosa che posso dirvi – ho detto loro – è che quando trattate con le persone cerchiate di vederle come esseri umani. A quel punto il ragazzo ha iniziato a piangere.

Laura Quadri

24 Marzo 2019 | 06:10
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