Commento

Il doppio business delle lobby delle armi

Le lobby delle armi in Europa commerciano nelle zone di conflitto in Africa e Medio Oriente, da cui fuggono i profughi, e nello stesso tempo fanno affari miliardari sulla crescente militarizzazione delle frontiere dell’Unione Europea per il contrasto all’immigrazione clandestina. Il mercato della sicurezza dei confini continentali gli ha fatto guadagnare 15 miliardi di euro nel 2015: saranno 29 miliardi nel 2022. Lo afferma un rapporto Della Rete Italiana Disarmo di cui si è parlato nel convegno intitolato «Guerre, scelte di pace e riconversione industriale», promosso a Roma dal Movimento politico per l’unità, legato ai Focolari. Era presente all’incontro Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo. Francesca Di Folco lo ha intervistato:

R. – In effetti noi vediamo che gran parte delle aziende che lavorano nel settore della Difesa operano e collaborano anche a tutte le azioni, sinora messe in campo, di controllo dei confini, dei mari. Quindi certamente rappresenta un doppio business. Rimane solamente irrisolto il problema dei conflitti continuamente alimentati in questi Paesi da forniture di guerra, di armamenti, di munizioni e quant’altro, che proseguono per anni senza che – almeno apparentemente – la Comunità internazionale intervenga per bloccare. Il caso esemplare è la Siria: noi sappiamo che ufficialmente è la Russia che sostiene il governo Assad, ma le varie forze ribelli – dall’Is agli eserciti di opposizione – sono tutte formazioni che ricevono armi e munizioni da vie apparentemente ignote, ma che arrivano evidentemente invece in misura particolarmente rilevante: altrimenti non si potrebbe spiegare come una guerra, da una parte e dall’altra, possa essere sostenuta per 4-5 anni senza soluzione di continuità.

D. – A vigilare i varchi vi sono produttori e venditori di armi a Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, dai quali fuggono i rifugiati. Le aziende che infiammano la crisi sono quelle che ne traggono i maggiori profitti…

R. – Sì, noi abbiamo – purtroppo! – un ruolo significativo nei Paesi dell’Unione Europea – come la Germania, l’Italia, la Francia – che esportano in misura significativa armamenti e munizioni verso l’area mediorientale e nordafricana. Anzi, abbiamo rilevato che, nel corso di questi ultimi anni, vi è stato un grande incremento di esportazioni di armi e munizioni verso queste due aree, il Medio Oriente e il Nord Africa, proprio in concomitanza delle cosiddette Primavere Arabe e in contemporanea allo scoppio del conflitto siriano. Proprio i dati statistici ci offrono un quadro estremamente preoccupante: vediamo che c’è un flusso continuo di armamenti che costituisce un business certamente per le aziende, ma non aiuta a trovare soluzioni pacifiche per queste aree martoriate.

D. – Quali le maggiori soluzioni per una riconversione industriale?

R. – Intanto ci vuole – come prima soluzione – una volontà politica, perché noi abbiamo – in Italia – una legge specifica, che è la 185 del ’90, che al suo interno, all’art. 8, prevede anche possibili iniziative di diversificazione e conversione produttiva. Certamente la diversificazione e la conversione produttiva non sono facili da ottenere con un colpo di bacchetta magica. Ci vuole una programmazione economica, ci vuole un impegno politico, ci vuole un’analisi del mercato: ci vuole, in poche parole, un impegno collettivo delle forze politiche, delle forze industriali, delle forze sindacali, dei tecnici per arrivare ad individuare prodotti che possano essere – con le capacità tecnologiche, professionali, umane che hanno queste aziende – immessi sul mercato. Altrimenti rimane solamente una affermazione morale, rispettabile, ma – come abbiamo visto in questi anni – che non ha mai dato effettivamente risultati. Gli unici risultati che abbiamo visto quando alcuni prodotti militari sono stati utilizzati per uso anche civile, ma come ricaduta secondaria e non come pianificazione di un intervento di più vasto respiro, che punti quindi a ridimensionare la quota di produzione militare propriamente detta.

Al convegno ha partecipato anche Rosalba Poli, del Movimento dei Focolari. Questa la sua proposta:

«La prima proposta che noi facciamo è quella di sostituire l’uso delle armi con l’uso di un metodo dialogico. La riconversione industriale è un discorso molto percorribile – ma certamente non a breve termine – indirizzato soprattutto a promuovere le industrie che guardino più ad un bene comune piuttosto che ad una produzione di armi che distrugge intere popolazioni».

Tra le proposte emerse al convegno anche quella di riallocare almeno il 10% del budget militare nazionale e mondiale annui per creare un fondo globale gestito dalle Nazioni Unite per aiutare le popolazioni con le necessità umanitarie più urgenti.

(Da Radio Vaticana)

7 Luglio 2016 | 00:34
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