Papa e Vaticano

Edith Bruck: «Con il Papa un abbraccio tra fratelli»

Amedeo Lomonaco – VATICAN NEWS

È un piccolo villaggio ungherese il luogo natio, nel 1931, di Edith Bruck, ultima di sei figli di una povera famiglia ebrea. Nell’aprile del 1944, insieme ai genitori e a due fratelli, viene deportata in ghetto e poi nei lager di Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta insieme alla sorella Judit, approda dopo diversi anni in Italia e si stabilisce a Roma. In una intervista rilasciata all’Osservatore Romano, lo scorso mese di gennaio per la Giornata della Memoria, ha ricordato gli orrori vissuti durante il tragico periodo della persecuzione nazista. Papa Francesco l’ha voluta incontrare e si è recato nel pomeriggio di sabato 20 febbraio in visita privata nella sua casa nel centro di Roma. Un incontro che Edith Bruck definisce «inimmaginabile». A Vatican News rivela che durante il colloquio, il Papa ha ricordato diversi passaggi del suo libro «Il pane perduto» pubblicato da «La nave di Teseo» nella collana Oceani.

«Sono ancora sotto shock positivo», confida Bruck. «Abbiamo parlato molto a lungo. Ha detto che ha letto il mio libro. Ha citato molte parti del libro. Il Papa è arrivato alle 16.00 ed è andato via verso le 18.00. È stato un incontro inspiegabile. Io sono ancora emozionata. Ho pianto appena è arrivato. L’ho abbracciato, baciato. Era una cosa molto bella e con la voce tremante ho presentato le poche persone che erano in casa. Il Papa ha parlato anche della Shoah. Ha chiesto perdono personalmente. Ha parlato un po’ dell’Argentina. Ero talmente colpita, che non riuscivo a pronunciare una parola come si deve».

Cosa si prova a ricevere Papa Francesco nella propria casa?
R. – Non potevo immaginare una cosa così. Quando l’ho visto sulla porta, sono scoppiata a piangere. Anche lui mi ha abbracciato. Eravamo tutti e due dentro pieni di commozione. Non si poteva reggere la commozione.

Quello di Papa Francesco è stato un abbraccio paterno?
R.– Si, anzi ha detto: siamo fratelli.

Dunque un incontro tra fratelli anche molto conviviale…
R. – Il Papa ha mangiato un dolce con della ricotta. Ho preparato una bella poltrona con dei cuscini. E poi gli ho dato una mia poesia che ha apprezzato moltissimo. Eravamo tutti sbalorditi. Veramente un incontro inimmaginabile. È rimasto quasi due ore. È stata una cosa incredibile vederlo a casa. Mi sono molto commossa.

Ricordiamo quegli orrori vissuti nel campo di concentramento di Auschwitz, dove lei ha conosciuto il male assoluto. Ma anche tra quelle tenebre, ha vissuto momenti di luce.
R. – Si, ho raccontato questo al Papa. Io le chiamo le cinque luci. Ho raccontato di tutti e cinque queste luci. Il Papa ha detto che sapeva tutto. E ricordava il mio libro quasi riga per riga.

E ha anche ricordato al Papa che in quel periodo drammatico ci fu anche un piccolo gesto pieno di vita. A compierlo fu un cuoco…
R. – Ho raccontato anche questo episodio. Il Papa ricordava anche questo. Al campo di concentramento a Dachau, un cuoco mi dice: tu come ti chiami ? E mi hai regalato un pettinino. Il Papa ha ricordato l’episodio del pettinino. Mentre parlavamo, io e il Papa eravamo sulla stessa linea umana.

I suoi genitori e uno dei suoi fratelli non sono sopravvissuti. Lei ha detto di essersi salvata grazie a sua sorella…
R. – Mi ha aiutato molto. Io credo che senza di me, lei non sarebbe sopravvissuta. Anche io senza di lei non sarei sopravvissuta. Era più grande di me di quattro anni. Mi sosteneva. Ha preso anche dei giubbotti che non potevo più trascinare. Certamente, ci siamo sostenute a vicenda. Adesso purtroppo non c’è più. Lei è svenuta quattro volte e io urlavo: non lasciarmi! Ho vissuto delle cose allucinanti. Tutto quello che ho vissuto non si può raccontare né scrivere in mille libri. Non si può descrivere il dolore, l’indignazione morale. Non si potrà mai raccontare, fino in fondo, anche se io non faccio altro che raccontare e scrivere.

A proposito di raccontare e ricordare, un soldato tedesco che ha separato lei da sua madre all’arrivo al campo di concentramento, in realtà le ha salvato la vita…
R. – Si, è successo proprio all’arrivo. Ero con mia madre. Mi hanno destinato con mia madre al crematorio nella parte sinistra. Ma l’ultimo soldato tedesco ha sussurrato e mi ha detto di andare a destra. Io in quel momento non ho capito cosa volesse dire. Mi sono aggrappata alla carne di mia madre. Non volevo lasciarla. Alla fine il soldato, non sapendo come separarci, ha colpito mia madre con un calcio del fucile. Lei è caduta e poi non l’ho più vista. Ha colpito anche me e mi ha trascinato fin quando poi non mi sono trovata a destra. In quel momento non sapevo che voleva salvarmi.

Oggi ha condiviso alcuni di questi ricordi con Papa Francesco. Una giornata indelebile che salda la memoria con la speranza…
R. – Anche il Papa era molto addolorato per questi innocenti che sono stati annientati. Ma la speranze c’è sempre. C’è sempre una minuscola luce, anche nel buio più pesto. Senza la speranza, non possiamo vivere. Nei campi di concentramento bastava un tedesco che ti guardava con uno sguardo umano. Bastava un gesto. Bastava uno sguardo umano. Mi hanno regalato un guanto bucato, mi hanno lasciato della marmellata nella gavetta. Lì era la vita, dentro. Quella è speranza.

22 Febbraio 2021 | 10:43
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