Internazionale

«Dal Nord Irlanda a Barcellona diciamo no ai separatismi: la riconciliazione è possibile»

«Free Derry Corner», sotto la scritta che oggi avvisa il turista che sta entrando in quella che alla fine degli anni ’60 era la zona della città liberata dal controllo britannico qualcuno ha scritto con uno spray «Catalogna libera». La guida che accompagna i visitatori nel tour tra le case basse del Bogside, quartiere un tempo ghetto dei cattolici della città irlandese affacciata sul fiume Foyle, si scusa per quell’imbrattamento: «Non siamo d’accordo», dice parlando a nome di tutto il quartiere. In questa incantevole città diventata tristemente famosa nel mondo 45 anni fa per il Bloody Sunday, il giorno in cui 14 abitanti inermi vennero uccisi dall’esercito britannico – nel 2010 sono arrivate le scuse ufficiali del Governo Cameron dopo ben due commissioni di inchiesta– si conosce bene il valore dell’unità di una comunità e i rischi delle divisioni. Prima di tutto tra le persone, perché qui l’isola rimane tagliata in due StatiDi cui una parte è sotto la Gran Bretagna, che ha avviato il processo di uscita dall’Europa con la Brexit.

 

«Viviamo un periodo di frammentazioni. A Barcellona come a qualsiasi altro luogo in Europa in cui oggi si assiste al rischio delle divisioni vogliamo dire che è possibile trovare la strada della riconciliazione. Ascoltando, parlando, soffrendo assieme. Cercando di scoprire una nuova verità». Ad affermarlo è il vescovo Donal McKeown. Dalla cattedrale di St.Eugene, posta tra i due quartieri repubblicani, Bogside e Creggan, le sue parole hanno tutto il peso del processo di pace che qui è indubbiamente più avanti rispetto a qualsiasi altro luogo del Nord Irlanda. «Da questa città i Troubles (il conflitto che ha infiammato per 30 anni le sei contee del Nord dell’isola, ndr) sono cominciati e proprio da qui sono sorti i primi concreti segni della «primavera» nei rapporti tra le comunità e tra le due Chiese principali. Che tra noi e gli anglicani, in pubblico come in privato, sono molto forti«.

 

Derry, la più «irlandese» nello spirito tra le città delle sei contee britanniche non è luogo in cui le parole restano semplicemente tali: gli irlandesi sono persone concrete. «Abbiamo creato tra le varie chiese una rete di rapporti strutturali – riprende McKeown – da trent’anni esiste la Churches cross, una organizzazione in cui le chiese lavorano assieme per contrastare la disoccupazione, per trovare i fondi per la ricostruzione di una città distrutta dalle bombe. Certo, questo genere di collaborazione ci porta anche a ripercorrere il cammino percorso da un santo, come Colombano, che è una figura significativa non solo per i cattolici. Io e il vescovo anglicano abbiamo compiuto quest’anno alcuni gesti importanti come un pellegrinaggio nei luoghi significativi per San Colombano non solo all’estero – in Scozia, in Italia – ma anche nei luoghi della città che sono stati teatro dei Troubles».

 

Il quartiere del Bogside è meta di turisti che si fermano a fotografare i murales che riprendono quelle immagini del Bloody Sunday che fecero il giro del mondo: in una di queste proprio un vescovo cattolico, Edward Daly, tiene in mano un fazzoletto bianco e cerca di portare in salvo il corpo ferito di John Duddy, 17 anni. Sono nove i sacerdoti cattolici che hanno testimoniato per le due inchieste della domenica di sangue: «La storia del passato che narriamo è importante per la costruzione che facciamo del futuro. Il passato è pieno di disoccupazione, discriminazione, a Derry come in Catalogna. Ma se parliamo di noi solo come vittime del passato, della violenza, è difficile non pensare a una storia fatta di rapporti tra vincitori e perdenti«, dice ancora McKeown.

 

Ecco, dunque, come si tenta di fare la riconciliazione: «Stiamo cercando di narrare una storia più onesta sul passato per parlare di un futuro migliore per i nostri giovani, celebrando insieme un’unica storia ecclesiastica in città, citando insieme i santi del passato che condividiamo. E cercando di offrire dal punto di vista della Chiesa una speranza in un mondo politico in cui ci sono molte tensioni. Dal mio punto di vista in Irlanda del nord la guerra è finita ma il conflitto continua«. Una dichiarazione forte che il vescovo spiega citando l’attuale situazione politica di stallo del governo condiviso tra le due componenti, che con gli accordi di pace hanno accettato di lavorare assieme sui poteri che la Gran Bretagna ha devoluto al Parlamento di Stormont: «Sinn Féin, il partito repubblicano che vorrebbe una Irlanda unita non lavora per la costruzione di un paese che funzioni sotto il dominio britannico, non è interessata a farlo. Tutto viene indirizzato, specialmente dal loro punto di vista, sul raggiungere una Irlanda unitaI partiti unionisti dal canto loro vogliono distruggere questo partito, Sinn Féin, che a sua volta vuole rompere il legame con l’Inghilterr a. La mancanza di governo non ha a che fare solo con la mancanza di leggi ma fa parte di un macroconflitto che continua a livello politico. Tutto viene usato per questo scopo».

 

Il ruolo della Chiesa diventa quello di indicare i valori che possano aiutare le persone: «L ’Irlanda Unita come la permanenza sotto l’Inghilterra non creano la terra promessa. La struttura non cambia la mentalità delle persone, non cambia l’anima, non crea la riconciliazione. Noi vogliamo creare nuovi irlandesi, non nuove strutture. Irlandesi che vogliano pensare ai poveri, dare sostegno ai rapporti familiari, che siano positivi per i giovani, che perdiamo, per la mancanza di strutture familiari forti. Sia dalla parte cattolica che protestante».

Francesca Lozito – VaticanInsider

5 Ottobre 2017 | 07:10
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