Internazionale

Don Mattia Ferrari racconta la sua esperienza con volontari e migranti sulla Mare Jonio

Lo raggiungo al telefono a Modena, una città nel pieno dell’epidemia di coronavirus. Don Mattia Ferrari è un prete di 27 anni, vicario parrocchiale a Nonantola, impegnato da sempre, ben prima della scoperta della vocazione, accanto agli ultimi. Il 9 maggio 2019, don Mattia Ferrari è tra i volontari sulla «Mare Jonio», la nave della piattaforma della società civile italiana Mediterranea, che opera per soccorrere i migranti al largo del mare tra la Sicilia e la Libia. Quel giorno incrociano un gommone in avaria con 30 migranti. «Da dove venite?» viene chiesto loro. «Dall’inferno», rispondono. Don Mattia ne parla in «Pescatori di uomini» (Garzanti 2020), da pochi giorni nelle librerie, scritto insieme al giornalista italiano Nello Scavo.

Don Mattia, perché – ad un certo punto – hai deciso di imbarcarti sulla Mare Jonio per prestare soccorso ai migranti? «»Mediterranea» è stata fondata dai centri sociali Abbas di Bologna. Sono entrato in contatto con loro tre anni fa, quando dovetti cercare alloggio per un migrante senzatetto, incontrato in stazione. Siamo diventati amici, così quando hanno fondato Mediterranea ed è nata l’esigenza di avere un cappellano a bordo della nave Mare Jonio, mi hanno chiamato».

Cosa hai scoperto di prezioso sulla nave? «Sono stato evangelizzato dai miei compagni di viaggio, amici di culture e religioni diverse: cattolici, musulmani, atei e agnostici. Al di là della fede, della credenza, questi giovani volontari mi hanno mostrato, senza tanti giri di parole, nel quotidiano, il Vangelo della Parabola del Buon Samaritano. Io la riassumo così: se apriamo il nostro cuore ad una compassione viscerale verso l’umanità ferita, allora viviamo una vita vera. Sono stato tra gente che lo fa e lo ha fatto, mettendosi in gioco, radicalmente, per stare accanto agli ultimi».

Avrete vissuto anche momenti drammatici a bordo della «Mare Jonio»… «Abbiamo assistito ad un respingimento ad opera della guardia costiera libica con la complicità di un aereo militare europeo. La «Mare Jonio» purtroppo è arrivata tardi, dopo che le motovedette militari libiche hanno riportato indietro queste persone, violando un diritto umano fondamentale: quello al non respingimento verso una zona dove rischi la vita. Sono tornato a casa portandomi dentro questa ferita».

E un’esperienza bella che ricordi? «Il primo salvataggio a cui ho partecipato, con l’equipaggio composto da giovani di Paesi e credo diversi, unito in un unico grande abbraccio. Ho scoperto un’humanitas capace di fraternità e solidarietà. Essa è l’antidoto alla rabbia che alberga nel cuore di coloro che con la violenza si accaniscono contro i deboli».

Domenica scorsa il Papa ha lanciato un forte appello per Idlib e per il milione di profughi che sono in fuga in questi giorni verso la Siria settentrionale, dopo 9 anni di guerra e l’ennesima offensiva. Che sentimenti provi davanti a questa situazione e al contemporaneo svuotamento dei campi profughi in Turchia, con migliaia di disperati assiepati al confine greco? «Un grandissimo sentimento di dolore e di rabbia per la gravissima ingiustizia che sta avvenendo. Ed ancora più grave è il silenzio attorno a queste tragedie. Riguardo poi alla situazione al confine greco, dico solo che come europei, non solo stiamo calpestando le nostre radici culturali, ma anche la nostra storia e paradossalmente lo facciamo proprio al confine della Grecia, culla dell’humanitas classica e dei suoi valori».

Questa esperienza cosa ha dato al tuo essere prete? «La mia vocazione si è confermata nell’incontro e nel lavoro, gomito a gomito, con credenti cristiani e di altri fedi, atei e agnostici. Loro mi hanno mostrato che il messaggio di Gesù è vero: l’amore per il prossimo può cambiare la storia e ci rende realizzati e felici».

Cristina Vonzun

15 Marzo 2020 | 18:30
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