Ticino

Che cosa significa essere catechista oggi?

Dal motu proprio di Papa Francesco al futuro dell’educazione cristiana: abbiamo posto alcune domande al prof. Ernesto Borghi, coordinatore della Formazione Biblica nella Diocesi di Lugano, docente di Sacra Scrittura (ISSR di Trento – Facoltà Teologica di Napoli/sez. San Tommaso) e presidente dell’Associazione Biblica della Svizzera Italiana.

Prof. Borghi, a quali fondamenti si rifà il motu proprio di papa Francesco?

La lettera istitutiva del ministero del catechista (Antiquum ministerium – 11 maggio 2021) è un’altra conferma del fatto che papa Francesco è il primo pontefice figlio del Concilio Vaticano II e intende aiutare la Chiesa cattolica ad avere un futuro culturalmente al passo con i tempi. Ripercorro brevememente queste pagine bergogliane, segnalandone gli aspetti che mi paiono qualificanti.

I fondamenti neo-testamentari del servizio di educazione alla fede cristiana sono espressi con grande efficacia (cfr. n. 2) a partire da una lettura sostanziale di 1Corinzi 12,4-11. Facendo riferimento anche alla Costituzione conciliare Dei verbum (n. 8) il testo, sempre al n. 2, si esprime così: «All’interno della grande tradizione carismatica del Nuovo Testamento, dunque, è possibile riconoscere la fattiva presenza di battezzati che hanno esercitato il ministero di trasmettere in forma più organica, permanente e legato alle diverse circostanze della vita, l’insegnamento degli apostoli e degli evangelisti». Come testimonia già Atti 2,42, l’argomento essenziale dell’azione di chi vuole educare alla fede cristiana è l’insegnamento di Gesù, di cui le versioni evangeliche sono la raccolta fondamentale, visto che apostoli ed evangelisti, nei primi decenni dopo la morte e risurrezione del Nazareno, quello proponevano. Il «Catechismo della Chiesa cattolica» (1992) è uno tra i vari punti di riferimento dell’azione catechistica (cfr. n. 4).

Che ruolo vuole conferire ai laici il papa?

Papa Francesco insiste ripetutamente sull’importanza decisiva di laiche e laici come attrici e attori di questa funzione educativa nella Chiesa (cfr. nn. 3-4). E al n. 5 il discorso, per certi versi, si approfondisce ulteriormente: «Senza nulla togliere alla missione propria del Vescovo di essere il primo Catechista nella sua Diocesi insieme al presbiterio che con lui condivide la stessa cura pastorale, e alla responsabilità peculiare dei genitori riguardo la formazione cristiana dei loro figli (cfr CIC can. 774 §2; CCEO can. 618), è necessario riconoscere la presenza di laici e laiche che in forza del proprio battesimo si sentono chiamati a collaborare nel servizio della catechesi (cfr CIC can. 225; CCEO cann. 401 e 406)». Chi è laico non ha soltanto il ruolo di animare cristianamente la realtà extra-eccelsiale sociale, culturale ed economica: papa Bergoglio riprende un altro importsnte documento del Vaticano II: «È bene ricordare, comunque, che oltre a questo apostolato «i laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l’apostolato della Gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nell’evangelizzazione, faticando molto per il Signore» (Lumen Gentium, 33)».

C’è un precedente, un riferimento almeno ideale e autorevole in questo motu proprio…

Il vescovo di Roma attuale (cfr. n. 7) menziona papa Paolo VI quando, alcuni decenni fa, nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, «chiedendo di saper leggere le esigenze attuali della comunità cristiana in fedele continuità con le origini, esortava a trovare nuove forme ministeriali per una rinnovata pastorale: «Tali ministeri, nuovi in apparenza ma molto legati ad esperienze vissute dalla Chiesa nel corso della sua esistenza, – per esempio quelli di Catechista… sono preziosi per la plantatio, la vita e la crescita della Chiesa e per una capacità di irradiazione intorno a se stessa e verso coloro che sono lontani» (Evangelii nuntiandi, n. 73). E Francesco, conseguentemente, sempre al n. 7 dice: «ricevere un ministero laicale come quello di Catechista imprime un’accentuazione maggiore all’impegno missionario tipico di ciascun battezzato che si deve svolgere comunque in forma pienamente secolare senza cadere in alcuna espressione di clericalizzazione». 

E allora, chi possono e devono essere le catechiste e i catechisti? 

Persone che offrono «un servizio stabile reso alla Chiesa locale secondo le esigenze pastorali individuate dall’Ordinario del luogo, ma svolto in maniera laicale come richiesto dalla natura stessa del ministero. È bene che al ministero istituito di Catechista siano chiamati uomini e donne di profonda fede e maturità umana, che abbiano un’attiva partecipazione alla vita della comunità cristiana, che siano capaci di accoglienza, generosità e vita di comunione fraterna, che ricevano la dovuta formazione biblica, teologica, pastorale e pedagogica per essere comunicatori attenti della verità della fede, e che abbiano già maturato una previa esperienza di catechesi» (n. 8). 

Già da tutti questi preziosi elementi riscontrabili nel documento pontificio appare chiaro che chiunque abbia un’idea minimalista, integrista o poco definita del ruolo di chiunque faccia catechesi, deve cambiare radicalmente prospettiva. Papa Francesco parla ad una Chiesa, quella cattolica romana, diffusa in regioni del mondo con esigenze così diverse che tale motu proprio dovrà trovare attuazione ovviamente secondo le specifiche necessità e possibilità di ogni realtà locale. Ciononostante – parlo in particolare per le zone europee popolate da persone in grande maggioranza italofone – le parole-guida dal presente al futuro non potranno che essere, più che mai, per quanto attiene all’educazione alla fede cristiana competenza cultural-didattica, sensibilità ecclesiale, responsabilità educativa. 

