Commento

Giornata infanzia missionaria: portare amore di Gesù al mondo

Oggi, nella solennità dell’Epifania, come ha detto il Papa dopo la preghiera dell’Angelus, in tutte le comunità cristiane del mondo si celebra la Giornata Missionaria dei Ragazzi. Istituita da Papa Pio XII nel 1950 e celebrata nel 1951 proprio il 6 gennaio, la Giornata – da sempre organizzata dalle Pontificie Opere Missionarie – rappresenta un’occasione speciale nella quale i giovani diventano veri e propri annunciatori del Vangelo. Federico Piana ne ha parlato con don Michele Autuoro, direttore di «Missio Italia», organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana:

R. – In Italia, abbiamo scelto questo slogan «A tutto cuore»; nella sua definizione grafica, c’è un ragazzo che gira il mondo e lo attraversa formando un cuore. Certamente questo vuole sottolineare che i ragazzi anche con la loro età vogliono partecipare all’annuncio del Vangelo. E quasi anche dire a Papa Francesco che anche loro vogliono essere quei discepoli missionari come lui stesso ci dice e ci chiede di essere nell’ «Evangelii Gaudium»: per fare di Cristo il cuore del mondo. E quindi «a tutto cuore» significa voler portare, anche con la loro giovane età, l’amore di Gesù nel mondo attraverso la preghiera e attraverso la solidarietà. Da sempre, questo è stato l’impegno dei bambini e dell’infanzia missionaria, dei ragazzi missionari: proprio di pregare per i loro coetanei nel mondo e di offrire la loro vicinanza attraverso gesti di solidarietà.

D. – Don Michele, come si svolge questa Giornata missionaria?

R. – Innanzitutto, i nostri ragazzi, anche qui in Italia, in tante diocesi, si sono preparati già da tempo a questa Giornata e si sono preparati anche attraverso il tempo dell’Avvento. In molte parrocchie, in molte diocesi hanno proprio ricevuto un mandato: quello di essere proprio dei ragazzi missionari. E soprattutto in questo tempo, anche attraverso l’aiuto dei catechisti, degli educatori, si sono preparati attraverso la riflessione, quindi a guardare al mondo, alle loro problematiche, ad aprire le finestre sul mondo perché in questo modo conoscano la realtà dei loro coetanei.

D. – In questo periodo storico, cosa vuol dire essere ragazzi missionari?

R. – Essere ragazzi missionari significa innanzitutto non chiudersi, avere veramente un cuore aperto a tutti; significa – potremmo dire quasi, anche con le parole della «Gaudium et Spes» del Concilio Vaticano II, che le gioie, le speranze, le attese, anche i dolori di tanti ragazzi del mondo loro coetanei, vengono fatte proprie. Anche se tutto questo avviene certamente in una sorta di distanza, ma oggi, in un mondo globalizzato, anche le distanze sono quasi annullate. In tutto questo, loro devono sentire che «li riguarda», cioè che quello che avviene nel mondo, quello che avviene ai loro coetanei li riguarda: loro non sentono di essere indifferenti. E questo significa essere attenti, significa conoscere, significa fare proprie le attese degli altri ragazzi, le loro speranze ma anche tante difficoltà …

(Da Radio Vaticana)

6 Gennaio 2017 | 23:05
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