Ticino

Dalla Valle di Blenio a Caltagirone per tendere una mano ai più deboli

È un mese missionario straordinario, nel vero senso della parola, per Felicia Baggi, 23 anni, di Malvaglia, in Val di Blenio. Dal 10 settembre Felicia ha infatti raggiunto la missione delle Suore di Gesù Redentore a Caltagirone, in Sicilia. «Da tempo nutrivo il desiderio di una esperienza di volontariato missionario, non ho mai avuto una meta precisa; volevo rispondere al bisogno di spendere le mie energie nelle mani del prossimo, con una sola missione: mettere al servizio degli altri i doni ricevuti da Dio», ci confida. Felicia è in compagnia delle suore in un grande convento, chiamato «Istituto Protettorato San Giuseppe» che ospita un asilo ed offre accoglienza a giovani migranti provenienti da varie nazioni africane e che giungono sull’isola. L’obiettivo è quello di disegnare per i ragazzi percorsi di inclusione: ognuno – ci racconta – ha la possibilità di studiare, lavorare, praticare sport e socializzare.

Felicia è al loro fianco in ciascuna di queste attività. «La casa comunitaria si distingue per la capacità di saper accogliere con gioia e ridare fiducia. Tutte le mattine, collaboro con un team nell’asilo, dove supporto le maestre nelle varie attività organizzate per i bambini, provo molta gioia ogni volta che riesco a togliere le lacrime dagli occhi di un bambino e farlo divertire. Terminato il servizio all’asilo condivido il pranzo con le Suore e nel pomeriggio mi dedico ai ragazzi migranti aiutandoli a rinforzare la conoscenza della lingua italiana. Con loro gioco a calcio, organizzo piccole uscite ed altre attività. Le giornate scorrono tra i canti e le corse dei bambini, la vivacità dei ragazzi e l’impegno nell’apprendere cose sempre nuove».

La giovane ticinese presta aiuto molto spesso fianco a fianco della madre superiora: «La cosa più preziosa che si possa donare agli altri è il proprio tempo, riempiendo quello di chi si sente solo. Per questo motivo ogni volta che accompagno la Madre Superiora nelle visite agli ammalati ed alle persone bisognose, sento scorrere in me la gioia di chi ci accoglie. È un modo molto concreto per vivere nella semplicità la fede, darle concretezza lasciando da parte la facilità con la quale siamo abituati a lamentarci. L’importante è saper cogliere i bisogni di chi ti sta di fronte e rispondere a cuore aperto con gesti semplici ma veri. Qui ho trovato il tempo e le condizioni per la lettura del Vangelo, rendendomi conto di quanto mi aiuti ad affrontare questa esperienza».

Le suore di Gesù Redentore in Italia

«Davanti ai continui scandali del nostro tempo, sento l’immenso bisogno di riparare». Sono passati due secoli da quando Victorine Le Dieu, mossa dallo Spirito Santo, pronunciò questa frase e sentì la chiamata a collaborare con Gesù, «unico e vero riparatore», nella sua missione salvifica. Visse l’evento della riparazione come ricomposizione di tutto ciò che viene continuamente distrutto dal peccato, ed arricchì la Chiesa di un Istituto religioso di diritto pontificio, dedito all’apostolato, che ne continua la missione: sono le Suore di Gesù Redentore, attualmente presenti in sei Paesi del mondo (Italia, Francia, Spagna, Colombia, Romania e Nigeria).

Giunta a Roma nel 1881, Victorine dedica i suoi ultimi anni di vita all’espansione del carisma in Italia. Il seme gettato dona ben presto i suoi frutti: sorgono numerose opere, le comunità si moltiplicano, la Congregazione si estende a servizio dei bambini abbandonati, dei carcerati, degli ammalati, inserendosi in piccoli paesi per un’opera di promozione. Tra questi paesi c’è anche Caltagirone, in Sicilia, dove la giovane ticinese Felicia Baggi – 23 anni di Malvaglia – si è recata in questi giorni per condividere un’esperienza di volontariato, indirizzata verso questa comunità dalla Conferenza missionaria della Svizzera italiana.

