Commento

«Caro Vescovo ti scriviamo»: i commenti alla Lettera pastorale di mons. Lazzeri

Alcune settimane fa avevamo lanciato dalle pagine di «Catholica» l’invito a voler riflettere e commentare la quarta lettera pastorale del vescovo Valerio Lazzeri, dal titolo «Come in cielo, così in terra». Lettera dedicata alla terra e con cui si conclude il ciclo dedicato ai quattro elementi. Ora pubblichiamo alcuni dei testi che ci sono giunti, ringraziando chi ce li ha inviati e rilanciando a parrocchie, gruppi, associazioni, movimenti, persone singole, l’invito a volerci far pervenire anche le loro riflessioni. Il testo che segue è quello inviatoci dall’Unione Femminile Cattolica Ticinese, che a partire dalla figura della serva di Naaman ( 2 Re 5, 1-27) riflette sul proprio ruolo all’interno della Chiesa di Lugano.

Molto ha parlato a noi donne dell’UFCT il brano di Naaman, che Mons. Lazzeri ha scelto quale testo guida della sua Lettera. La nostra attenzione è stata catturata dalla serva d i Naaman: una ragazzina senza nome che occupa due righe soltanto, all’interno del testo. Una schiava, proveniente dal paese di Israele. Una «senza voce» che tuttavia nel suo cuore mantiene e custodisce la fede nel Dio di Israele che le dà il coraggio di parlare, osando intervenire in un dibattito in cui nessuno le ha chiesto nulla. La serva sente che c’è un problema, si pone in ascolto, si lascia toccare e avanza una proposta, indica una possibile soluzione, pronuncia un nome e lo suggerisce alla sua padrona. Un atteggiamento coraggioso, totalmente gratuito e che dà inizio a una «storia di salvezza». Ci fa riflettere il fatto che, la giovane abbia fatto tutto ciò per colui che l’ha rapita e ridotta alla condizione di serva. Sentimenti di vendetta e ostilità sarebbero stati comprensibili! No, nessun calcolo, nessuna malvagità in lei, ma un innato desiderio di bene, di vita. Alle sue parole, subito segue un grande trambusto: carrozze, lettere di raccomandazioni, oro, argento, vestiti! Immediatamente viene allertato il Re di Israele: solo un re – si pensa – può guarire Naaman e la guarigione costerà, certo, caro. La discrepanza tra l’irrilevanza della giovinetta e l’apparato dei potenti che la circonda, ci colpisce, tanto che abbiamo sentito come proprio lei, questa ragazzina dimenticata da tante esegesi, parla al nostro cuore di donne nella Chiesa, anche della Chiesa della Diocesi di Lugano. La sua storia ci parla, ci sembra, di un modo di essere Chiesa, con le mani, i piedi, il cuore, vicino a quella terra, che è l’oggetto di questa quarta lettera pastorale. Noi, come donne che viviamo nelle relazioni, nelle famiglie, nella società, su posti di lavoro, che siamo attive in politica, nelle parrocchie, in diocesi, che amiamo la Chiesa e che la serviamo nei mille modi che ci sono propri, non possiamo non osservare come la voce di questa «invisibile» serva sia stata, in questo racconto, non solo udita, ma anche ascoltata, da chi le stava intorno.

In questi ultimi dieci anni, in cui l’Unione Femminile ha ripreso, rinnovata, il suo cammino, abbiamo imparato ad ascoltare le voci e a volte, addirittura i silenzi, di chi ci sta attorno. In molte occasioni siamo diventate noi stesse, questa voce. Molte volte abbiamo raccolto testimonianza dell’invisibilità delle donne. Altre volte, l’abbiamo sperimentata personalmente. Negli anni, abbiamo proposto formazioni, occasioni di preghiera e riflessione. Abbiamo intessuto legami con donne a sud e a nord: non solo delle Alpi, ma anche del mondo. Una nostra delegazione la scorsa estate è andata fino in Senegal, all’assemblea generale dell’ UMOFC (Unione Mondiale Organizzazioni Femminili Cattoliche) portando la propria testimonianza di donne impegnate nella Chiesa svizzera. Abbiamo pubblicato articoli, rilasciato interviste, contributo alla redazione di libri. Collaboriamo con le donne protestanti alla giornata mondiale di preghiera. Tutto questo ci nutre. Ci piace. Sentiamo che è bello e importante, per la nostra crescita personale e quella di tante altre amiche che cammino facendo, abbiamo imparato a conoscere e con cui oggi condividiamo la strada, al di sopra e al di là di steccati e movimenti. Accogliamo l’opportunità che questa bella lettera ci dà e di cui apprezziamo i contenuti, per chiedere che la nostra voce di donne, della Diocesi di Lugano, venga non solo udita ma anche ascoltata. Nel brano citato, la servetta diventa addirittura il «motore» del cambiamento e della guarigione. Riteniamo che proprio oggi, in questa nostra Chiesa così infragilita dagli scandali, riconoscere il potenziale delle donne e coinvolgerle nel «processo di guarigione» sia non solo importante, ma addirittura vitale per il bene di tutta la Chiesa, non delle donne soltanto.

