Internazionale

Gli USA divisi sull’aborto: ecco perché l’interruzione di gravidanza è uno dei temi più discussi

A un osservatore esterno potrebbe sembrare un paradosso. Joe Biden sarà il secondo Presidente cattolico nella storia degli Stati Uniti (dopo John Fitzgerald Kennedy); eppure, alcune delle reazioni più preoccupate alla sua vittoria elettorale sono arrivate proprio da diversi esponenti del mondo cattolico.

Un tema in particolare infiamma il dibattito nei social network: le posizioni di Biden in materia di aborto. Un dato è certo: il Presidente uscente, Donald Trump, non ha mai nascosto la vicinanza con le posizioni del movimento ‘Pro Life’ contro l’interruzione di gravidanza. Ma è vero, come si legge su alcuni siti, che la futura amministrazione Biden cercherà di liberalizzare ulteriormente le normative in materia di aborto? Proviamo a ricostruire le ragioni di uno scontro sempre più aspro, partendo dallo status quo della legislazione statunitense.

Un’immagine d’archivio delle manifestazioni anti-aborto

La sentenza ‘Roe contro Wade’

Negli Stati Uniti non esiste un’unica legge nazionale che stabilisca il limite specifico entro il quale l’aborto sia legale. Le normative sono adottate dai singoli Stati federali: sono dunque in vigore 50 leggi differenti. Il quadro generale delle leggi sull’aborto, tuttavia, è stabilito da una sentenza della Corte Suprema: la ‘Roe contro Wade’ del 1973. All’epoca, nella maggioranza degli Stati, l’aborto era un reato oppure era consentito solo nei casi di stupro, incesto o pericoli per la salute. La Corte Suprema – il più alto organo nazionale in materia di giurisprudenza – diede ragione a una donna del Texas conosciuta per privacy come Jane Roe, che chiedeva il diritto a interrompere la gravidanza del terzo figlio nato da un matrimonio con un uomo violento. L’avvocato Henry Menasco Wade rappresentava nella causa proprio lo Stato del Texas, che chiedeva di non riconoscere il diritto all’aborto.

La sentenza ‘Roe contro Wade’ accoglieva un’interpretazione estensiva del Quattordicesimo Emendamento alla Costituzione Usa, secondo cui – in sintesi – le leggi nazionali e statali non devono intervenire negli aspetti che riguardano la sfera più intima della vita personale. La Corte Suprema introduceva due precisazioni relative all’esecuzione dell’aborto: si stabiliva che l’interruzione di gravidanza fosse possibile fino al momento in cui il feto diventa in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno (dunque l’aborto si può considerare fino in media al sesto mese – ventiquattresima settimana di gravidanza); e si aggiungeva che, in caso di pericolo per la salute della donna, l’aborto fosse legale anche oltre quella soglia.

La sentenza ‘Roe contro Wade’ fissa dunque per gli Stati Uniti un quadro normativo che è tra i più liberali al mondo. Con sentenze successive la Corte Suprema ha dato facoltà agli Stati di regolamentare i criteri di accesso all’aborto, ma con il vincolo di non imporre alle donne un «onere eccessivo» rispetto al diritto riconosciuto di abortire. Al giorno d’oggi, tuttavia, rimangono molte differenze tra gli Stati: in quelli più liberali sono presenti più strutture e i programmi per l’aborto ricevono finanziamenti maggiori; in quelli più conservatori la situazione è inversa, dunque l’accesso all’introduzione di gravidanza risulta più difficile.

Donald Trump alla ‘Marcia per la vita’ del gennaio 2020 a Washington

Che cosa ha fatto Donald Trump contro l’aborto

Durante la campagna elettorale del 2016, Donald Trump – che in passato si era dichiarato «molto a favore della libertà di scelta» – assunse una posizione fortemente in linea con il movimento ‘Pro Life’. Una volta diventato Presidente, Trump ha dato seguito alla promessa di lottare contro l’aborto. I leader del Partito Repubblicano nel Congresso hanno proposto, in accordo con Trump, delle leggi più restrittive rispetto alla ‘Roe contro Wade’: tali proposte non hanno però ottenuto la maggioranza necessaria per l’approvazione.