L’entrata del convento di Caltagirone.

Felicia

La Giornata della memoria e dell’accoglienza

Felicia ci racconta anche della Giornata della memoria e dell’accoglienza vissuta sull’isola, come in molte altre città dell’Europa, il 3 ottobre scorso, in memoria di 6 anni fa, quando 368 persone, in maggioranza provenienti dall’Eritrea, morirono a mezzo miglio dalla riva. Il dolore e la memoria dell’isola di Lampedusa nel cuore dell’Europa sono ancora vivi. A Caltagirone la giornata è stata vissuta con molta commozione, coinvolgendo anche gli studenti delle scuole superiori, parlando loro di inclusione sociale, rispetto, valorizzazione delle differenze attraverso la testimonianza del team di MEDU, organizzazione umanitaria che da tempo si occupa della violazione dei diritti umani. Poi testimonianze, incontri e un gesto simbolico: a ciascuno è stato chiesto di partecipare portando scarpe e ciabatte, come simbolo delle vittime dei naufragi, e di posizionarli sulla scalinata che domina la piazza di Caltagirone.

Felicia.

Il momento più significativo della giornata, tuttavia, è stato quello di ritrovarsi, al mattino, tutti insieme – migranti e non – al cimitero cittadino dove è sepolta una vittima di quel fatidico 2013. «Eravamo tutti giovani, ci siamo messi in cerchio attorno alla tomba», racconta ancora commossa Felicia. «Ci sentivamo un gruppo solo; quando si è uniti per pregare non c’è tempo per accorgersi delle differenze, per fare distinzioni; facciamo tutti parte della stessa umanità e questi momenti lo dimostrano».

L’esperienza che la ticinese sta vivendo è molto forte: «Non è sempre facile lasciare la quotidianità di casa, della famiglia e le abitudini, ma qui ho trovato una nuova famiglia. Affronto tutto aprendomi ad altre opportunità per conoscere nuove realtà, persone e culture diverse. E’ solo dall’incontro con l’altro che capiamo l’importanza di donare anche solo una piccola parte di noi alle persone che ci circondano, scandire le giornate vivendo con intensità momenti di condivisione, dicendo a se stessi «ora, è questo il momento giusto per agire», senza conoscere quello che succederà dopo. Qui sperimento direttamente quanto sia vero che chi dona riceve largamente più di quanto ha dato, non in termini di vantaggi personali ma di serenità interiore, sicurezza in ciò che stai vivendo, gioia. Grazie all’esperienza del volontariato missionario riscopro il lato bello della Chiesa, il popolo solidale di Dio».

Il lavoro con la Caritas locale

Felicia ha anche iniziato una collaborazione con la parrocchia locale. «Sono stata a Catania per la Caritas a preparare i pasti e panini per la gente di strada e persone che non hanno più soldi dal momento che hanno perso lavoro o altro. È stata una delle occasioni per vivere con loro e poterli ascoltare sempre con il sorriso». «La mensa è stata costruita – spiega Felicia – in modo da favorire la socializzazione: non più di tre o quattro posti per ciascun tavolo. Ed è bello vedere queste persone che, finito il pranzo, non se ne vanno in fretta a casa, ma rimangono anche per diverso tempo a raccontarsi, come se fossero una famiglia».

«In una sola sera di lavoro abbiamo accolto ben 108 persone. Qui trovano speranza, un sorriso, anche il coraggio di guardarsi indietro e di riconoscere i propri fallimenti esistenziali. Ne nasce un grazie sincero».

«C’è una cosa – conclude Felicia – che questa esperienza e questo progetto di Caritas dimostra: ogni persona ha il diritto a una vita amichevole, famigliare e di essere se stessa nonostante la questione economica. Vincono la sfida di riuscire a vivere nonostante la paura dei soldi. Imparano a fare delle cose belle indipendentemente dalla loro pesante condizione economica».

Laura Quadri

14 Ottobre 2019 | 20:27
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