Corinne Zaugg e Beatrice Brenni, Unione Femminile Cattolica Ticinese

Commento 2: «L’umiltà che nasce dalla terra»

Dalla Lettera pastorale ho preso spunto per una riflessione personale e con la comunità parrocchiale. Le mie personali difficoltà, l’esperienza della sofferenza in famiglia vissute dentro l’insegnamento del Vangelo ed aiutate dalla fede, mi hanno fatto percepire la presenza del Signore: il cielo è entrato nella mia terra. La mia preghiera e quella della comunità, che mi è stata molto vicina, la presenza e la forza dello Spirito Santo mi hanno permesso di non cedere alla disperazione ma ad accettare la volontà del Padre. Nella Lettera si legge che vogliamo sempre capire tutto prima di aderire a Dio, vogliamo discutere con Lui e così finiamo per rimanere fuori dalla porta dell’esperienza cristiana. La Lettera pastorale è una proposta per ricostruire la nostra persona. La nostra conversione, ci suggerisce il vescovo, può essere fattibile se impariamo a guardare dentro il nostro cuore, accettando i nostri limiti e rialzandoci dai nostri fallimenti. Riguardo alla celebrazione dei sacramenti, in particolare l’Eucaristia, mi sono resa conto che è un invito ad accostarsi con umiltà a ciò che sta accadendo in quel preciso momento da parte di Dio in mezzo a noi, e con coraggio testimoniarlo. L’Eucaristia domenicale per me è diventata sempre più una necessità. Mi dà la carica per affrontare la settimana con serenità. Mi rendo conto che attingendo alla mensa della Parola e alla mensa eucaristica, riesco ad affrontare e vivere le vicende quotidiane con una marcia in più. La presenza del Signore, nel mio cuore, mi suggerisce la parola giusta, mi dona la pazienza, mi sollecita al servizio, mi fa ripetere a me stessa: «Gratuitamente hai ricevuto gratuitamente dai». Personalmente il Vangelo mi mette sempre in discussione e nei momenti di difficoltà e di buio, sono la parola di Gesù e la preghiera ad aiutarmi. Rassicuranti le parole del vescovo quando dice: «Vigilate sulla paura di non essere abbastanza abili, giovani, equipaggiati culturalmente e tecnicamente, per essere ancora in grado di far risuonare il vangelo oggi». E ancora: «Da discepoli di Gesù, ci dobbiamo convincere che l’unica cosa che non potrà mai essere tolta è la possibilità di vivere il Vangelo radicalmente, fino in fondo, in qualsiasi circostanza». Nella Lettera si parla di umiltà (humus = terra ) definita come il frutto misterioso dell’incontro tra il cielo e la terra in Gesù Cristo. È il vestito di Dio con cui ci è stata rivelata la gloria del suo amore fatto per noi, sue creature. È la vita umana nella pienezza dell’audacia filiale, della gioia fraterna, della comunione che unisce le diversità, abolisce le classifiche, promuove la dignità di ogni essere umano e la bontà di ogni creatura. Praticamente un invito ad essere umili e miti come Gesù ci insegna per poi testimoniare la nostra fede dentro il progetto d’amore che il Padre ha donato a ciascuno di noi. Solo così riusciremo a sconfiggere il pessimismo che ci circonda. Il sacerdote nella messa si rivolge al Padre con queste parole: «Non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa». Anche noi siamo Chiesa in cammino, nella quale siamo invitati a seminare sempre senza pretendere di raccogliere i frutti. Seminare con gioia consapevoli che il Signore non abbandona mai i suoi figli, ma costantemente ci invita a vigilare e a perseverare affinché la nostra testimonianza sia espressione della volontà del Padre «come in cielo, così in terra».

