Ticino

Chiesa: inizia il mese dedicato alle missioni

Viaggiare fuori Europa in tempo di Covid è quasi impossibile. Fisicamente. Ma non lo è con la testa, il cuore e la preghiera. Ottobre è il mese che la Chiesa dedica alle missioni con la proposta di diverse iniziative. «L’Ottobre missionario» che è un’iniziativa delle Pontificie Opere Missionarie, in Svizzera conosciute con il nome di «Missio», quest’anno ospita in Ticino storie, testimonianze, letture e volti della Chiesa di Guinea, un Paese dell’Africa dell’Ovest che con la Chiesa svizzera -sembra strano a dirlo- ha una storia in comune. Chiara Gerosa di Missio ci introduce alla conoscenza della comunità cattolica di questo Paese africano.

Chiara Gerosa, quali impressioni porta a casa dalla Guinea, dove ha visitato una comunità cristiana il cui primo vescovo fu uno svizzero: Eugène Maillat (1919-1988)? «A novembre dello scorso anno ho potuto visitare questo Paese di 12 milioni di abitanti nell’Africa occidentale che ha raggiunto l’indipendenza dalla Francia nel 1958. La Guinea è a maggioranza musulmana, i cristiani oggi sono circa il 10% della popolazione e sono soprattutto cattolici. Ho potuto conoscere la storia e la quotidianità di queste comunità vivendo nella diocesi di Nzérékoré, una delle tre del Paese. Serbo con gioia il ricordo degli occhi di alcuni anziani nei quali brillava l’emozione per gli anni in cui il loro primo vescovo, lo svizzero Eugène Maillat, missionario dei Padri bianchi e pescatore di uomini infaticabile, girava per le impervie strade della Guinea forestale a incontrare le persone, villaggio per villaggio, casa per casa. Investì tempo e risorse nella formazione dei laici, già guardando avanti nella storia che lo avrebbe visto ritornare in Svizzera da espulso. Infatti, nel 1967, tutti i religiosi stranieri furono cacciati dal paese dall’allora presidente Sekou Touré. Ecco che quei laici che avevano ricevuto una formazione, presero in mano la Chiesa, se la caricarono sulle loro spalle, mantenendo viva la fede, da soli, per diversi anni».

Lei ha incontrato qualcuno di quei laici locali che portarono avanti la Chiesa in Guinea dopo l’espulsione dei missionari stranieri? «Ho conosciuto Michel, catechista 60enne, che considera un esempio per il suo servizio le figure degli antichi Aquila e Priscilla, collaboratori di San Paolo, antenati delle coppie di catechisti al servizio della Chiesa. «Finché la missione della Chiesa continuerà», mi ha detto con convinzione, «ci saranno catechisti». Perché «ognuno ha il suo posto e il suo ruolo nella Chiesa»».

Qual è oggi la situazione della comunità cattolica in Guinea? «Lentamente, malgrado le tante difficoltà, a cui si sono aggiunte ora le gravi conseguenze del Covid-19, la Chiesa guineana cerca di prendersi in mano e lo fa sollecitando tutti a diventarne corresponsabili. Non posso dimenticare quando, durante l’ordinazione sacerdotale di sei nuovi preti a Nzérékoré, il vescovo del luogo, Raphael, nell’omelia ha invitato tutti i fedeli -tutti!- a farsi carico, spiritualmente e materialmente, dei bisogni della comunità. Come non dimentico che in una piccola parrocchia tutti i fedeli che non hanno un lavoro, vanno ogni giorno ad aiutare nella costruzione di quella che sarà la loro chiesa. Questo esempio commovente ci parla di un «prendersi in mano» che da noi forse è ancora da sperimentare, da vivere. E come non pensare allora alla proposta dei «laboratori di speranza» di cui parla il vescovo di Lugano nella sua quinta lettera pastorale: essere prima di tutto in comunione, camminare fianco a fianco, guardando ai bisogni di tutti per far fiorire quell’umanità che è caratteristica del cristianesimo».

Il Papa, in occasione del mese di ottobre e della giornata missionaria, scrive ogni anno un messaggio. Cosa può dirci del tema e del messaggio del 2020? «Siamo nell’anno della pandemia da covid 19. Per questo il Papa ha messo al centro del cammino missionario della Chiesa -che non riguarda solo le terre lontane ma anche la nostra quotidianità qui in Svizzera-, un parola biblica legata alla vocazione del profeta Isaia: «Eccomi, manda me» (Is 6,8). Come scrive Bergoglio questa «è la risposta sempre nuova alla domanda del Signore: «Chi manderò?» (ibid.). Questa chiamata proviene dal cuore di Dio, dalla sua misericordia». Un messaggio che interpella sia la Chiesa sia l’umanità nell’attuale crisi mondiale ad aprirsi ad orizzonti di solidarietà».

Cristina Vonzun

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30 Settembre 2020 | 09:30
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