Il Presidente Trump, tuttavia, ha potuto sfruttare i suoi poteri esecutivi con altri interventi. Appena insediato, nel 2017, ha reintrodotto una regola nota come ‘Mexico City Policy’ che blocca i finanziamenti alle organizzazioni non governative internazionali che praticano o informano sull’interruzione di gravidanza all’estero. Dal 1985 la ‘Mexico City Policy’ è regolarmente introdotta dai Presidenti repubblicani (il primo a firmare l’ordine fu Ronald Reagan nel 1985, lo stesso fece George W. Bush nel 2001) e poi smantellata dai Presidenti democratici (Bill Clinton e Barack Obama: Joe Biden ha già annunciato che proseguirà su questa linea). Inoltre – e questa è una novità – Donald Trump ha modificato il ‘Titolo 10’ del programma nazionale conosciuto come ‘pianificazione familiare’ (‘Family Planning‘), in cui sono raccolte una serie di misure sanitarie in favore di donne meno abbienti. Trump ha infatti stabilito che le organizzazioni che forniscono informazioni su come e dove si pratica l’aborto siano escluse dai finanziamenti federali (per approfondire: articolo di ‘Avvenire).

Ma il fronte su cui l’azione di Trump è stata più incisiva riguarda la nomina di giudici nelle corti statunitensi a tutti i livelli, da quelle locali fino alla Corte Suprema. Nei quattro anni di mandato, il Presidente ha insediato oltre 200 giudici in varie Corti federali dei singoli Stati, oltre a ben tre giudici su nove della Corte Suprema. E la stragrande maggioranza dei giudici scelti da Trump è di orientamento strettamente conservatore. Tali scelte hanno una forte influenza su tutte le questioni normative e in materia di aborto, per semplificare, avverrà dunque che i casi giudicati dai tribunali locali verranno valutati secondo interpretazioni della legge più in linea con le indicazioni della morale cattolica. Se poi una questione sorta in uno Stato dovesse arrivare fino alla Corte Suprema – come avvenne negli anni Settanta con il caso ‘Roe contro Wade’ – i giudici conservatori potrebbero avere potenzialmente la maggioranza per approvare una sentenza di segno opposto a quella del 1973 e cambiare radicalmente l’orientamento normativo nazionale sul tema.

A livello simbolico, infine, Donald Trump è stato il primo Presidente a partecipare alla marcia annuale del movimento Pro Life, nel gennaio 2020 a Washington.

Joe Biden e Kamala Harris celebrano la vittoria elettorale

La posizione di Joe Biden

Nella sua lunga militanza politica, Joe Biden si è sempre detto contrario da un punto di vista personale all’aborto. Ma, in coerenza con le posizioni del Partito Democratico, si è espresso a favore della libertà di scelta delle donne su un piano giuridico, appoggiando il quadro normativo definito dalla sentenza ‘Roe contro Wade’. Nell’ultima campagna elettorale Biden ha messo in atto un cambio di posizione che gli ha attirato le critiche di alcuni vescovi statunitensi. Per anni il candidato democratico si è detto favorevole all’emendamento Hyde, una norma che negli Usa vieta di finanziare programmi pro aborto con il denaro della tassazione pubblica. Durante le primarie, tuttavia, Biden ha affermato di aver cambiato idea: dal momento che il suo programma prevede di ampliare le misure di assistenza sanitaria (in continuità con la riforma nota come ‘Obamacare’ approvata da Barack Obama), Biden ha affermato che l’esclusione degli interventi sull’aborto andrebbe a limitare eccessivamente la libertà di accesso per le donne all’interruzione di gravidanza.

È prevedibile che l’amministrazione Biden cancellerà nuovamente la ‘Mexico City Police’, e potrebbe sostenere una proposta di legge – già depositata al Congresso – che la renderebbe inapplicabile anche in futuro. La riforma dei programmi di assistenza sanitaria potrebbe ribaltare anche il definanziamento del programma di ‘pianificazione familiare’ voluto da Trump.