Claudia Anzini, parrocchiana di Cureglia

Commento 3: «Il punto di partenza per rinnovarsi è ancora e sempre l’amore di Dio»

Il testo si snoda tra due movimenti, quello della terra verso il cielo, dell’uomo verso Dio, e l’abbassamento in Gesù Cristo del cielo verso ogni uomo: «Proprio questo non ci sarà mai tolto – scrive il Vescovo Valerio – la libertà di alzare gli occhi dalle nostre miserie per guardare Lui, abbassato fino a noi!». Quest’immagine mi commuove: quante volte pensiamo di essere soli, che Dio ci abbia abbandonato o semplicemente taccia e non riusciamo ad alzare lo sguardo per scoprirlo chinato su di noi. Quante delusioni, quanti scandali, quante divisioni minano la fede dei credenti? Come se non bastasse non è che la società sia messa meglio: difficoltà finanziarie, mancanza o sovraccarico di lavoro, soprusi e violazione della dignità delle persone, lacerazioni nelle famiglie, violenza fisica e psicologica, isolamento e solitudine. La riflessione del Vescovo però non si sofferma su questi punti ma invita a rivolgersi alla terra della propria vita per verificare quali sono i sentimenti, le fragilità che ci abitano, perché proprio lì nasce la possibilità di rigenerazione. La nostra umanità infatti è il primo terreno che necessita di essere impregnato dalla Parola e dalla Grazia, occorre «leggere la Bibbia con la vita». Ciò significa che la nostra esistenza può accogliere quel «bagliore di rivelazione» che dona speranza, proprio quando e proprio perché pensiamo che tutto sia finito. La crisi diventa occasione di «un ascolto e un’accoglienza vitale, «in terra», di ciò che viene dal cielo». Soltanto il dimorare in questa relazione vitale apre a orizzonti nuovi che fecondano le terre inaridite dei nostri cuori, delle nostre famiglie, delle parrocchie, della società e dei luoghi di vita. Il punto di partenza per un rinnovamento della Chiesa è ancora e sempre l’amore di Dio.

Manuela Masone, Consacrata nell’Ordo Virginum

Commento 4: «I nodi dell’esistenza terrena rischiarati dall’annuncio di fede»

Nella Lettera pastorale si osserva che la Chiesa oggi si trova confrontata con una perdita di rilevanza per i mutamenti culturali, e di credibilità a causa degli scandali. Si trova così ad oscillare tra autodifesa e rassegnazione. Eppure il Vangelo di Gesù Cristo deve continuare a risuonare. Che fare? Prendere atto che questa è la situazione concreta in cui la Grazia di Dio agisce efficacemente. Bisogna imparare l’obbedienza a Dio dentro la concretezza, diventare testimoni e missionari in Cristo assimilandoci di più a lui. Occorre ripensare la figura autentica, anche se per molti tratti ancora soltanto intuita, di presenza e di irradiazione ecclesiale. Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium, chiede di creare le premesse per una pastorale missionaria. Basta lamentarsi, diamoci da fare. Accade però, che più ci vediamo fragili e più cresce l’ansia di doversi affermare. Va ricordato che «se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Salmo 127, 1). Il fallimento può anche diventare una grazia: ci impedisce di autocelebrarci. Non saremo mai noi a dare credibilità e forza di persuasione al Vangelo. L’attrattiva del Vangelo sul cuore umano è potente, ma di un ordine totalmente altro. Un ulteriore pericolo sono le aspettative, cioè le immagini e le rappresentazioni che noi coltiviamo delle condizioni alle quali riteniamo di dover essere salvati. Non si tratta soltanto di guarire, ma di imparare a rimanere nella condizione di coloro che sono salvati, senza pretendere di poter ripagare il dono di Dio. Un nodo essenziale è mettere in contatto chi domanda di diventare cristiano con il carattere assolutamente spoglio dei segni concreti scelti da Dio. Liturgia e impegno nascono dall’incessante memoria piena di gratitudine per i doni di Dio. Dobbiamo essere liberi dalla preoccupazione di marcare presenza e dalla tentazione di cercare anche vantaggi per sé. Da discepoli di Gesù, ci dobbiamo convincere che l’unica cosa che non ci potrà mai essere tolta è la possibilità di vivere il Vangelo radicalmente, non soltanto malgrado gli elementi di diminuzione, ma addirittura attraverso di essi! In ogni ambito possibile, è indispensabile che si metta esplicitamente a tema il rapporto tra parola di Dio e vita umana. I nodi dell’esistenza terrena, malattia, dolore, perdita, morte, esclusione, isolamento dovranno rischiararsi con l’annuncio di fede. La capacità di generare alla vita cristiana dipende unicamente dalla fede, dalla fecondità che il Signore suscita. Bisogna vigilare sulla paura di non essere adeguati. Una parola dev’essere il criterio di discernimento pastorale per tutte le nostre attività: umiltà. È il frutto misterioso dell’incontro tra il cielo e la terra. È il vestito di Dio, con cui ci è stata rivelata, in Gesù, la Gloria del suo amore per noi.

Padre Cristiano Baldini, Fraternità P.A.M., Parrocchiadi Cugnasco-Gerra Piano

24 Giugno 2019 | 11:00
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