Internazionale

Economia malata, Zamagni: una trasformazione è possibile

Debora Donnini – Città del Vaticano

Ampia risonanza hanno avuto le parole del Papa, ieri, all’udienza generale, sulle conseguenze di una «crescita economica iniqua» che ha portato a «un’economia malata» per la quale nel mondo pochi, ricchissimi, possiedono più di tutto il resto dell’umanità. Non solo. Ricordando i tanti bambini che nel mondo muoiono di fame o non hanno accesso all’istruzione, Francesco ha esortato, con decisione, a uscire migliori dalla crisi. Disuguaglianze sociali aggravatesi con la pandemia e indifferenza per i danni inflitti al Creato sono una cartina tornasole di questa situazione. Sulla ricchezza degli spunti della sua catechesi, si sofferma Stefano Zamagni, economista, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali:

R. – Il Papa vuole guarire l’attuale modello economico dalla sua malattia. Il Papa è a favore di un ordine di mercato che però non «avverta» le due grosse malattie di cui, appunto, si è fatto cenno. Questa trasformazione dall’interno è oggi possibile, operando su più fronti che però devono essere convergenti. Fino a tempi recenti, si era pensato che bastasse aumentare la ricchezza, aumentare il reddito nazionale, perché poi tutto si sarebbe aggiustato. Abbiamo visto cosa è successo: il reddito è aumento a livello globale, ma di pari tempo, sono aumentate le diseguaglianze. Ecco allora il primo punto: la proposta del Papa è quella della prosperità inclusiva, che includa tutti. La seconda, è quella di fare in modo che ci sia armonia tra l’equilibrio ecologico e l’equilibrio interiore. Nel numero dieci della Laudato si’ il Papa parla di «pace interiore»…

Secondo lei, quindi, come si possono in qualche modo attenuare queste storture?

R. – Basta volerlo, perché dal punto di vista tecnico si può. Il primo bisogno è cambiare le regole di funzionamento dei mercati finanziari. La finanza è malata perché è basata su leggi sbagliate. Bisogna che i governi si mettano una buona volta attorno ad un tavolo e dicano: «Riscriviamo i codici». Ad esempio, chiudere i paradisi fiscali, perché oggi sono una delle prima cause dell’aumento delle diseguaglianze. Secondo, bisogna fare in modo che la finanza sia posta al servizio dell’economia reale. Oggi è vero il contrario. Da secoli, la finanza serviva per aiutare le imprese, le famiglie, tutti coloro che avevano bisogno di strumenti, e anche su questo serve scrivere: basta con l’autoreferenzialità. Perché la finanza non produce valore aggiunto, lo redistribuisce. Questo un po’ può essere tollerato ma oggi è diventato macro evidente come la crisi del 2007-2008 e la successiva hanno evidenziato. Terzo: basta dire che il fine dell’impresa non è solo la massimizzazione del profitto; gli stessi grandi imprenditori americani nell’ultima dichiarazione, che risale a dieci giorni, fa dicevano: «Vogliamo un’economia che abbia come primo fine non la massimizzazione del profitto dei vari azionisti, ma la produzione di valore sociale».

Il Papa ha anche esortato le comunità cristiane del 21.mo secolo a far fruttificare i propri beni anche per gli altri, sull’esempio delle prime comunità cristiane. Questa anche è una strada importante da perseguire?

R. – Vicino ai beni privati e ai beni pubblici, ci sono i beni comuni. L’ambiente è un bene comune; l’acqua è un bene comune; il vaccino contro il Coronavirus, ad esempio, è un bene comune, cioè sono beni che non sono né del singolo né dell’ente pubblico, dello Stato ma sono della comunità. Per rivitalizzare la logica dei beni comuni, c’è bisogno di comunità, cioè di gruppi di persone che realizzano concretamente, nella loro quotidianità, la logica applicativa dei beni comuni. Ecco allora che l’invito del Papa va letto così: «Voi, comunità cristiane, adoperatevi». Bisogna far decollare questo con testimonianze concrete, che stanno già avvenendo, di realtà di persone che si aggregano per applicare la logica dei beni comuni. Ecco perché sono nate ad, esempio, le cooperative di comunità.

Per le società occidentali, sostenere la famiglia con figli, in particolare le madri lavoratrici e non, in realtà dove appunto la natalità sta crollando, e anche puntare sulla formazione dei giovani, sono strade per uscire migliori dalla crisi?

R. – Sono indispensabili perché il Papa – non ieri, ma in altre occasioni – ha insistito opportunamente sul recupero del ruolo e della funzione della famiglia. Ma in giro per il mondo «cattivi maestri» hanno pensato che distruggendo la famiglia come istituzione e puntando tutto sull’individualismo esasperato, si potesse migliorare la situazione. Questo è l’errore più grande perché la famiglia è la prima economia. Se dimentichiamo questo, perdiamo l’occasione di comprendere una delle maggiori forze di trasformazione dell’assetto attuale. Chi è il primo medico dei bambini? La famiglia. Quale è il primo luogo di educazione e formazione dei giovani? La famiglia. Rimetterla al centro vuol dire rimettere al centro la figura della persona e, in particolare, della donna.

Da sinistra: Il ticenese Mauro Lepori, abate generale dei Cistercensi e l'economista prof. Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia della Scienze Sociali (foto catt.ch)
28 Agosto 2020 | 09:28
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