Ticino

Donna in burka nella chiesa di Chiasso

Avete mai visto una donna col burka in chiesa? Non dico una turista in visita. Intendo dipinta in un affresco, al cospetto di Dio. Senza che sia rappresentata come cattivo esempio da spedire all’inferno come, si fa per dire, è successo a Maometto nel dipinto di Giovanni da Modena, nella basilica di san Petronio a Bologna, torturato dai demoni e avvolto nelle fiamme.
Nella chiesa di san Vitale a Chiasso, una donna musulmana completamente coperta da una tunica, con solo una fenditura per gli occhi, è rappresenta nel grande affresco dell’abside. Forse nessuno se ne è ancora accorto, visto che non si è alzata alcuna voce per cancellarlo o renderlo innocuo. Eppure è lì, in questo dipinto realizzato nel 1935 quando fu edificata la nuova chiesa parrocchiale.
A raccontarci la storia dell’affresco è l’arciprete, don Gianfranco Feliciani. Neppure lui aveva mai notato questa figura alle spalle di san Francesco, accanto ad altri personaggi con evidenti abbigliamenti arabi.
Ebbene, questo affresco (in sé bruttino) è figlio del suo tempo. Negli anni Trenta, col fascismo imperante a due passi dal confine e con alcuni ticinesi che, attratti dalla cultura italiana, simpatizzavano per Mussolini parteggiando per l’italico irredentismo, raffigurare Cristo Re – e sotto di lui la Patria Elvezia – significava richiamare la festa istituita pochi anni prima da Pio XI in evidente contrapposizione al regime dittatoriale d’oltre confine. E con essa ribadire i valori di libertà e democrazia nei quali si richiamava la maggior parte del cattolicesimo svizzero.
A conferma di ciò, la grande scritta «Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat» che è incipit del testo dell’inno ufficiale dello Stato della Città del Vaticano.
Erano tempi duri nei rapporti tra Chiesa e fascismo. Pochi anni prima, nel 1931, Mussolini aveva sciolto con decreto i circoli della Gioventù cattolica, le cui sedi erano state devastate in tutta Italia da squadracce fasciste. In risposta a questo atto interviene addirittura il papa con l’enciclica «Non abbiamo bisogno» nella quale Pio XI condanna esplicitamente il fascismo come dottrina totalitaria e pagana, dichiarando illecito il giuramento di fedeltà al duce.
In questo clima, nel 1935 viene costruita a Chiasso la nuova chiesa parrocchiale al posto di quella barocca, ormai troppo piccola.
Nell’affresco che viene realizzato nell’abside si trova, alla destra di mamma Elvezia, un Nicolao della Flüe ancora solo beato (verrà canonizzato una dozzina di anni dopo) che guida un gruppo di poveri, contadini e montanari, alla presenza dei Waldstätten che giurano solennemente reciproca fedeltà.
A sinistra, accanto a due nobili inginocchiati, ci sono i patroni della diocesi san Carlo e sant’Ambrogio; il laico Dante Alighieri che richiama probabilmente la cultura «alta» a cui appartiene il Ticino; san Francesco e, appunto, questo gruppo di strani personaggi musulmani. Potrebbe essere un richiamo alle Crociate alle quali partecipò con il suo strano viaggio pure lo stesso Francesco, che volle incontrare il feroce Saladino con l’intento – non riuscito – di convertirlo a Gesù Cristo. Oppure più genericamente rappresentano quei popoli che raggiunti dal messaggio del Vangelo, si convertono dall’Islam e si presentano – anche loro in piedi e a testa alta – davanti a Cristo Re e Signore.
Se si guarda con attenzione questo gruppo pittorico, colpisce questa figura che sembra essere femminile, abbigliata con una veste lunga, che la copre integralmente dalla testa ai piedi, e che ha solo due piccolissimi fori nel velo bianco permettendo così di guardare. Sembra appunto un burka. Neppure un niqab che pure copre gran parte del volto. No: proprio un burka in versione anni Trenta.
Che ci fa in un dipinto, nell’abside della chiesa di Chiasso, una donna in burka? Bisognerebbe forse scartabellare negli archivi della parrocchia per cercare qualche documento dello sconosciuto (a me) autore, che magari svela questo mistero. Lo stesso don Feliciani non ricorda di aver visto nulla in proposito.
Al di là delle motivazioni dell’autore, resta comunque l’estrema attualità di questa presenza, che anche se notata da qualcuno in passato non avrebbe detto nulla, alla quale ognuno può dare oggi la propria interpretazione. A me piace sottolineare quella dell’accoglienza. Di Cristo Re che abbraccia tutti. Ma anche della Svizzera che non nega a nessuno la propria ospitalità.
Luigi Maffezzoli
(Spighe, mensile Act, gennaio 2018)
7 Febbraio 2018 | 18:20
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