L'entrata del lager nazista di Auschwitz
Commento
L'entrata del lager nazista di Auschwitz

Edith Stein: "Alla fine rimarrà solo il grande amore"

09.08.2018, 06:40 / redazionecatt

In occasione dell’anniversario della morte di Edith Stein – Santa Teresa Benedetta della Croce (1892-1942), la carmelitana Cristiana Dobner ripercorre gli ultimi giorni della monaca, mistica e filosofa di origine ebraica deportata verso il campo di sterminio nazista di Auschwitz.

Le ultime tappe dell’esistenza di Edith Stein si sintetizzano in tre nomi e in tre date.

Amersfoot, 2 agosto 1942: l’autista del carro d’assalto, sul quale erano state costrette a salire Edith e Rosa (sua sorella), deportate dal monastero nella rappresaglia seguita alla lettera dei vescovi olandesi contro il nazismo, sbagliò strada e così giunsero a notte già inoltrata al lager.

Westerbork: dove furono trasportate nella notte fra il 3 e il 4 agosto, e che fu così descritto da Etty Hillesum: «Nell’insieme c’è una grande ressa, a Westerbork, quasi come attorno all’ultimo relitto di una nave a cui si aggrappano troppi naufraghi sul punto di annegare. A volte si pensa che sarebbe più semplice essere finalmente deportati, che dover sempre assistere alle paure e alla disperazione di quelle migliaia e migliaia, uomini, donne, bambini, invalidi, mentecatti, neonati, malati, anziani, che in una processione quasi ininterrotta sfilano lungo le nostre mani soccorrevoli».

Auschwitz: numero 44074. Con il laconico e burocratico comunicato: «Il 9 agosto 1942 in Polonia è deceduta Stein, Edith Teresia Hedwig, nata il 12 ottobre 1891 in Breslavia, residente a Echt».
Il giardiniere del monastero di Echt, un giornalista amico e un giovane ex deportato l’avvicinarono in questi ultimi momenti. Poterono così presentarsi come testimoni oculari ai processi che aprivano la strada verso la beatificazione e scandagliavano la vita e la testimonianza di fronte alla morte certa della fenomenologa diventata carmelitana.
Edith Stein può essere così colta in presa diretta. «Parlava con umile sicurezza, tanto da commuovere chi la sentiva. Una conversazione con lei (…) era come un viaggio in un altro mondo. In quei momenti Westerbork non esisteva più… Mi disse: “Non avrei mai creduto che gli uomini potessero essere così e… che i miei fratelli dovessero soffrire tanto!”. Quando non ci fu più dubbio che dovesse essere trasportata altrove, le domandai se potevo aiutarla e (cercare di liberarla); …di nuovo mi sorrise supplicandomi di no. Perché fare un’eccezione per lei e per il suo gruppo? Non sarebbe stata giustizia trarre vantaggio dal fatto che era battezzata! Se non avesse potuto partecipare alla sorte degli altri la sua vita sarebbe stata rovinata: “No, no, questo no!”».
Il giornalista Van Kempen si trovò dinanzi «una donna spiritualmente grande e forte». Durante il colloquio fumò una sigaretta e le chiese «se ne volesse una anche lei». Mi rispose che «lo aveva fatto un tempo e che un tempo, da studentessa, aveva anche ballato».
Il giovane sopravvissuto notò un aspetto peculiare. «Era molto coraggiosa: dava le sue risposte così come era essa stessa. Quando l’SS bestemmiava, non reagiva, ma rimaneva se stessa. Non aveva assolutamente paura».
Wielek, funzionario olandese, riporta un dialogo in cui «con sicurezza e umilmente» Edith Stein disse: «Il mondo è formato da contrasti… Ma la finale non sarà formata da questi contrasti. Rimarrà solo il grande amore. Come potrebbe essere diversamente?».

Tratto da: Osservatore romano 9 agosto 2017

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