Rispetto all’eventualità che la Corte Suprema approvi una sentenza in grado di ribaltare la ‘Roe contro Wade’, Biden ha affermato in un’intervista che, nel caso, supporterebbe al Congresso una legge che renda permanente il quadro normativo in vigore dal 1973. Questa proposta, in realtà, non è particolarmente innovativa: di fatto tutti i Presidenti democratici l’avevano inserita nel proprio programma elettorale, ma ottenere l’approvazione di leggi come questa in Congresso è alquanto faticoso: la stessa amministrazione Trump – come si è visto – non ha portato a termine questo obiettivo.

Il professor Massimo Faggioli

Il commento del professor Massimo Faggioli

Per un commento sulla situazione post-elettorale negli Stati Uniti, abbiamo intervistato il professor Massimo Faggioli. Studioso italiano, già ricercatore presso la «Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII» di Bologna, Faggioli vive negli Stati Uniti dal 2008 ed è attualmente professore ordinario di Teologia e Studi religiosi all’Università Villanova di Filadelfia. Queste le considerazioni del docente riguardo al tema dell’aborto.

Professore, qual è il contesto culturale dello scontro sull’aborto negli Usa?
«Per comprendere il dibattito occorre una premessa: qui non esiste il concetto di ‘laicità’ diffuso in Europa. Per uno statunitense non è possibile separare il proprio credo religioso dal modo di concepire lo Stato, o dai comportamenti richiesti a ciascun cittadino: in questo senso la teologia influenza con decisione le opinioni personali anche rispetto alla sfera pubblica».

Perché il dibattito sull’aborto è diventato così aspro negli ultimi anni?
«Bisogna registrare due fatti. Da un lato la crescita del movimento Pro Life, che è diventato più forte e strutturato. Dall’altro lo spostamento a sinistra del Partito Democratico, che negli ultimi anni ha integrato il diritto all’aborto tra quelli fondamentali nel pantheon delle libertà individuali».

In che modo i due candidati alla Presidenza si sono inseriti in questo scenario?
«Per Donald Trump, distante su molti temi dalla dottrina sociale della Chiesa, quello dell’aborto è stato un grimaldello con cui parlare alla base dei cristiani, cattolici o membri delle molte Chiese riformate. Joe Biden, invece, ha sempre avuto una posizione tipica del cattolicesimo democratico ‘vecchia scuola’, per cui l’interruzione di gravidanza dev’essere legale ma con l’auspicio di diminuire il numero di aborti praticati. Ecco, questa posizione oggi è insostenibile in un Partito Democratico che ha assunto un punto di vista simile – per capirci – a quello dei Radicali italiani: l’aborto come parte integrante di una certa cultura delle libertà. Anche se personalmente Biden non sembra aver cambiato le sue posizioni storiche, oggi ha molto meno spazio per esprimerle. Questa situazione provoca una tensione reale con il mondo cattolico, anche con la gerarchia episcopale».

È possibile che l’amministrazione Biden-Harris agirà per rendere più liberale la legislazione statunitense in materia di aborto?
«La sentenza ‘Roe contro Wade’ stabilisce già una normativa parecchio estensiva: il piano dei Democratici sarà di difendere le norme attuali, piuttosto che cambiarle. In diversi Stati si discutono proposte di legge più restrittive: l’amministrazione Biden si batterà per rendere impossibili i tentativi degli Stati di rendere l’aborto illegale – o comunque molto difficile da praticare. Un elemento interessante, tuttavia, riguarda l’ultima campagna elettorale dei Dem».

Di cosa si tratta?
«Sull’onda dello spostamento a sinistra del Partito, nel 2016 Hillary Clinton condusse una campagna aggressiva in difesa della libertà di scelta. La convention di Philadelphia, a tratti, fu quasi una celebrazione del diritto all’aborto. Joe Biden è stato molto più accorto sul tema, consapevole dell’importanza del voto dei credenti in questa elezione. Biden sa di dover mantenere un equilibrio: l’obiettivo, nel suo mandato, sarà di difendere l’accesso all’aborto per come è oggi».

Gioele Anni

N.D.R.: è evidente che dal punto di vista della Chiesa cattolica la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale è fondamentale ed indiscutibile; quindi queste posizioni a favore dell’aborto, con tutte le sfumature e differenze del caso, sono incompatibili con il magistero della Chiesa cattolica.

19 Novembre 2020 | 21:32
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