Perché questo motu proprio, adesso?

Siamo in un momento storico certamente complesso. La transizione da una fede prevalentemente di eredità familiare e tradizional-dottrinalistica ad una fede radicata biblicamente e di scelta personale è certamente in corso con esiti vari ed articolati, comunque non scontati. Dagli anni Settanta del secolo scorso a questa parte i progressi formativi e culturali fatti sotto il profilo della formazione di chi fa catechesi sono indubbiamente notevoli: nel Canton Ticino e nella Diocesi di Lugano quanto è stato fatto, in particolare dal 2000 in poi, a partire dall’azione del servizio catechesi dell’Ufficio Istruzione Religiosa Scolastica (= UIRS) diocesano è stato ed è piuttosto evidente. Certamente occorre fare sempre meglio e sempre di più.

Bisogna essere realisti. Per moltissime persone catechesi vuol dire ancora essenzialmente «catechismo verso i sacramenti per bambini e ragazzi»: non è ancora diffusa l’idea che educazione alla fede cristiana è un’azione di crescita cultural-esistenziale che, in piena libertà, deve poter durare tutta la vita. Nonostante i miglioramenti registrati nello spessore culturale di catechiste e catechisti, moltissimi di coloro che si occupano dell’educazione alla fede in parrocchie, gruppi, movimenti sono persone più ricche di buona volontà e di buon cuore che di una seria preparazione biblico-teologico-catechetica. E sotto il profilo numerico esse sono anche in evidente diminuzione, non soltanto per ragioni demografiche, ma anche perché gli impegni lavorativi extra-domestici rendono sempre più esiguo il tempo a disposizione per attività che esulino dagli ambiti familiare e professionale. 

E qui in Ticino cosa è possibile realizzare?

Per garantire, per esempio, sul territorio ticinese – ma in Italia il discorso potrebbe essere analogo – una proposta catechetica in grado di rispondere realisticamente alle sfide formative di oggi, occorre agire, mi pare, anzitutto a tre livelli:

.individuare un congruo numero di persone dalla robusta e aperta preparazione biblico-teologico-catechetica a cui affidare, a titolo seriamente professionale, il ruolo di promozione e di coordinamento delle attività di catechesi in parrocchie, unità pastorali, decanati/vicariati. Il vescovo e/o una persona da lui delegata, aperta di cuore e di mente, con uno spessore cultural-esistenziale notevole, dovrebbero essere i punti di riferimento formativo delle catechiste/dei catechisti professionali sovramenzionati;

.organizzare, anzitutto nelle parrocchie, attività di educazione continua alla fede cristiana, biblicamente radicate, che non siano legate a modelli di fede rivolti al passato, così da aiutare le persone a crescere in una sensibilità religiosa adulta e responsabile. In parrocchie, in cui liturgia, catechesi e attività caritative siano tre momenti di una pastorale davvero integrata, tali momenti formativi dovrebbero poter essere essenziali per tutti;

.offrire opportunità formative aperte a chiunque, in continuità migliorativa con quanto fatto, per esempio, dal servizio catechesi UIRS in tutti questi anni, anche grazie alla collaborazione con il coordinamento della formazione biblica diocesana e l’Associazione Biblica della Svizzera Italiana. Dalla Facoltà di Teologia di Lugano alle istituzioni appena citate sono venute, vengono e verranno delle iniziative capaci di rispondere alle esigenze di un pubblico vasto, negli ambienti ecclesiali e in quelli della società civile. 

In attesa di futuri sviluppi, oltre ai volumi «Scoprire cose nuove e cose antiche» (Diocesi di Lugano, Lugano 2015) e «Alle radici della comunità cristiana» (San Lorenzo, Reggio Emilia 2020), reperibili presso l’UIRS diocesano (via Cantonale 2/a – 6900 – Lugano – uirs@catt.ch), è possibile iscriversi 

.a corsi della Facoltà di Teologia luganese (www.teologialugano.ch);

.alle attività dell’Associazione Biblica della Svizzera Italiana (www.absi.ch), a cominciare dal corso biennale «Fonti, storia e attualità della Bibbia dall’antichità al mondo contemporaneo» (cfr. programma allegato).

Verso dove stiamo andando?

L’avvenire dell’educazione alla fede cristiana può essere davvero luminoso: il motu proprio pubblicato l’11 maggio da papa Francesco lo fa ben comprendere. Occorre abbandonare le strade del «bricolage» educativo-formativo superficiale, del dottrinalismo e della disistima verso tutto quello che è cultura biblica e teologica e sensibilità interculturale ed interreligiosa. Tantissime persone hanno «fame e sete» di approfondimenti spirituali seri ed appassionati. In tutti, in particolare, nelle giovani generazioni l’attenzione alla fede nel Dio di Gesù Cristo potrà essere effettiva, oggi e domani, se ne incontreranno testimoni culturalmente ed esistenzialmente credibili, i quali sanno di non essere «la Chiesa» né a titolo individuale né a titolo di gruppo o di movimento, ma cercano di essere delle voci, culturalmente preparate ed umanamente aperte a collaborare con chiunque, per un’educazione ad una fede cristiana che si costruisca attraverso l’amore quotidiano. Di catechiste e catechisti con queste caratteristiche, lo ripeto, di cultura e di umanità interagenti e inscindibili tra loro, c’è e ci sarà sempre un bisogno crescente…

Qui si possono scaricare i testi e documenti di riferimento:

Benedizione Urbi et Orbi del Papa dalla Basilica di San Pietro. Fonte @vaticannews
14 Maggio 2021 | 14:53
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